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  • Tema di una citazione di Dante Alighieri, per domani...

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pescarapersemore
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La citazione è " E' chiaro che la pace universale è la migliore tra le cose che concorrono alla nostra felicità "
Grazie
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La pace universale come finalità religiosa


Tutti gli uomini quindi sono chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, si infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.
[dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium – n.13 -, del Concilio Vaticano 2°]
La prima volta che mi posi veramente il problema della pace come finalità religiosa fu quando partecipai, la sera dell’ultimo dell’anno del 1981, a una Marcia della pace che fu percorsa qui a Roma, dal Colosseo a piazza San Giovanni e che terminò con la Messa nella basilica lateranense. All’inizio pronunciò un breve discorso il rabbino capo di Roma prof. Elio Toaff e il tema che svolse fu quello del rapporto tra pace e giustizia: non si poteva essere vera pace senza giustizia e la vera giustizia non era quella dei compromessi che si fanno nelle storie umane ma quella religiosa.
Negli anni ’70, che pure erano stati piuttosto turbolenti in Italia, si era parlato molto di pace nel mondo giovanile, ma in genere non se ne era colto il senso religioso e questo nonostante la dottrina sociale della Chiesa cattolica e il Concilio Vaticano 2° l’avessero molto messo in risalto. Il mondo all’epoca era diviso in due blocchi, quello capitalista e quello comunista, e la Chiesa cattolica veniva annoverata nel primo. Nella società italiana, poi, la Chiesa cattolica veniva vista come alleata di chi comandava, in politica con la Democrazia Cristiana, nelle relazioni di lavoro con i padroni, tanto che c’era l’uso di chiedere raccomandazioni di lavoro al parroco, quando non c’era di meglio.
Il problema è che, in genere, il conseguimento della giustizia richiede una lotta, non è una cosa naturale nelle società umane. In esse i rapporti vengono strutturati sulla base della forza delle componenti che si scontrano per l’affermazione dei propri interessi. Questo lega la stabilità delle società umane all’impiego della forza e quindi, come conseguenza, la possibilità del mutamento di un ordine sociale all’esercizio di una forza maggiore. Le democrazie contemporanee sono i regimi politici in cui si fa un minor impiego della forza, ma anch’esse si sono affermate con la forza, per scardinare ordini politici precedenti, i quali resistevano al cambiamento.
Ma anche se si riuscisse a realizzare un ordine giusto esso tuttavia non potrebbe fare a meno di prevedere l’impiego di una certa forza, per resistere a sua volta a cambiamenti prodotti dall’aggressione opportunistica di chi voglia di più per sé o per il proprio gruppo. Nell’antichità romana si era soliti ricordare il detto secondo il quale se si vuole la pace, bisogna preparare la guerra, ma poi quel tipo di pace sarebbe veramente tale? Tacito scrisse la celebre frase, a proposito della politica romana: fanno un deserto e lo chiamano pace.
Il problema della pace universale è piuttosto recente. Risale fondamentalmente al periodo storico in cui si affermò il movimento filosofico detto dell’Illuminismo, nel Settecento. L’idea che in questo movimento per la pace universale possano essere coinvolti tutti i popoli della terra, anche, per dire, gli aborigeni o le genti socialmente meno sviluppate, è ancora più recente: risale al periodo tra le due guerre mondiali del Novecento. Le immani stragi che ne conseguirono, che non si erano mai verificate in alcun altro periodo della storia dell’umanità, e soprattutto la possibilità concreta di stragi ancora maggiore derivanti da un conflitto con l’impiego di armi nucleari, portarono alla revisione delle idee che si avevano sul problema della guerra. Fino ad allora la guerra, vista essenzialmente come manifestazioni di conflitti tra dinastie regnanti, non era stata un vero problema per la Chiesa cattolica, che vi si era, anzi, trovata spesso invischiata e, in ogni caso, aveva sempre voluto dire la propria sulle guerre che coinvolgevano potenze europee. Del resto nella Bibbia ci sono molte guerre, alcune che vengono presentate come giuste, quelle a beneficio degli israeliti e dell’unità del loro popolo, e altre malvagie, quelle contro gli israeliti e che comportano la divisione di quel popolo. Fondamentalmente l’ideologia cattolica sulla guerra si era sempre rifatta a quell’ordine di idee. Nell’Apocalisse, l’ultimo libro del Nuovo Testamento e della Bibbia cattolica, si narra di molte guerre sanguinose e si situa alla fine dei tempi l’avvento della pace religiosa, ma non come opera degli esseri umani, ma come iniziativa portentosa soprannaturale, per cui la nuova Città dell’uomo la si vedrà venire dall’alto, già tutta pronta, adorna come la sposa per lo sposo.
