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dal sito Unica.it...

Università formato extra small

Fonte: http://espresso.repubblica.it

di Roberta Carlini

Un tetto al numero degli esami. Un taglio alla proliferazione dei microcorsi, quelli con pochissimi crediti ma tanti docenti. Un minimo di prof di ruolo, necessario per far nascere un corso. E una sforbiciata ai corsi di laurea fotocopia, quelli buoni per arricchire il bouquet dell’offerta universitaria, ma diversi tra loro solo in piccoli particolari. A otto anni dalla Berlinguer-Zecchino, l’università italiana è di nuovo in frenesia da riforma: corsi da tagliare, esami da rivedere, crediti da riconteggiare. Il tutto, entro il 31 gennaio di quest’anno, per chi vuole partire con i corsi riformati già dal 2008. Ma nell’enorme spezzatino dei nostri 81 atenei molti sono già all’opera per cambiare tutto senza cambiare nulla.

Esame continuo
Annalisa si è laureata a Roma in Scienze della Comunicazione: una delle facoltà di maggior appeal dell’università post-riforma, una delle più segnate dall’inflazione di insegnamenti. Di esami, Annalisa ne ha dovuti fare 42: uno ’grosso’, da otto crediti, poi ben 37 da quattro crediti ciascuno, e infine altri quattro che valevano due crediti l’uno. Quarantadue esami in tre anni: uno al mese, vacanze comprese. Poi Annalisa si è iscritta (come fa il 70 per cento dei laureati post-riforma) al biennio di specializzazione, sempre alla Sapienza di Roma: altri 22 esami, 11 all’anno.

Con le nuove regole, in facoltà come quella di Annalisa dovrebbe avvenire una strage di corsi ed esami: infatti, i requisiti dei nuovi ordinamenti contenuti nei decreti Mussi pongono un tetto massimo di 20 esami per la laurea triennale e di 12 per quella specialistica. L’intervento sul numero degli esami sarà il più evidente e rumoroso, ma è strettamente collegato a quello sul numero dei professori: nei corsi riformati sarà obbligatorio avere almeno quattro docenti di ruolo per ogni anno. E si potranno istituire nuovi corsi solo se questi differiscono da quelli esistenti in modo apprezzabile (in soldoni, la differenza deve valere almeno 40 crediti). Nell’insieme il pacchetto dà uno stop al ’crescete e moltiplicatevi’ che ha segnato l’università italiana da sette anni, nella generalizzata corsa ad attrarre studenti e finanziamenti: più corsi, più insegnamenti, più professori, più sedi, più studenti, più soldi. Una corsa che ha portato ai seguenti record: 5.545 corsi di laurea (dai 2.336 pre-riforma), 171 mila insegnamenti (erano 85 mila e rotti), oltre 62 mila docenti a contratto (contro i 109 mila di ruolo), 251 comuni sedi di università o di loro dépendance.

A tutto questo mondo bulimico, la riforma della riforma impone una cura dimagrante: immediata, per chi vuole partire dal prossimo anno accademico. Più graduale, per chi vuole usare tutto il tempo a disposizione, e partire dal 2010. Ma quante università sono pronte a partire subito? A guardare i dati del Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione degli studi universitari), ben poche. Basti pensare che il tetto dei 20 esami implicherebbe una media di nove crediti per esame, mentre la media nazionale è poco sopra i cinque crediti.

Attualmente il 40 per cento degli insegnamenti si conclude con esami che non danno più di quattro crediti. Tra le facoltà più frammentate nel numero di esami c’è Medicina, dove tre esami su quattro sono sotto i quattro crediti, seguita da Sociologia, Veterinaria, Scienze della Formazione. Quanto agli atenei, sono a rischio soprattutto quelli più piccoli e di recente istituzione, spesso quelli privati. Il record nazionale va alla Lumsa, ateneo cattolico romano, dove 524 insegnamenti su 716 sono sotto i quattro crediti; i loro colleghi dell’università dei Legionari di Cristo non sono da meno, con una quota di microcrediti del 71 per cento. Tra gli atenei pubblici, invece, svetta al primo posto Catanzaro (70 per cento), segue l’università della Val d’Aosta, poi quella di Bolzano. In sofferenza, sempre usando come indicatore il numero di esami sotto i quattro crediti, anche Bari (57,7 per cento), il travagliato ateneo di Messina (56,5), poi l’università del Piemonte orientale, Firenze, Siena, L’Aquila, Chieti e Trieste (intorno al 55) . Tra le grandi università, Napoli e La Sapienza di Roma sono solo di poco sopra la media nazionale degli esami sotto i quattro crediti, mentre i nuovi atenei della capitale soffrono di più: Tor Vergata ha il 57 per cento degli esami sotto i quattro crediti, Roma Tre il 52.

