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L’agricoltura nell’Europa orientale

Nei Paesi dell’Est europeo l’agricoltura è stata per decenni gestita dallo Stato e sottratta alle regole dell’economia di mercato.
Le aziende erano arretrate, gli agricoltori dipendenti pubblici non motivati, le produzioni scarse e di bassa qualità.
Dopo il crollo del comunismo, molti Paesi hanno avviato un lento e difficile ritorno all’agricoltura legata al mercato.
Nel 1917 in Unione Sovietica, la terra divenne proprietà dello Stato e data in gestione ad aziende collettive.
L’agricoltura socialista aveva eliminato le disuguaglianza sociali presenti fino ad allora nelle campagne, tuttavia, la proprietà statale della terra, insieme alla scarsità degli investimenti e alla mancanza di incentivi individuali, ha dato vita a una forma di conduzione inefficiente.
La conseguenza dell’inefficienza è stata la scarsità di beni alimentari, dove i terreni fertili sono sempre stati limitati.

Oggi per i Paesi orientali l’agricoltura è un settore relativamente più importante che per i Paesi dell’Unione Europea, sia per l’occupazione sia per la produzione di reddito.
Dopo il 1989 è stata avviata la privatizzazione delle imprese agricole nel quadro dello smantellamento della proprietà statale.
Questa trasformazione è però lunga e complessa, sia perché deve crearsi un nuovo ceto di imprenditori agricoli, sia perché la capacità di autofinanziamento della maggior parte delle imprese è scarsa.
Il settore agricolo ha poca capacità di attivare gli investitori a causa della sua bassa redditività.
Inoltre, in molti Paesi mancano ancora leggi chiare sulla proprietà della terra e i regolamenti amministrativi pongono intralci a chi intende investire nell’agricoltura.

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