GiadaSuper Divina
GiadaSuper Divina - Ominide - 2 Punti
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Raga gentilmente mi potreste fare un riassunto sulla crisi della repubblica e nuova cultura è urgente
Grazie mille !!! xD
coltina
coltina - Genius - 11957 Punti
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Dovresti postarlo nella sezione di storia o al massimo di latino, visto che, se non ho capito male, ti riferisci alla crisi della repubblica nel mondo romano antico
mohamed9
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LA CRISI DELLA REPUBBLICA E LA SOCIETÀ ROMANA

I CONFLITTI DURANTE LA TARDA REPUBBLICA
La crisi, provocata nella società romana dalla trasformazione strutturale compiutasi a partire dalla Seconda Guerra Punica, raggiunse, dopo la metà del II secolo a.C., una fase nella quale lo scoppio di aperti conflitti era inevitabile: l’inasprimento dei contrasti all’interno della struttura sociale romana e le debolezze del sistema di dominio repubblicano, ebbero come conseguenza che divamparono le lotte politiche e sociali. La storia degli ultimi cento anni della repubblica romana è segnata dal continuo divampare di questi conflitti. Questo periodo viene designato come “età della rivoluzione”; tuttavia, è più appropriato parlare della crisi politica e sociale della repubblica.
La natura eterogenea di tali conflitti è riconoscibile, da una parte, dalla loro tipologia, dall’altra, dalla fluttuazione del loro carattere complessivo. Gli aperti conflitti di questa epoca possono essere suddivisi in quattro tipi. I primi tre furono le guerre servili, la resistenza dei provinciali contro il dominio romano e la lotta degli Italici contro Roma. Nelle guerre servili si contrapposero fronti sociali chiari, poiché si trattò di una lotta degli schiavi delle campagne contro i proprietari di schiavi e contro l’apparato statale romano. Le rivolte dei provinciali e degli Italici contro il dominio romano furono sostenute da gruppi sociali compositi ed il loro obiettivo fu la liberazione di comunità, Stati o popolazioni un tempo indipendenti dall’oppressione dello Stato dei Romani; non mancò un carattere sociale, poiché spesso furono gli strati sociali inferiori della popolazione ad opporre contro Roma una resistenza violenta.
Il quarto tipo di conflitti della tarda repubblica furono quei contrasti e quelle lotte che si svolsero all’interno del corpo cittadino romano tra differenti gruppi di interesse. Nel periodo dei Gracchi, i motivi sociali furono predominanti. La richiesta centrale era la soluzione dei problemi sociali delle masse proletarie di Roma. Questi due gruppi furono designati come populares e optimates. Questi conflitti furono contrasti politici, condotti nell’ambito delle istituzioni politiche e con mezzi politici ed in cui fu in gioco anche il potere politico dello Stato. I fronti sociali in questi conflitti non furono del tutto chiari e l’eterogeneità sociale crebbe nel corso del tempo. Il contenuto sociale fu relegato in secondo piano, mentre aumentò l’importanza della questione del potere politico.
A partire dagli anni ’80 e ’70 di questo secolo, gli altri conflitti si placarono. Il problema fu soltanto il potere nello Stato. La conseguenza dei conflitti fu il cambiamento non della struttura della società romana, ma della forma di Stato da quest’ultima sostenuta.

LE RIVOLTE DEGLI SCHIAVI, DEI PROVINCIALI E DEGLI ITALICI
Mai, nel corso di tutta la storia antica, i contrasti tra gli schiavi ed i loro padroni si espressero nella stessa misura e con la stessa violenza come nei movimenti servili dell’ultimo terzo del II e del primo terzo del I secolo a.C., che cominciarono con la rivolta degli schiavi siciliani e finirono con la ribellione di Spartaco. Diodoro Siculo ne mise in rilievo le cause nella descrizione dello sfondo storico della prima rivolta servile siciliana. Queste rivolte erano il prodotto dello sviluppo della schiavitù romana a partire dalla Seconda Guerra Punica.
Non si arrivò ad un movimento rivoluzionario unitario: mancava un’ideologia rivoluzionaria unitaria e le possibilità di comunicazione tra gli schiavi erano limitate. Gli interessi e gli obiettivi dei singoli gruppi di schiavi erano differenti: gli obiettivi politici andavano dalla costituzione di uno Stato autonomo all’interno del mondo romano fino al rimpatrio degli schiavi nelle loro terre d’origine. Le rivolte servili, dunque, poterono scoppiare solo isolate l’una dall’altra nello spazio e nel tempo.
La prima guerra servile ebbe luogo in Sicilia, nel 135-132 a.C. Partì da gruppi minori di schiavi, tra i quali erano presenti pastori armati, che formarono bande incontrollate di briganti. S’impossessarono di Enna e proclamarono re il loro capo, Euno. Dopo che ai rivoltosi fu unito un altro gruppo di schiavi ribelli, sotto la guida del cilicio Cleone, i seguaci di Euno conseguirono notevoli successi e furono sconfitti solo dopo una guerra piuttosto lunga.
Nel 133-129 a.C., nella zona occidentale dell’Asia Minore, scoppiò la rivolta di Aristonico: questo figlio illegittimo del penultimo sovrano di Pergamo rivendicò la signoria su questo Stato che, per testamento, era stato lasciato ai Romani: egli mobilitò gli schiavi ed i contadini poveri e poté essere battuto solo dopo una guerra lunga e sanguinosa.
