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I paesi emergenti

La globalizzazione ha provocato grandi cambiamenti nella geografia economica mondiale. Il predominio economico dei Paesi avanzati (Europa centro-occidentale, Stati Uniti e Giappone) si è ridotto sensibilmente a vantaggio dei Paesi emergenti: tra il 1980 e il 2010, la quota di questi ultimi nel commercio mondiale è passata dal 25% al 47% e quella nella produzione dal 33% al 45%. Questo sviluppo ha riguardato dapprima Corea del Sud, Singapore, Thailandia e Taiwan, chiamati Paesi di nuova industrializzazione (conosciute come le “tigri d’asia”), poi i BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e alcuni altri Stati fra cui soprattutto Messico e Vietnam. Fra i Paesi emergenti, Cina, India e Brasile sono entrati nel gruppo delle principali potenze economiche del mondo e le loro multinazionali investono nelle altre aree in via di sviluppo: la Cina, per esempio, è diventata la principale fonte di investimenti stranieri in Africa. Non tutti i paesi emergenti hanno però le stesse prospettive: le economie di quegli Stati che si limitano a esportare materie prime sono più vulnerabili perché risentono delle oscillazioni dei prezzi sui mercati mondiali. Ben più solida è la crescita dei Paesi che hanno sviluppato un’autonoma capacità produttiva, industriale come la Cina o nel campo dei servizi come l’India.

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