• Latino
  • 1 aiutinooooo .. pleaseeee !!

stellinahouse90
stellinahouse90 - Sapiens - 740 Punti
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VI prego mi serve 1 delle 2 versioni x domani !! è urgentissimoooooooooooooooo !!

1-Versione : l'allevamento delle anatre

Autore : Varrone

Inizio : qui autem volunt greges anatium habere ..

Fine : et quaedam eiusmodi aquatilia.

2- Versione : Il serpente sceglie Roma

Autore : Valerio Massimo

Inizio: Triennio continuo vexata pestilentia civitas nostra...

Fine: tranavit adventuque suo tempestatem dispulit.

1bacino a tutti.. e grazie !!
dj142
dj142 - Genius - 12048 Punti
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IL SERPENTE SCEGLIE ROMA testo integrale (cerca le parti ke ti servono) presa da qui:
Sed ut ceterorum quoque deorum propensum huic urbi numen exequamur, triennio continuo vexata pestilentia civitas nostra, cum finem tanti et tam diutini mali neque divina misericordia neque humano auxilio inponi videret, cura sacerdotum inspectis Sibyllinis libris animadvertit non aliter pristinam recuperari salubritatem posse quam si ab Epidauro Aesculapius esset accersitus. itaque eo legatis missis unicam fatalis remedii opem auctoritate sua, quae iam in terris erat amplissima, impetraturam se credidit. neque eam opinio decepit: pari namque studio petitum ac promissum est praesidium, e vestigioque Epidauri Romanorum legatos in templum Aesculapii, quod ab eorum urbe v passuum distat, perductos ut quidquid inde salubre patriae laturos se existimassent pro suo iure sumerent benignissime invitaverunt. quorum tam promtam indulgentiam numen ipsius dei subsecutum verba mortalium caelesti obsequio conprobavit: si quidem is anguis, quem Epidauri raro, sed numquam sine magno ipsorum bono visum in modum Aesculapii venerati fuerant, per urbis celeberrimas partes mitibus oculis et leni tractu labi coepit triduoque inter religiosam omnium admirationem conspectus haud dubiam prae se adpetitae clarioris sedis alacritatem ferens ad triremem Romanam perrexit paventibusque inusitato spectaculo nautis eo conscendit, ubi Q. Ogulni legati tabernaculum erat, inque multiplicem orbem per summam quietem est convolutus. tum legati perinde atque exoptatae rei conpotes expleta gratiarum actione cultuque anguis a peritis excepto laeti inde solverunt, ac prosperam emensi navigationem postquam Antium appulerunt, anguis, qui ubique in navigio remanserat, prolapsus in vestibulo aedis Aesculapii murto frequentibus ramis diffusae superimminentem excelsae altitudinis palmam circumdedit perque tres dies, positis quibus vesci solebat, non sine magno metu legatorum ne inde in triremem reverti nollet, Antiensis templi hospitio usus, urbi se nostrae advehendum restituit atque in ripam Tiberis egressis legatis in insulam, ubi templum dicatum est, tranavit adventuque suo tempestatem, cui remedio quaesitus erat, dispulit. 1.8.3 Nec minus voluntarius in urbem nostram Iunonis transitus. captis a Furio Camillo Veis milites iussu imperatoris simulacrum Iunonis Monetae, quod ibi praecipua religione cultum erat, in urbem translaturi sede sua movere conabantur. quorum ab uno per iocum interrogata dea an Romam migrare vellet, velle se respondit. hac voce audita lusus in admirationem versus est, iamque non simulacrum, sed ipsam caelo Iunonem petitam portare se credentes laeti in ea parte montis Aventini, in qua nunc templum eius cernimus, collocaverunt.
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Ma acciò che noi perseguitiamo la deitade di tutti li altri dii spesa a questa cittade, et essendo per tre anni continuo la nostra cittade stimolata di pestilenza, conciofossecosa che il fine di tale e sì lungo male non si vedesse imporre per divina misericordia nè per consiglio umano, la sollicitudine de' sacerdoti, poi ch' ebbero guatati i libri delle Sibille, vide che la prima sanitade altrimenti racquistare non si [p. 93] poteva, se non chiamando a sè lo dio Esculapio da Epidauro. E così a quello luogo furon mandati ambasciatori, credendo ch' elli impetrerebbero quello unico ajutorio, che fatto era con la sua autoritade, la quale già era grandissima in terra. Nè opinione la ingannò: però che con iguale studio adomandato e promesso fu l' ajutorio; e quelli di Epidauro conducendo per lo camino menaro li romani ambasciatori nel tempio d' Esculapio, il quale è di lungi dalla loro città di cinque miglia passi. Et ivi li invitarono benignissimamente, che a loro senno indi prendessero ciò ch' elli pensassero, che a portare alla loro patria fosse salutevole. La cui così pronta benignitade seguendo la deità d' Esculapio, con celestiale beneficio approvoe. Certo quello serpente (il quale li Epidauresi di rado vedeano, ma non lo veggiono mai senza grande bene di loro, [e] a modo d' Esculapio l' onorano) per le più famose parti della cittade incominciò a discorrere, con cenni e con menare d' occhi mansueti e con lieve andamento. E tre dì fue veduto intra la religiosa amirazione di tutti, portando dinanzi a sè ferma allegrezza della più chiara seggia desiderata, andò alla nave de' Romani di tre remi. Et avendo paura li marinari di quella cosa mai non veduta, in su essa salìe, dov' era il tabernacolo di Quinto Ogulino legato, e per sommo riposo si rivolse in molti giri. Allora li [p. 94] ambasciatori, sì come avessero in loro balìa la cosa desiderata, avendo fatte molte grazie e sacrificii a dio, il serpente più apertamente ricevuto, indi la nave isciolsero lieti. E poi che con prosperevole navicamento arrivarono ad Anzio, il serpente che in ogni luogo, dove infino ivi arrivati erano, in nave rimaso era, gittatosi in sullo limitare del tempio d' Esculapio, aggiroe la palma soprastante di grandissima altezza colla mortina con ispessi rami sparta. E tre dì postoli innanzi quelle cose che usato era di mangiare, non senza grande paura de' legati temendo ch' elli non volesse ritornare nella nave, poi ch' elli avea usata l' albergaria del tempio Anziese si rendeo a recare alla nostra cittade. Et usciti poi fuori li legati nella riva del Tevere, nell' isola dov' è edificato il tempio trapassoe notando, e colla sua venuta caccioe quella tempesta, per lo cui remedio era stato elli cercato. E non fu meno di propria volontade il trapassamento della statua di Junone fatto da Veja alla nostra cittade. Poi che li Vejentani presi furono da Furio Camillo, dovendo li militi trasportare l' idolo di Junone alla nostra cittade per comandamento dello imperatore, che ivi era adorata con grandissima religione, [p. 95] quelli si sforzaro di mutarla di quello luogo. Da l' uno de' militi la dea fu domandata per giuoco, se ella volea passare a Roma. Rispose: «Sì voglio». L' udita di questa voce convertì il giuoco in ammirazione. E già credendosi portare non statua, ma Junone stessa chiesta di cielo, lieti l' allogarono in quella parte del monte Aventino, dove noi vediamo ora il suo tempio.
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