iva97Q
iva97Q - Habilis - 292 Punti
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rispondi alle domande:

1- Quali sono le caratteristiche e l'etica educativa dei centri urbani nel basso Medievo?
2-Quali sono le motivazioni alla base della lotta contro i movimenti ereticali?
Antonio-P
Antonio-P - Blogger - 1954 Punti
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Ciao iva!
La risposta alla tua seconda domanda la trovi qui : http://www2.units.it/dipfilo/cova/Agostino%20dal%20dialogo%20alla%20violenza%20-%20Alle%20radici%20della%20guerra%20santa.htm

Per la 1 dai uno sguardo a questo pdf e fammi sapere! http://www.scuolabook.it/Uploaded/pearson_9788839515629_preview/pearson_9788839515629_preview.pdf
iva97Q
iva97Q - Habilis - 292 Punti
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per quanto riguarda la 1 non mi fa aprire la pagine..per favore mi potresti scrivere tu le risposte che ritieni adeguate alle domande ?
Antonio-P
Antonio-P - Blogger - 1954 Punti
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Va benissimo le elaboro e le invio :)

Aggiunto 1 ora 46 minuti più tardi:

Risposta 2) Parlare oggi di «guerra santa» non significa, purtroppo, fare mera archeologia. E non alludo soltanto ai diversi movimenti che, spesso superficialmente, si usa raggruppare sotto l'etichetta di «fondamentalismo islamico», o ad altri fondamentalismi, di segno religioso diverso. In realtà la nostra stessa cultura occidentale - benché condanni, a livello giuridico e ideale, la violenza inferta per motivi religiosi - appare (anche) a tale riguardo l'erede, per certi aspetti, della cultura medievale.
Nel suo libro recente sulle guerre sante del Cristianesimo e dell’Islam Peter Partner osservava: «Una ricostruzione ragionata della guerra santa rende chiaro come il movimento delle crociate abbia avuto una persistenza postuma molto più prolungata di quanto generalmente si pensi e come certi atteggiamenti mentali cristiani, ritenuti da tempo sepolti, siano in grado di esercitare, sulla nostra visione delle cose, un'influenza maggiore di quanto immaginiamo»[1].
Avvenimenti come la guerra mossa dalla NATO alla Jugoslavia nel 1999 hanno fornito, a mio giudizio, una precisa conferma di queste considerazioni, a due anni soltanto dalla loro formulazione. Nella martellante propaganda (a favore di una guerra che stracciava carte costituzionali e patti internazionali…) si affacciavano slogan ispirati all’idea di lotta del bene contro il male che sembravano rinverdire i toni di predicatori vissuti novecento anni prima.
Certo, la nostra cultura ci fornisce anche, fortunatamente, una notevole varietà di strumenti (a partire dalla critica dell'ideologia) per indagare la complessità del fenomeno «guerra» - di tutte le guerre. Le motivazioni esplicite etiche e religiose, pur non essendo a priori e sempre mero paravento costruito per sostenere la guerra e legittimarla, ma spesso molla effettiva, certamente non ne costituiscono l'unica causa e, soprattutto, restano in ogni caso uno dei modi maggiormente praticati nel corso dei secoli per giustificarla.
Per citare ancora Partner, «la storia delle guerre sante, dagli ebrei della Bibbia fino ai nostri giorni, è una storia di testi che appartengono a religioni scritturali; ma è anche una storia di comportamenti umani. Le violenze che commettono, gli uomini tentano di giustificarle. Richiamarsi a Dio, o agli dei, è solo uno dei modi per giustificare una guerra...»[2]. Ebbene, ciò che in questa sede mi propongo è di esaminare (o almeno di enucleare nelle sue linee fondamentali) questo tipo di motivazioni considerate in se stesse, a prescindere dal loro ruolo effettivo nella storia e perciò anche dal loro oscillare tra ideologia come indeliberato orizzonte mentale di gruppi e ideologia come reale volontà di contraffazione.
