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pasticcina-votailprof
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Ciao a tutti!C'è qualcuno che saprebbe risolvere qualche caso di diritto internazionale con Sapienza? Aiutooooooo......ciao grazie
sahagent-votailprof
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Raccolgo il tuo invito e tenterò di fornire una soluzione ai due casi di cui finora siamo a conoscenza. Spero nella collaborazione di altri utenti: credo che ogni correzione potrebbe essere utile a tutti. Sia premesso che non mi ritengo esperto in materia di dir.int.pubblico. Tenterò dunque di abbozzare una soluzione... Con l'aiuto di tutti, ritengo che si possa giungere ad individuare soluzioni adeguate alle complesse questioni che sono state sottoposte in sede d'esame (scritto).
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Quesito del 25 Maggio: "Un cuoco che lavorava nell'ambasciata Konfiniana in Italia è stato licenziato senza giusta causa,chiede ai giudici italiani di essere reintegrato nel posto di lavoro e il pagamento delle ultime cinque mensilità che non gli sono mai state pagate.
Esprimete il vostro parere"

Questo caso è molto simile a quello citato nel capito 11 del libro “Casi e materiali” relativo a quello della segretaria Monica Quattri, licenziata dalla reale Ambasciata norvegese.

In virtù di una norma di diritto generale internazionale, fondata sul principio consuetudinario del “Par in parem non habet iurisdictionem” che si estrinseca nel reciproco riconoscimento degli Stati come enti dotati di uguale dignità e pertanto immuni dalla giurisdizione di un altro Stato, si è affermata la prassi che comporta una limitazione dell’esercizio della giurisdizione, attività connessa alla sovranità dello Stato territoriale, in favore di una garanzia di immunità nei confronti dello Stato straniero accreditato.
La giurisprudenza italiana ha più volte accolto la tesi “restrittiva dell’immunità” che induce a considerare fondata l’immunità nel caso in cui sia pertinente ad un atto connesso al potere pubblico e sovrano dello Stato straniero (acta iure imperii), mentre non accadrebbe lo stesso per le attività negoziali in cui lo Stato accreditato si comporterebbe come un privato cittadino (acta iure gestionis).
La distinzione, tuttavia, risulta più complessa e non di facile risoluzione nei casi in cui sorgano controversie di lavoro tra uno Stato straniero e i suoi dipendenti che siano cittadini dello Stato accreditante.
Per la soluzione di tali controversie si è fatto riferimento al criterio dell’idoneità, o meno, della decisione del giudice italiano, su richiesta del dipendente, ad interferire effettivamente e concretamente nella struttura della funzione pubblica dello Stato straniero. Ove non sussista tale interferenza l’immunità va sempre negata anche per funzionari di alto livello: ipotesi che si realizza nei rapporti giuridici aventi carattere patrimoniale.
Si evidenzia nel caso di specie che non esistano intese che deroghino il principio generale attribuendo la competenza alla giurisdizione italiana.
L’attività di cuoco è meramente ausiliare, non potendosi quindi ricondurre al caso delle mansioni a carattere fiduciario per le quali si esclude sempre la giurisdizione italiana.
Non è ammissibile la domanda di reintegrazione nel posto di lavoro, comportando un’indagine sulla legittimità del licenziamento che investe in modo diretto i poteri pubblici dello Stato straniero relativi all’organizzazione e ai servizi dell’Ambasciata. In tale caso non sussiste giurisdizione italiana per quanto già detto.
Invece è possibile la pronuncia e la condanna del giudice italiano al pagamento delle ultime cinque mensilità che non gli sono mai state pagate, dato che si tratta di una questione avente carattere esclusivamente patrimoniale.
Pertanto si riconosce solo il diritto del cuoco di ricevere gli arretrati e non si può dichiarare nullo il licenziamento.
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Caso del 23 Maggio: "Un cittadino del vostro Stato è tenuto in ostaggio da un gruppo di insorti irredentisti dello Stato del Konfinistan.
Il ministro degli affari esteri del Governo del Konfinistan si è incontrato con l'ambasciatore del vostro Stato.
Il vostro Stato ha progettato un intervento di forza,valuta la legalità dell' intervento."

La questione è sicuramente molto complessa, perché occorre indagare effettivamente sulla “qualità” della soggettività degli insorti irredentisti, che non è sicuramente in discussione. Premetto che questo è il caso che ho dovuto risolvere in sede d’esame, ma avevo addotto tesi sulla cui infondatezza mi sono reso conto solamente alla luce dei miei “nuovi studi”…
Credo di poter adesso impostare correttamente la questione, mi permane qualche dubbio sulla soluzione finale che mi appare “ardita”.

