Ariel 91
Ariel 91 - Sapiens - 440 Punti
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Vi prego potreste aiutarmi ed offrirmi qualche spunto per eseguire questo tema per domani,la traccia è la seguente:
"Chi non sa di tremila anni fa vive ignaro,all'oscuro e alla giornata"(Goethe) esponi cosa pensi in merito a questo periodo e spiega perchè secondo te è importante lo studio della Storia

per favore rispondetemi......è straurgente.............ciao e grazie
SuperGaara
SuperGaara - Mito - 120308 Punti
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Questi articoli ti possono essere utile ;):yes:

Ecco il primo

Io credo che non si può rinunciare a un senso della storia, in quanto, volenti o nolenti, noi facciamo sempre delle ipotesi sul senso della storia; quindi quelli che dicono che le filosofie della storia son finite, che le ideologie sono morte, aggiungendoci tutti quei proclami che continuamente si fanno di certificati di morte su tutto: è morta l'arte, è morto il cinema, la storia è finita: son tutte buffonate, io credo. Ecco, io vorrei partire appunto da quest’idea: c'è stato un giapponese, che si chiama Fukuyama, che ha avuto un enorme successo in questi ultimi tempi, è un giapponese americano, lavora al Dipartimento di Stato a Washington, il quale sostiene che la storia è finita, che dopo la caduta del muro di Berlino tutto il mondo è unificato, siamo tutti diventati liberali e democratici e che quindi sì, gli eventi continueranno a scorrere, però a un certo punto il binario è stato tracciato. A me questo sembra che sia un errore gigantesco, perché se avesse scritto il libro qualche anno dopo avrebbe capito che la caduta del muro di Berlino, per quanto possa essere salutata per certi aspetti come una sorta di soddisfazione, di giubilo, ha introdotto problemi nuovi e diversi in un mondo che non è più bipolare ma monopolare, per esempio l'impossibilità da parte di Stati guardiani di controllare le guerre locali, e quindi la necessità di interventi cosiddetti umanitari dell'ONU o di guerre di altro tipo come quella del Golfo. Quindi non è che la storia è finita, del resto democrazia e liberalesimo non si esportano come una qualsiasi merce, bisogna che ci sia, per così dire, un fondo di abitudine o che i popoli imparino ad entrare in queste forme politiche e culturali.

Chi dice di non avere una filosofia della storia in generale ha la peggiore. Per cui secondo me il problema non è quello di negare che gli eventi abbiano un senso, è di mettere le carte sul tavolo: dimmi quali sono le categorie, quali sono i criteri attraverso i quali tu dai senso alla storia e vediamo se queste categorie e questi criteri si possono discutere e si può capire qual è la forma di senso che si dà alla storia; perché noi, volenti o nolenti, non possiamo vivere in un mondo completamente insensato, noi attribuiamo continuamente il senso alla storia, allora visto che lo facciamo cerchiamo di farlo nel modo migliore, cerchiamo di evitare di dire che la storia ha un senso arbitrario o che la storia deve essere interpretata col semplice buon senso, perché il buon senso, come dire, non è una grande categoria, fa passare tra le sue maglie larghe qualsiasi interpretazione. Di modo che la mia ipotesi, o meglio la mia tesi, è che si debba riformulare, di fronte al crollo delle filosofie della storia o della concezione del senso della storia legato al passato, la nostra idea di storia.

Quindi il compito che si pone nella storia è analogo a quello che si pone nell'etica del rapporto tra le nazioni: essere capaci di ascoltare la voce degli altri, costruire una storia unitaria che è più simile, diciamo, all'intreccio di una corda formata da tanti fili, che non a una marcia trionfale, poniamo dell'Occidente, o se volete di qualsiasi altra ideologia esclusivistica, che pretenda che la storia è fatta da qualcuno e gli altri siano soltanto dei comprimari. Noi dobbiamo arrivare a una concezione più pluralistica, anche se non necessariamente relativistica, perché non si deve tollerare tutto, della storia umana, capire appunto le varie componenti di questa storia, capire in sostanza non dove va la storia, perché questa è una preoccupazione in fondo legata all'idea che la storia non solo debba andare in qualche parte, ma debba andare in maniera convergente da qualche parte, che tutti i popoli e tutti gli individui debbano entrare in un'unica storia; ma chi l'ha detto, può darsi che il bello sia nell'entrare in più storie, purché queste storie siano delle storie compatibili, in cui le diversità si moltiplichino e in cui la necessità di una storia non sia più cogente, non ci ossessioni più come nel passato, che molte storie fioriscano, purché non siano storie di sopraffazione reciproca o di sterminio reciproco.