Si tratta dunque di mettere a fuoco alcune strutture basilari di quella teorizzazione della guerra in nome di Dio che percorre tutto il medioevo latino: bellum propter Deum che, come insegna già Sant’Agostino, gli uomini eseguono (gerunt) ma è opera del Signore (auctore Deo), secondo il prototipo descritto nel libro dell’Esodo, lì dove la sconfitta di Amalec e l’eccidio del suo popolo per mano di Giosuè sono letti, appunto, come bellum Domini [3].
Anzitutto va notato che il medioevo è caratterizzato da una visione profondamente religiosa e unitaria del mondo. Esiste un unico disegno divino di salvezza e un unico organismo in cui esso si attua: la chiesa. Il medioevo è l'età in cui diviene mito operante la città di Dio agostiniana, da tradurre in termini concreti e politici. Non si distingue, fondamentalmente, il religioso dal politico, lo spirituale dal temporale, ma contrapposizioni di questo tipo si collocano soltanto ad un livello secondario: i due poteri, le due «spade», si situano all’interno dell'unica cristianità, in ecclesia. In un’ottica teocratica e ierocratica che vede tutti i poteri partecipi del Cristo nelle sue dimensioni regale e sacerdotale, anche imperatori e principi possono rivendicare il proprio ruolo di fronte alla gerarchia ecclesiastica come espressione di un ordine divino[4].
In questa cornice l’affermazione e la difesa dei valori della fede cristiana non possono non costituire una priorità politica assoluta, che vede la convergenza delle gerarchie ecclesiastiche e delle autorità civili. L’infidelitas, quella per cui «maxime homo a Deo elongatur»[5] e che coinvolge pagani, giudei, eretici, scismatici e apostati, è peccato degno di eterna dannazione e, insieme, reato da estirpare con il rigore della legge temporale. Ciò vale in linea di principio, anche se poi la prassi repressiva del religiosamente «diverso» non è uniforme nel corso del medioevo, lasciando di volta in volta alcuni margini alla tolleranza soprattutto in relazione alle differenze tra nemico esterno e nemico interno, nuovo e antico, aggressivo e pacifico, ecc., sicché la stessa teorizzazione teologica e giuridica riflette questa varietà di situazioni e di atteggiamenti[6].
Sarebbe sbagliato, a mio giudizio, misconoscere la comune radice culturale e mentale di fenomeni come le crociate e l’inquisizione, enfatizzando oltre il lecito il fatto che la conversione forzata di non cristiani fu più praticata che teorizzata[7], e a livello dottrinale veniva normalmente riservato ai cattolici deviati quel «compelle intrare» della parabola degli invitati (Lc. XIV, 23) che già sant’Agostino aveva interpretato come legittimazione della violenza nella lotta contro gli eretici[8].
In realtà, com’è ampiamente documentabile anche attraverso l’ampia letteratura di decretisti e decretalisti[9], guerra santa e repressione del dissenso religioso sono elementi che all’interno della cultura medievale si intersecano e si integrano, nella prospettiva di una doverosa azione armata con cui l’autorità legittima coopera all’azione redentrice di Cristo colpendo tutte le minacce all’integrità della fede e della società cristiana. A seconda delle circostanze, la violenza istituzionale in nome della «verità» (chiesa e potere civile, o chiesa attraverso il potere civile laddove si neghi l’opportunità che i chierici partecipino direttamente ad azioni armate) si esercita in azioni di polizia interne come in campagne belliche esterne. La crociata – anche in un senso tecnico, quella promossa dal papa con concessione di indulgenze - non è soltanto il pellegrinaggio armato a conquista e difesa del santo sepolcro ma è intervento in armi per difendere o imporre la fede cattolica dove si ritenga necessario: dalla riconquista della penisola iberica alla guerra contro gli Albigesi, dalle spedizioni dei cavalieri teutonici con cui vengono sterminati i pagani di Prussia e del Baltico alle guerre contro gli Hussiti in Boemia[

Per la prima, credo tu debba scegliere secondo le tue conoscenze, pertanto ti ho procurato un altro documento http://www3.unisi.it/ricerca/prog/fil-med-online/temi/htm/etica.htm

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