Corsa all’oro
Insomma, se si va a guardare al numero degli esami, si vede che ben poche università sono pronte alle nuove regole. Ancora più lontani dalla realtà i requisiti sulla docenza, introdotti per mettere un freno alla proliferazione di università senza professori: quelle con pochi docenti di ruolo, magari condivisi con altri atenei, in cui i corsi sono tenuti in piedi soprattutto dai contrattisti. Dentro i nuovi standard, al momento del varo dei decreti Mussi, stava solo il 30 per cento delle facoltà: 177 su 580. In coda alla classifica, c’è anche in questo caso Sociologia (nessuna tra le nove facoltà italiane soddisfa i requisiti), seguita da Lettere, Economia, Scienze politiche, Farmacia: tutte sotto il 20 per cento, nella percentuale che misura chi rispetta i requisiti quantitativi e qualitativi sul numero dei docenti.

Eppure, nonostante la distanza abissale tra questa realtà e i nuovi requisiti di legge, pare che al ministero stiano fioccando le domande per accreditarsi subito nel nuovo ordinamento. Il che comporta, secondo gli osservatori più esperti del mondo universitario, il rischio che i cambiamenti siano solo di facciata. "C’è una corsa a cambiare, una fretta motivata dall’aspirazione a conquistare più studenti e così poter poi chiedere più docenti", dice Guido Fiegna, membro del Cnvsu e dirigente del Politecnico di Torino. Proprio come nel 2001, quando la riforma Berlinguer-Zecchino rivoltò in pochi mesi le università e in un solo anno si attivarono oltre 2.700 corsi di laurea. E invece: "Non c’è fretta, un cambiamento del genere per essere incisivo deve esser fatto bene". Alcune grandi università, come la Statale di Milano e lo stesso Politecnico di Torino, stanno procedendo per gradi: alcune facoltà partono subito, altre l’anno prossimo. Nel frattempo, dice Fiegna, "nessuno vieta di varare subito alcune misure: per esempio, cominciare a ridurre il numero degli esami". Punto dolentissimo: "171 mila insegnamenti significa 171 mila persone", non è facile tagliare. "Certo, il percorso non è indolore", racconta Giancarlo Ferrero, preside di Economia a Urbino: la sua facoltà partirà subito, con un taglio di quattro corsi di laurea e un corrispondente taglio degli insegnamenti. "Noi non abbiamo fatto la modularizzazione", spiega. Cioè non hanno fatto ricorso alla scappatoia lasciata aperta dalla nuova legge: ossia quella di aggregare i vecchi esami, prevedendo un solo voto finale, ma due o tre prove intermedie, ciascuna col suo professore. Un’offerta del tipo ’due esami, un voto’, che permetterebbe di salvare capra e cavoli: stare dentro i nuovi requisiti che fissano un tetto di 20 esami, ma senza alterare troppo i vecchi equilibri. Il che spiega anche la fretta a ottenere il via libera dal ministero: se si riesce a infilarsi nella prima ondata della riforma mantenendo tutte le posizioni, è fatta.