Nelle guerre tra popoli in prevalenza cristiani, i rispettivi preti e religiosi parteggiavano per i propri stati e i propri eserciti, invocando il soccorso divino per le pretese nazionali. Alla fine delle guerre, nelle nazioni dei vincitori si celebravano Messe di ringraziamento per la vittoria e pochi vi videro un’incongruenza religiosa, mentre il filosofo tedesco Emanuele Kant (1724-1804) vi scrisse sopra pagine roventi nella sua opera Per la pace perpetua (1795). Secondo lui si sarebbero invece dovute celebrare Messe funebri e riti penitenziali per ricordare i tanti morti che la pace era costata sui due lati del fronte e, soprattutto, l’insuccesso della ragione umana che non era riuscita se non con quella barbarie a regolare i rapporti tra nazioni.
Un precursore come don Lorenzo Milani entrò in contrasto con i cappellani militari per discorsi come quelli e, quando si disse a favore dell’obiezione di coscienza su basi anche religiose al servizio militare, fu messo sotto processo penale. Si era negli anni Sessanta, e si era già dopo il Concilio Vaticano 2°.
Il modo in cui nel Novecento la Chiesa manifestò per un certo tempo la sua adesione alla pace fu quello della neutralità. Dopo la Seconda guerra mondiale esso risultò profondamente insoddisfacente. Si disse, ad esempio, che non era stato detto e fatto abbastanza di fronte all’enormità del disegno criminale hitleriano dello sterminio delle popolazioni ebraiche europee, manifesto fin dall’inizio come proposito e noto alla Santa Sede anche nella fase attuativa attraverso i suoi canali diplomatici. Rimanere neutrali è un modo debole di promuovere la pace: semplicemente si cerca di non accrescere le ragioni di conflitto e di non portarvi nuovi combattenti, ma si rimane sostanzialmente indifferenti sulle cause della guerra, che in genere si fondano su pretese ingiustizie sociali.
Dopo la Seconda guerra mondiale la Chiesa cattolica parteggiò apertamente per il blocco capitalista, che si contrapponeva a quello sovietico, in cui si era apertamente avversi alla religione e al clero. Si vide un senso religioso allo stallo per cui le grandi potenze nucleari, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, si trovavano nelle condizioni di dover evitare un conflitto globale con l’impiego di armi nucleari per il concreto pericolo di sterminare le loro stesse popolazioni. Si trattava in effetti di un paradosso: la pace poteva essere mantenuta mantenendo un equilibrio nelle armi più devastanti che andava sempre situandosi al rialzo.
In Europa si andò ideando un ordinamento diverso da quelli che avevano preceduto nella storia dell’umanità, nel quale la pace fosse mantenuta attraverso una forma di collaborazione e di integrazioni dei popoli. Questo processo vide protagonisti politici cattolici, ma non la gerarchia cattolica, in genere piuttosto sospettosa verso iniziative del genere. Essa infatti ragionava essenzialmente, nella politica internazionale, in termini diplomatici e una nuova entità europea sovranazionale sarebbe stato un altro organismo con cui patteggiare un accomodamento, una specie di nuovo concordato, qualcosa che metteva in questione gli accordi che già in varie parti si erano raggiunti con gli stati nazionali.
In questo periodo, e ancora oggi, l’idea di un’istituzione di promozione della pace universale che la gerarchia cattolica ha è quella di una potenza sovraordinata a tutte le altre potenze, capace di imporre una sorta di polizia internazionale per il mantenimento della pace. Essa confida molto nell’organizzazione delle Nazioni Unite. Si è visto però che quest’ultimo organismo, che realizza una forma di effettiva concertazione permanente tra nazioni, è in definitiva alla mercé delle potenze maggiori, che oggi non sono più solo le potenze vincitrici della Seconda Guerra mondiale. E la concertazione di maggior rilevo è quella che si assume nel Consiglio di sicurezza in occasione di crisi internazionali, quando viene data l’autorizzazione a una superpotenza militare di intervenire in un teatro di guerra, come ripetutamente accaduto negli anni passati.
