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  • Parafrasi Iliade, VI, 390 - 492 Erisittone, Andromaca e Astianatte

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Mikaela_1305
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Di qui voleva uscire in campo, quando
gli venne incontro di corsa Andromaca,
la ricca sposa, figlia del nobile Eezione,
che sotto il Placo boscoso, in Tebe Ipoplacia
regnava sulle genti di Cicilia. E sua figlia
stava ora con Ettore. Gli venne dunque incontro
con la nutrice che aveva in braccio il bambino,
il figlio amato di Ettore, simile a una chiara stella.
Scamandrio lo chiamava il padre e gli altri Astianatte
perché Ettore difendeva Ilio da solo.
Egli sorrise in silenzio guardando il bambino;
ma Andromaca, vicino a lui piangeva. Poi
gli prese la mano dicendo "Ti perderai
per il tuo coraggio, infelice. Del figlio
non hai pietà, né di me disperata
che presto sarò vedova. Gli Achei ti uccideranno:
sarai assalito da tutti. Meglio, non avendo più te,
scendere sotto terra. Non proverò più gioia,
solo dolore. Non ho più padre né madre.
Achille uccise mio padre e distrusse Tebe,
la città dei Cilici dalle alte porte.
Non spogliò Eezione: aveva paura nel cuore,
e lo fece bruciare con le belle armi.
Sopra gli innalzò un tumulo di terra, e intorno
le ninfe dei monti, figlie di Zeus,
vi piantarono degli olmi. I miei sette fratelli
che erano cone me nella reggia, nello stesso giorno
scesero nell'Ade colpiti della frecce di Achille
vicino alle mandrie di buoi e di bianche pecore.
Mia madre regnava sotto il Placo boscoso,
portata qui da Achille con tutte le sue ricchezze
fu liberata con un forte riscatto; ma l'arciera
Artemida la uccise nella reggia di suo padre.
Tu, Ettore sei per me, padre, madre, fratello,
giovane sposo. Abbi pietà di me: resta qui
sulla torre: non fare di tuo figlio un orfano
e di me una vedova. Ferma l'esercito vicino
al fico selvatico. Di là è facile attaccare Troia
scalando il muro. I più valorosi,
quelli che stanno con i due Aiaci, con Idomeneo,
con i figli di Atreo e il figlio di Tideo,
per tre volte tentarono l'assalto da quel luogo,
o perché informati da un indovino
che lo conosceva o guidati dal loro coraggio".
Allora il grande Ettore le rispose:
"Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me,
ma avrei molta vergogna dei Troiani e delle Troiane
dai lunghi pepli se restassi come un vile lontano
dalla guerra. Nè l'anima mia vuole:
ho imparato a essere sempre coraggioso
e a battermi nelle prime file dei Troiani
con grande gloria per mio padre e per me.
So benequesto nella mente e nel cuore:
un giorno la sacra Ilio verrà distrutta
e Priamo e i suoi soldati saranno sconfitti.
Non m'importa nulla, né il dolore futuro dei Troiani,
né quello di Ecuba o del re Priamo o dei miei fratelli
che numerosi, forti, cadranno forse nella polvere
per mano dei nemici. Tanta angoscia
avrò invece per te quando qualcuno degli Achei
ti porterà via piangente, come schiava.
E vivendo in Argo dovrai tessere la tela
per un'altra e prendere acqua alla fonte
Messeide o Iperea. E anche non volendo
vi sarai costretta dalla dura sorte
che peserà su di te. E talvolta qualcuno
se ti vedrà in lacrime potrà dire 'Ecco
la sposa di Ettore, primo dei Troiani
quando lottavano per Ilio'. Certo un giorno
ti diranno così; e sarà un nuovo dolore per te.
Rimpiangerai l'uomo che poteva allontanare
la tua schiavitù. Ma che la terra mi ricopra
prima di sentire le tue grida mentre ti portano via".
Detto questo, Ettore tese le braccia al figlio;
ma egli si voltò verso il seno della nutrice,
urlando spaventato dall'aspetto del padre,
dalla lancia e dal cimiero irto du crini di cavallo
che vedeva agitarsi terribili sull'elmo.
Sorrise il caro e la nobile madre,
e subito Ettore si tolse l'elmo e lo posò per terra
luminoso. Poi baciò il figlio amato,
lo fece saltare sulle braccia e disse pregando Zeus
e altri numi "Zeus, e voi del cielo,
fate che mio figlio cresca e diventi come me
uno dei primi Troiani, pieno di forza
e che regni sovrano su Ilio, così che qualcuno
possa dire di lui che torna dalla guerra:
'E' molto più forte del padre'. E che porti
le spoglie insanguinate di un nemico
e ne abbia gioia in cuore la madre".
Dopo queste parole mise il figlio
in braccio alla cara sposa. Ed essa lo strinse
al petto odoroso sorridendo fra le lacrime.
Ettore si commosse, l'accarezzò con la mano
e le disse "Non essere in pena per me,
infelice. Non uno, contro il destino,
mi farà precipitare nell'Ade. E ancora
ti dico che nessuno può evitare la Moira
già dalla nascita, sia coraggioso o vile.
Ora torna al suo lavoro,
il telaio e il fuso, e ordina alle schiave
di curare la casa. Gli uomini di Ilio
penseranno alla guerra: io più degli altri".
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