Ma perché tutta quest’ansia dei prof di fare esami e di mantenere l’inflazione dei corsi? Il meccanismo è vecchio come l’università: "Se si lasciano liberi i docenti di disegnare i corsi in base ai loro equilibri interni, si arriva alla degenerazione che adesso vediamo", commenta Daniele Checchi, economista, preside di Scienze politiche alla Statale di Milano e studioso delle tematiche dell’educazione. Per esempio, la proliferazione degli esami a Medicina è legata, più che a oggettive esigenze dell’insegnamento, al fatto che quando fu introdotto il numero chiuso ci si trovò all’improvviso con una sovrabbondanza di prof rispetto agli studenti: di qui la moltiplicazione degli esami. Succede ogni volta che "le esigenze dei docenti prevalgono su quelle degli studenti o dell’università", denuncia Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, che nota come tra i prodotti dell’iper-inflazione da esami ci sia anche la riduzione dei programmi Erasmus: "Sono scesi dall’8,4 al 5,6 per cento: è ovvio, come fa uno studente che deve fare un esame al mese a permettersi un periodo di studio all’estero?".

Ma non ci sono solo i giochi di potere dell’accademia, nel gioco del ’più uno’ dell’università. Jacopo Meldolesi, direttore del dipartimento di Neuroscienze del San Raffaele e presidente del Fisv, punta il dito sul meccanismo generale che governa gli atenei: quello dei finanziamenti. È lì che nasce la spinta a moltiplicare l’offerta dei corsi: "Attrarre più studenti, per avere più finanziamenti. Così si sono offerti corsi che spesso hanno avuto pochissimi studenti". I dati parlano chiaro: ben 241 corsi di laurea hanno meno di dieci immatricolati. "È assurdo, perché l’università deve essere pagata in base alla qualità. E perché succeda questo, va rotto il meccanismo per cui avere più studenti significa avere più soldi. Parte del finanziamento deve essere legato alla valutazione dell’università e della ricerca". Senza una valutazione reale di quel che le università riescono a fare, anche le nuove regole rischiano di cambiare poco la faccia dell’università: "Le nuove norme servono, perché mettono dei paletti, ma mi piacerebbe nel futuro avere meno norme e più valutazione", concorda Walter Tocci, ex responsabile della ricerca dei Ds e attuale direttore del Crs.
Nell’attesa, come faranno gli studenti a districarsi tra nuovi e vecchi ordinamenti, tra novità vere e restyling di facciata? Il ministero garantisce che vigilerà contro i tentativi di dribblare i nuovi ordinamenti (vedi intervista di pag. 69). Il Cnvsu, richiesto di un parere sulla riforma, ha dato un consiglio su tutti: pubblicità. Non quella a pagamento, che reclamizza l’università più frizzante o quella più trendy, ma le informazioni che dovranno esser date sui siti e nelle sedi: per ogni corso, il nome e il curriculum dell’insegnante (l’obbligo del curriculum però non vale per i prof a contratto.), i giudizi degli studenti degli anni precedenti, i dati sulla loro condizione: quanti lavorano, quanti sono disoccupati, quanti proseguono negli studi. Il tutto, secondo criteri standard, in modo da poter fare una banca dati centralizzata per orientarsi nell’università. Si dovrebbe partire già dal prossimo anno accademico. Ma il lavoro è ancora agli inizi e non è detto che sia pronto in tempo utile per le matricole 2008-2009.


Stop ai trucchi

Niente fretta, e attenti agli inganni. Luciano Modica, sottosegretario all’Università, lancia un messaggio agli atenei: "Abbiamo dato tre anni di tempo, non c’è un premio per chi arriva primo".

In pochi mesi, le università si sono trovate alle prese con la riforma della riforma. Cosa accadrà il prossimo anno?
"Spero che non succeda come nel 2001, con il varo della riforma: stavolta abbiamo dato tre anni, proprio per fare in modo che le cose siano fatte con calma e ponderazione. È meglio partire un anno dopo che partire male. Ma non stanno recependo il messaggio, pare che quasi tutti proveranno a cambiare subito. E questo anche per un aspetto di marketing: si è diffusa l’idea che così si vende meglio il prodotto, cioè il corso universitario".

Gli atenei hanno paura di perdere studenti se non possono offrire i corsi riformati.
"Quest’effetto è tutto da dimostrare. E poi, le università non possono vivere con la sola ossessione di conquistare gli studenti. Che peraltro mostrano di diventare sempre più ponderati nelle scelte, soprattutto sulla prosecuzione dopo il triennio".

