lucchesi
lucchesi - Ominide - 5 Punti
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parafrasi odissea di pindemonte vv 418- 492:

Taciti sedean questi, e nell’egregio
Vate conversi tenean gli occhi; e il vate
Quel difficil ritorno, che da Troja420
Pallade ai Greci destinò crucciata,
Della cetra d’argento al suon cantava.
Nelle superne vedovili stanze
Penelope, d’Icario la prudente
Figlia, raccolse il divin canto, e scese425
Per l’alte scale al basso, e non già sola:
Chè due seguianla vereconde ancelle.
Non fu de’ Proci nel cospetto giunta,
Che s’arrestò della Dedalea sala
L’ottima delle donne in su la porta,430
Lieve adombrando l’una e l’altra gota
Co’ bei veli del capo, e tra le ancelle
Al sublime cantor gli accenti volse.
Femio, diss’ella, e lagrimava, Femio,
Bocca divina, non hai tu nel petto435
Storie infinite ad ascoltar soavi,
Di mortali, e di Numi imprese altere,
Per cui toccan la cetra i sacri vati?
Narra di quelle, e taciturni i Prenci
Le colme tazze vôtino: ma cessa440
Canzon molesta, che mi spezza il cuore,
Sempre che tu la prendi in su le corde;
Il cuor, cui doglia, qual non mai da donna
Provossi, invase, mentre aspetto indarno
Cotanti anni un eroe, che tutta empieo445
Del suo nome la Grecia, e ch’è il pensiero
De’ giorni miei, delle mie notti è il sogno.
O madre mia, Telemaco rispose,
Lascia il dolce cantor, che c’innamora,
Là gir co’ versi, dove l’estro il porta.450
I guai, che canta, non li crea già il vate:
Giove li manda, ed a cui vuole, e quando.
Perchè Femio racconti i tristi casi
De’ Greci, biasmo meritar non parmi:
Chè quanto agli uditor giunge più nuova,455
Tanto più loro aggrada ogni canzone.
Udirlo adunque non ti gravi, e pensa,
Che del ritorno il dì Troja non tolse
Solo ad Ulisse: d’altri eroi non pochi
Fu sepolcro comune. Or tu risali460
Nelle tue stanze, ed ai lavori tuoi,
Spola, e conocchia, intendi; e alle fantesche
Commetti, o madre, travagliar di forza.
Il favellar tra gli uomini assembrati
Cura è dell’uomo, e in questi alberghi mia465
Più, che d’ogni altro; però ch’io qui reggo.
Stupefatta rimase, e, del figliuolo

Portando in mezzo l’alma il saggio detto,
Nelle superne vedovili stanze
Ritornò con le ancelle. Ulisse a nome470
Lassù chiamava, il fren lentando al pianto
Finchè inviolle l’occhiglauca Palla
Sopitor degli affanni un sonno amico.
I drudi, accesi via più ancor, che prima
Del desio delle nozze a quella vista,475
Tumulto fean per l’oscurata sala.
E Telemaco ad essi: O della madre
Vagheggiatori indocili e oltraggiosi,
Diletto dalla mensa or si riceva,
Nè si schiamazzi, mentre canta un vate,480
Che uguale ai Numi stessi è nella voce.
Ma, riapparsa la bell’Alba, tutti
Nel Foro aduneremci, ov’io dirovvi
Senza paura, che di qua sgombriate;
Che gavazziate altrove; che l’un l’altro485
Inviti alla sua volta, e il suo divori.
Che se disfare impunemente un solo
Vi par meglio, seguite. Io dell’Olimpo
Gli abitatori invocherò, nè senza
Fiducia, che il Saturnio a colpe tali490
Un giusto guiderdon renda, e che inulto
Tinga un dì queste mura il vostro sangue.

AIUTATEMI!!
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Ciao qui dovresti trovarla! ;)
http://www.skuola.net/mitologia-epica/odissea-omero/
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