Gli insorti irredentisti dello Stato del Konfinistan devono a tutti gli effetti considerarsi soggetti di diritto internazionale.Generalmente agli insorti che detengono il controllo su un territorio è riconosciuta la capacità di essere destinatari di diritti e obblighi internazionali, in particolare delle norme del diritto internazionale di guerra. Il controllo del territorio comporterebbe il passaggio della guerra civile dal piano interno a quello dello scacchiere internazionale.
Inoltre la personalità giuridica internazionale è riconosciuta agli insorti in virtù della loro causa irredentista, cioè di una lotta condotta in rappresentanza di un popolo oppresso da dominazione straniera, secondo la prassi internazionale e secondo una risoluzione dell’O.N.U. che si è proposta come ricognitiva del diritto internazionale generale.
Occorre,tuttavia, precisare che l’attribuzione della soggettività agli insorti irredentisti non comporta una loro automatica equiparazione alla condizione degli Stati, a cui spetta propriamente la piena soggettività. Gli insorti sarebbero privi di requisiti strutturali propri degli Stati, cioè basta che essi manchino anche solo di uno degli elementi costitutivi degli Stati: sovranità, organizzazione politica, rappresentanza popolare, territorio.
Pertanto non tutte le norme di diritto internazionale sono invocabili da questi insorti irredentisti ( si pensi all’esclusione del riconoscimento dell’immunità dei loro capi).
La tesi è confortata dal fatto che l’Ambasciatore del nostro Stato avverte la necessità di incontrare il Ministro degli Affari Esteri del Konfinistan, riconoscendo ancora a tale Stato la sovranità sui territori direttamente controllati degli insorti.
Si deve precisare che la responsabilità internazionale per l’illecito non è invocabile, in prima istanza, nei confronti del Konfinistan in quanto il comportamento in violazione di norme internazionali è stato condotto da un soggetto internazionale differente (gli insorti irredentisti). Infatti non esistono elementi che possano indurre alla considerazione dell’esistenza di una connivenza tra il governo del Konfinistan e gli insorti, né che quest’ultimi abbiano agito quali agenti di fatto dello stessto Konfinistan, essendo tra l’altro due popoli in lotta fra loro.
Tuttavia l’omissione dei controlli, di prevenzione e di repressione dei fatti illeciti internazionali può essere tenuta in considerazione per invocare la responsabilità internazionale dello Stato konfinistano.
La questione di un’eventuale responsabilità konfinistana è solo apparentemente secondaria.
Effettivamente gli insorti hanno violato le norme internazionali apprestate a tutela della persona umana e anche i diritti dello straniero in ordine al principio di fornire forme di garanzia per l’incolumità fisica del cittadino straniero.
Pertanto la possibilità di invocare la responsabilità internazionale del Konfinistan è un elemento utile in sede di accordo con quest’ultimo sulle modalità di intervento ed eventuale cooperazione del nostro Stato.
La legalità di un intervento di forza del nostro Stato è vincolata alla prestazione del consenso a tale intervento da parte dello Stato sovrano (il Konfinistan).
In primo luogo le operazioni per la liberazione degli ostaggi competono al Konfinistan anche se detiene una pur limitata sovranità sui territori occupati dagli insorti.
Il nostro Paese può intervenire legalmente, ricorrendo alla forza, solo con il consenso konfinistano.
L’assenza di tale consenso e l’eventuale mancata esecuzione delle operazioni di liberazione degli ostaggi con certezza implica una responsabilità internazionale del Konfinistan (per omissione di repressione di atto illecito e collusione con gli insorti). Ipotesi allo stato attuale solo valutabile.
Senza il consenso dello Stato konfinistano non si può ritenere l’intervento di forza come una contromisura: questa è una ritorsione a titolo di rappresaglia che non prevede il ricorso all’uso della forza (nel rispetto dell’art.2 parte 4 della Carta O.N.U.).
Tale attacco non sarebbe legittimato a titolo di legittima difesa, perché essa è concepita come una reazione ad un diretto attacco armato agli interessi vitali di sicurezza di un Paese.
Non priva di fondamento sarebbe la tesi della legalità dell’intervento di forza in assenza del consenso konfinistano, qualora si ritenesse che è stato violato un interesse legittimo del nostro Paese (ipotesi residua dello stato di necessità): tale violazione sarebbe causa di esclusione dell’illiceità dell’intervento di forza del nostro Stato.
Certamente lo Stato konfinistano primariamente è l’unico soggetto a cui spetti l’azione di forza.
Tuttavia esso può esprimere il proprio consenso ad un’azione di forza del nostro Stato, considerando le sue difficoltà nell’esercizio della piena sovranità sui territori occupati dagli insorti.

Mi sorge il dubbio relativamente all’affermazione che la legalità dell’intervento può originarsi dalla precedente violazione di un interesse legittimo...Che ne pensate?? Secondo voi, la cattura e la prigionia di ostaggi del nostro Paese costituisce una violazione di un interesse legittimo?
pasticcina-votailprof
pasticcina-votailprof - Ominide - 0 Punti
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