Dall'intervista Il senso della storia , 30 giugno 1994 Napoli
SuperGaara
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Il secondo

Quello che oggi noi chiamiamo mancanza di senso storico è in realtà l'incredulità, che manifestano soprattutto le giovani generazioni, che sono abituate anche a un mondo molto più mobile attraverso i mezzi di comunicazione di massa, nei confronti della capacità della storia di andare in una certa direzione che sia visibile; cioè la gente non crede più molto facilmente che il passato possa insegnarci qualche cosa; però non è che per questo vive come gli smemorati di Collegno, non è che cancelli il tipo di memoria, è che i criteri di selezione di ciò che deve esser ricordato e che è degno di essere ricordato, che serve ricordare, e ciò che invece non è degno o non serve ricordare sono cambiati. Succede che quello che noi chiamiamo mancanza di senso storico è paradossalmente qualche cosa che si riscontra oggi, a livello soggettivo, mentre cambia il valore della storia e mentre soprattutto, attraverso la televisione, attraverso i dischi, il cinema, attraverso tutti i mezzi dell'elettronica mai come oggi è stato possibile raccogliere e raggiungere una quantità enorme di documentazione.

Quindi, in realtà, noi ci troviamo in una situazione piuttosto strana, perché proprio mentre possiamo attingere a tutte le fonti con maggiore facilità che nel passato, ad esempio basta aprire un computer e mettersi in collegamento con qualsiasi grande biblioteca del mondo e ricevere documentazione su tutto, e forse proprio per eccesso di offerta, per eccesso, come dire, di shocks che noi subiamo guardando la televisione per esempio su tutto quello che accade nel mondo, che si è in un certo modo intorbidita la nostra capacità di guardare gli eventi. In altri termini, finché la storia si riteneva orientata o dalla provvidenza o dalla direzione verso il meglio, e finché gli eventi erano selezionabili piuttosto facilmente perché riguardavano ciò che ci capitava da vicino, era più facile credere che la storia avesse un senso. Oggi che siamo bombardati da eventi centrifughi, ognuno dei quali sembra obbedire a delle logiche che ci sfuggono, è difficile credere che la conoscenza del passato o del presente possa orientarci. Vale però la pena osservare che senza memoria storica e senza fare delle ipotesi su quello che è il nostro futuro non si vive, quindi in qualche maniera noi siamo alla ricerca di modi di comprendere il passato e noi stessi nel tempo che ci diano un qualche senso.

Dall'intervista Il senso della storia , 30 giugno 1994 Napoli
SuperGaara
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Il terzo

Io credo che il nostro concetto di storia sia in realtà il risultato di un incrocio, di un'ibridazione tra storia e utopia, e mi spiego: le utopie, prendiamo soltanto per brevità quelle moderne, sono descrizioni di società perfette che si trovano nello spazio, generalmente in isole, cui si giunge per caso, ad esempio per effetto di un naufragio, ma le utopie per definizione sono una perfezione irraggiungibile, sono delle pitture, diciamo, in rosa, per segnare il contrasto rispetto a quello che è la realtà, che invece è fatta in bianco e nero o più nero che bianco.

Il grande passo in avanti si compie alla fine del '700, si può stabilire anche una data,il 1770, quando uno scrittore francese, Sébastien Mercier, scrive il romanzo utopico, o ucronico come dirò subito, intitolato L'anno 2440, nel quale per la prima volta la perfezione non è posta nello spazio ma nel tempo e cioè posta nel futuro; le conseguenze di questo modo di impostare le cose, anche se a livello di romanzo, noi diremmo oggi di fantascienza, sono enormi, perché se la perfezione, la società umana perfetta è posta nel futuro, vuol dire che possiamo iniziare dal presente una marcia di avvicinamento verso il futuro e che quindi la perfezione è possibile, il progresso è possibile e che la storia quindi si impossessa di quelle caratteristiche che prima erano attribuite alla utopia in quanto tale. Quindi le ucronie non sono altro che generi di utopia in cui la perfezione non è posta più nello spazio irraggiungibile, ma nel tempo e quindi in una dimensione raggiungibile.

E' la fusione della storia, che prima in generale era un semplice racconto di eventi in cui o agiva la divina provvidenza, cioè al di fuori della capacità di controllo degli uomini, oppure non ci si preoccupava di chiedersi in che direzione andava la storia; ora per la prima volta la storia diventa vertebrata, ha una spina dorsale, la storia tende verso una perfezione raggiungibile non in paradiso ma su questa terra. E quindi la storia viene innervata di utopia e l'utopia, se vogliamo usare questa espressione, invece di essere una perfezione vagante, viene zavorrata di storia; cioè insomma, se è lecita una battuta, la nostra concezione della storia, che è, ripeto, un incrocio tra storia e utopia, è la presentazione di una sorta di mappa del tesoro, di percorsi ad ostacoli, che la storia assegna, per giungere a conquistare questo tipo di perfezione; quindi il nostro concetto di storia è una carta geografica in cui si presentano valichi, vincoli, sbarramenti al nostro desiderio di migliorare il mondo, ma insieme si mostrano anche le possibilità che ci sono aperte. In questo senso allora la concezione che noi abbiamo della storia in realtà non è semplicemente la storia come memoria del passato, è la storia come attesa di un futuro cui il passato ci rimanda per indizi, come dei segnali stradali.

Dall'intervista Il senso della storia , 30 giugno 1994 Napoli
Ariel 91
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grazie mille.......chi ha altri spunti non esiti a darmeli
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