India, un Paese fra miseria e alta tecnologia

Nell'ultimo periodo il mercato indiano è stato protagonista di un notevole sviluppo economico, soprattutto nell'ambito informatico. Questo grande sviluppo informatico è stato caratterizzato da diversi fattori, che ne hanno aiutato la crescita: un grandissimo bacino di consumatori domestici, una diffusa padronanza dell'inglese e una rete di imprenditori coi quali dialogare senza invadenti ingerenze statali. Vantaggi che si sommano alla grande quantità di forza lavoro qualificata e ai regimi fiscali agevolati in vigore.
In un paese dove la paga media mensile per un operaio specializzato è di 141 euro, e dove l'elettricità costa al massimo 0,067 euro per kWh, sono già numerose le aziende occidentali ad aver stanziato considerevoli investimenti: IBM, Intel, Microsoft, Google, Fiat, Piaggio, Nokia...
A trainare questo quadro di sviluppo si colloca un settore locale dell'ICT in enorme crescita. Quasi 10 miliardi di dollari è il valore annuo delle esportazioni di software indiano.

Bassi costi ma non solo. Nonostante il prezzo basso, la qualità della manodopera qualificata si rivela notevolmente superiore a quella di Cina, Messico, Brasile ed anche USA, poco sotto la Germania. E le università indiane sfornano annualmente quasi il doppio degli ingegneri rispetto agli Stati Uniti, una quota largamente superiore anche a quella del colosso cinese.
Ma dietro a questo impressionante sviluppo economico e tecnologico che tanto attrae il nostro ricco Occidente, l'India nasconde profonde contraddizioni. Con una popolazione giovane e superiore al miliardo di individui, una persona su quattro è denutrita, solo l'1.3 per cento della popolazione possiede un PC, e mentre vigono ancora discreti vincoli per alcuni settori del mercato, una parte considerevole della popolazione vive tuttora in stato di povertà.

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