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Il commercio internazionale

Il commercio internazionale continua a crescere, favorito proprio dalla delocalizzazione produttiva, ma anche i capitali vengono spostati dove gli investimenti sono più redditizi o in luoghi dove si pagano meno tasse (i cosiddetti “paradisi fiscali”). L’enorme espansione della finanza è stata favorita dal fatto che in molti Paesi sono stati ridotti o eliminati i controlli sui movimenti di capitali anche per favorire il libero scambio delle merci (la cosiddetta deregulation). Ma la mancanza di controlli rigorosi in un contesto economico globale genera il rischio che anche le crisi siano planetarie, come quella che ha avuto inizio negli Stati Uniti nel 2008 e che poi ha coinvolto molti altri Paesi. I consumi sono diminuiti, la disoccupazione è aumentata e molti governi hanno dovuto spendere somme enormi per salvare banche o società a rischio di fallimento. Dal 1980 a oggi, il volume del commercio internazionale è aumentato di ben nove volte. Fino agli anni Ottanta del XX secolo, Stati Uniti, Giappone e Unione Europea monopolizzavano gran parte degli scambi internazionali. In seguito, grazie alla delocalizzazione, è cresciuta enormemente la quota degli scambi internazionali dei Paesi in via di sviluppo. Per esempio nel 2013 la Cina ha conquistato il ruolo di “prima potenza commerciale del mondo”, battendo gli Stati Uniti che detenevano tale primato dalla fine della Seconda guerra mondiale.

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