Scoppiarono sommosse tra gli schiavi nell’Italia meridionale, a Nocera ed a Capua; un’altra rivolta ebbe origine perché un cavaliere romano di nome Tito Vettio armò i propri schiavi contro i suoi creditori.
Dopo queste rivolte, si giunse alla seconda guerra servile siciliana, nel 104-101 a.C.: nella situazione di crisi della politica estera, provocata dalla guerra contro i Cimbri, il senato decretò che i cittadini deportati ed asserviti, originari degli Stati alleati di Roma, fossero rimessi a piede libero, ma in Sicilia i proprietari di schiavi sabotarono l’attuazione di questo provvedimento. Nell’isola scoppiò una guerra servile. La rivolta prese le mosse da due gruppi di schiavi, che si formarono attorno al siriaco Salvio ed al cilicio Atenione; fu necessaria una dura guerra prima che i Romani fossero padroni della situazione in Sicilia.
Il movimento guidato in Italia dal gladiatore trace Spartaco, tra il 74 ed il 71 a.C., scoppiò una generazione più tardi. La rivolta nacque da un complotto di gladiatori a Capua, la cui resistenza fu possibile spezzare solo dopo una lunga guerra, nella quale Roma, sotto il comando di Marco Licinio Crasso, dovette impiegare contro gli schiavi otto legioni.
I singoli movimenti servili erano uniti da una serie di elementi strutturali comuni che rispecchiavano la natura di questi conflitti. I movimenti prendevano le mosse da singoli gruppi servili più ristretti, che erano difficilmente controllabili e disponevano di armi; dopo i primi successi, queste rivolte crescevano in movimenti di massa. Le masse ribelli si organizzavano agli ordini di capi capaci, la cui autorità veniva riconosciuta o in considerazione delle loro capacità organizzative e militari, o del loro carisma. Il loro obiettivo era o la fondazione di un proprio Stato o, come nel caso di Spartaco, l’evasione dall’Italia verso la Gallia e la Tracia. I ribelli non abolirono l’istituto della schiavitù, ma rovesciarono soltanto le parti. Questa è la ragione per la quale questi movimenti non erano adatti a cambiare la struttura della società romana; senza appoggio da parte di altri gruppi sociali, senza un’organizzazione rivoluzionaria unitaria e senza un programma rivoluzionario, essi erano votati al fallimento.
Le conseguenze storiche delle guerre servili non furono decisive per la successiva storia di Roma. Nei circoli dei proprietari di schiavi cominciò a diffondersi l’idea che il trattamento brutale e lo sfruttamento degli schiavi erano una forma di economia servile inadeguata per motivi tanto politici quanto economici. La condizione degli schiavi cominciò a migliorare dopo la sollevazione di Spartaco. Molti schiavi furono pronti a seguire i politici, che promettevano loro libertà e benessere. Le conseguenze delle rivolte servili per la società romana non furono diverse da quelle degli altri conflitti della tarda repubblica.
A conseguenze simili a quelle delle guerre servili portarono i conflitti tra la popolazione oppressa delle province e coloro che beneficiavano del dominio romano. L’opposizione dei provinciali poteva essere collegata con una sollevazione servile: la rivolta di Aristonico fu una sollevazione servile, ma, nello stesso tempo, fu un’insurrezione degli strati più poveri della popolazione contadina dell’Asia Minore occidentale. Quarant’anni dopo, nell’Asia Minore occidentale ed in Grecia si verificò un altro movimento di massa anti-romano; questo poté scoppiare con l’aiuto straniero, grazie all’attacco del re del Ponto, Mitridate, contro i territori sotto l’influenza romana. I sostenitori di tale rivolta furono gli strati sociali inferiori della popolazione libera, il cui odio era indirizzato contro i commercianti, gli imprenditori e gli esattori delle tasse dell’ordine equestre.
Movimenti di questo genere non produssero alcun cambiamento strutturale nel sistema sociale romano, poiché miravano non alla trasformazione dei questo ordinamento sociale dall’interno, ma alla caduta del dominio dello Stato romano. Fallirono come le rivolte servili. Tali conflitti contribuirono ad una mitigazione della brutale oppressione delle province e portarono al convincimento che gli strati sociali superiori locali potevano essere inseriti nel sistema di dominio di Roma, con la concessione della cittadinanza e di altri privilegi, a sostegno dell’ordinamento politico e sociale romano.
Le tensioni tra Romani e Italici aumentarono a partire dalla metà del II secolo a.C. Queste provocarono, nel 125 a.C., una rivolta a Fregelle, dopo che il console Marco Fulvio Flacco aveva perseguito un’estensione della cittadinanza. Dopo i tentativi di riforma di Caio Sempronio Gracco e di Lucio Appuleio Saturnino, il programma riformatore del tribuno della plebe Marco Livio Druso dovette naufragare contro l’opposizione dell’oligarchia: la tensione si trasformò nella sollevazione degli alleati italici contro Roma (bellum sociale) che, dal 91 all’89 a.C., trasformò l’Italia in un campo di battaglia.
Daniele
Daniele - Blogger - 27608 Punti
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Mohamed, hai fatto un copia e incolla da internet...
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