L’ordinamento pacifico su cui si fonda l’idea europea è profondamente diversa, perché la si vuole fondare dal basso e, in particolare, attraverso la realizzazione in concreto di diritti umani fondamentali e di una comune dignità delle persone dei popoli coinvolti nel processo di pacificazione. Questa soluzione si è dimostrata capace di mantenere la pace in Europa dal 1945, tra popoli che si erano storicamente combattuti per secoli, anche su basi religiose. Essa ha anche determinato un moto centripeto, per cui i popoli d’intorno chiedono di unirsi a quelli che si sono già in tal modo federati. Addirittura questo moto ha coinvolto un popolo erede di uno storico nemico come la Turchia, islamica.
Attualmente la dottrina sociale della Chiesa oscilla tra l’idea di una pace mantenuta con la forza da un’autorità mondiale e quella realizzata a partire da popoli profondamente federati. La prima soluzione è conforme alla storica tradizione diplomatica della nostra Chiesa, quindi alla sapienza con cui ha saputo intavolare di volta in volta trattative con i sovrani, la seconda presenta l’incognita della volontà popolare. La gerarchia cattolica è piuttosto diffidente verso quest’ultima, tanto da rifiutare la democrazia come metodo organizzativo al proprio interno. Eppure è proprio dalla pace come obiettivo culturale dei popoli che sono venuti i migliori risultati, lì dove si è avuto un disarmo degli spiriti che ha reso inutili le armi materiali. La convergenza dei popoli ha prodotto l’abbattimento di storiche e sanguinose frontiere come quelle tra l’Italia e l’Austria o tra la Francia e la Germania. Ma il suo fondamento ideologico, pur dovendo molto alle idee religiose dei cristiani, in particolare a quelle che erano state meno sviluppate nella storia europea, non coincide totalmente con la dottrina cattolica e, anzi, su certi punti può addirittura contrastare con essa, in particolare in sviluppi recenti, come quelli che riguardano le libertà religiose o la discriminazione su base sessuale.
C’è inoltre il problema di costruire un nuovo ordine economico, fondato su principi di giustizia sociale ma anche di efficienza economica. Questo è prettamente un lavoro in cui devono impegnarsi i laici cattolici, ma che succede quando sono in questione interessi economici della Chiesa cattolica intesa come organizzazione?
Per la prima volta nella storia i cattolici sentono che la questione della giustizia come fondamento della pace universale coinvolge anche la loro Chiesa, la sua struttura e i suoi interessi come organizzazione sociale. In particolare è centrale il tema del ruolo delle donne, le quali, con varie argomentazioni, vengono tenute fuori dai centri di elaborazione della dottrina comune. Ma vengono in rilievo molte alte questioni che sono rimaste irrisolte e che in qualche modo possono essere riassunte nel dibattito sull’appartenenza ecclesiale come unica via di salvezza. Questa è stata storicamente l’occasione di infiniti conflitti a base religiosa.
In queste settimane sono stati tra noi membri del movimento che si è formato intorno alla comunità ecumenica di vita religiosa di Taizé, in Francia. Lì è concretamente dimostrata e prefigurata la possibilità di una coesistenza pacifica tra diverse idealità religiose cristiane che, dal punto di vista teologico, non è invece ancora del tutto scontata.
Nel processo ideale di unificazione europea la gerarchia è stata come trascinata dagli eventi, non ne è stata protagonista. La dottrina sociale in merito è ancora insufficiente. In questo noi laici siamo chiamati ad avere oltre che un ruolo esecutivo, un ruolo ideativo, a pensare un modo nuovo di essere persone religiose nella nuova Europa. Poi, come sempre è accaduto, seguiranno la teologia e la dottrina, per sancire ciò che si sarà dimostrato valido.
Azione cattolica è anche tutto questo. Non consiste solo nel portare gente in chiesa. E’ un compito molto complesso nella società del nostro tempo. E’ un lavoro che supera le capacità del nostro piccolo gruppo parrocchiale? In realtà no, perché noi ragioniamo religiosamente. Così come nella Messa pensiamo di rendere presente l’unica Chiesa universale, allo stesso modo possiamo ragionare tra noi sentendoci parte dell’intera umanità, per escogitare, secondo la terminologia del filosofo e giurista Norberto Bobbio, le vie della pace (1966), ripubblicato da Il Mulino nel 2009).

http://acvivearomavalli.blogspot.it/2012/12/la-pace-universale-come-finalita.html
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