Taglio degli esami e dei corsi: molti atenei dovrebbero dimezzare l’offerta, dunque tagliare cattedre e prof a contratto. È vero che sono già in atto tecniche per aggirare l’ostacolo: esami a tappe e altri trucchetti?
"I decreti Mussi hanno introdotto una serie di regole di serietà, il tetto di 20 esami è una di queste: come si può chiedere a uno studente di fare seriamente 12 esami in un anno? Ora, si cerca di eludere l’ostacolo. Ma i nuovi ordinamenti dovranno essere approvati e la nostra verifica non sarà solo formale, ma sostanziale. Non solo: in seguito, ci sarà il controllo dell’Anvur, l’agenzia di valutazione, che verificherà periodicamente i corsi di laurea".

Chi fa l'esame al professore?
di Bernardo Giorgio Mattarella


Benedetto Croce non aveva bisogno di una cattedra universitaria per dominare la cultura italiana, ma molti professori universitari hanno bisogno di stimoli per fare il loro lavoro: di incentivi e sanzioni, senza i quali trascurano ricerca e insegnamento, per dedicarsi ad altri mestieri, o si impigriscono e lasciano inaridire il loro talento. In ogni facoltà o dipartimento è facile individuare chi si dedica seriamente alla ricerca, è protagonista del dibattito culturale ed eccelle nella didattica, e chi non pubblica nulla da anni, non partecipa ai convegni e si fa vedere poco dagli studenti. Il problema è che gli uni e gli altri hanno lo stesso stipendio, le stesse garanzie di inamovibilità e, a volte, gli stessi fondi di ricerca. Gli strumenti per valutare i professori non mancano: anagrafi delle pubblicazioni, misurazione del loro impatto, questionari i fine corso, relazioni con studiosi stranieri. Ma in Italia sono poco usati e, comunque, i loro risultati incidono sul finanziamento delle strutture, ma non sui diritti e doveri dei professori, che vengono valutati solo al momento dell'assunzione: la progressione economica dipende solo dall'anzianità.

Non che il reclutamento funzioni bene: è discontinuo, con grandi infornate, spesso legate a stabilizzazioni o promozioni ope legis, seguite da lunghe paralisi che allontanano i migliori dalle università; negli ultimi anni i concorsi su base locale hanno favorito candidati deboli e ostacolato la circolazione degli studiosi (sistema giustamente superato nel 2005, ma che il governo ha appena provvisoriamente reintrodotto); quanti non riescono a diventare professori rimangono ricercatori a vita, insoddisfatti e demotivati, che appesantiscono organici e bilanci. Ma nessun sistema di reclutamento può dare buoni risultati, se chi sbaglia non paga: e le strutture che reclutano professori scadenti non pagano, perché, a loro volta, non sono soggette a un buon sistema di valutazione.


La valutazione degli atenei può essere fatta da chi vi si iscrive e da chi assume i laureati, ma né gli uni né gli altri dispongono di tutte le informazioni necessarie: serve una valutazione esperta; e dai suoi risultati deve dipendere il finanziamento. Tutto ciò è oggetto di molte promesse e insufficienti realizzazioni. Ogni governo disfa ciò che quello precedente ha fatto: è andata così anche con il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, che aveva condotto una prima analisi complessiva; esperienza migliorabile ma utile, che è stata accantonata in attesa di un futuro miglior sistema.

Nel frattempo, il finanziamento della ricerca continua a essere tra i più bassi del mondo occidentale ed è in gran parte assorbito dagli stipendi; i fondi destinati alle università serie vengono dirottati su finte università, come quelle volute dal governo di centrodestra; o sull'autotrasporto, come è successo da ultimo; sprechi si hanno anche all'interno degli atenei, perché anche lì c'è clientelismo e anche rettori e presidi hanno bisogno di essere rieletti. Così la concorrenza tra atenei c'è, ma verso il basso. E la distribuzione dei finanziamenti in base al merito rimane un'aspirazione.

* professore di diritto amministrativo a Siena

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