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mmmica12 - Habilis - 151 Punti
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BREVE INTRODUZIONE
PARTE CENTRALE(LE VOSTRE OPNIONI)
CONCLUSIONE


«Èrotto?». La bimba che sa appena parlare, che cerca di ingrandire le foto di una rivista "aprendole" tra indice e pollice come ha già imparato a fare sul tablet, indispettita perché non succede nulla, è già l' eroina della generazione dei nativi digitali. Il video spopola su Internet. Rilanciato da genitori scandalizzati, «dove ci porta la tecnologia?». Ci porta dove siamo già: in case dove il digital divide passa fra la cameretta dei ragazzi e il salotto dei genitori, dove un bambino su tre fra i 3 e gli 8 anni (quindi prima di saper leggere) sa navigare in Internet o gestire un videogioco, e solo un genitore su sette riesce a stargli dietro. Un "nativo digitale" si riconosce così: non dice "le nuove tecnologie", perché per lui ci sono sempre state, sono una parte dell' ambiente, sono un ecosistema. Non le hanno studiate: i manuali di istruzioni servono agli immigrati digitali per imparare la lingua straniera, loro sono madrelingua cibernetici. Non le hanno neppure davvero "imparate", le hanno assorbite, respirate, giocandoci senza sforzo. Nati dopo il 1996, sono "una razza in via di apparizione", come li chiama il neo-mediologo Paolo Ferri. In verità sono già del tutto apparsi, hanno ormai quattordici, quindici anni, sono gli screenagers, i ragazzini dello schermo, che è il tratto comune a tutti i loro apparecchi, smartphone, tablet, laptop, pc, console, che velocemente collassano in uno solo, tascabile o "zainabile", che definire "telefonino" è ormai ridicolo: è una stazione multimediale mobile di connessione e condivisione universale. Quello che per gli adulti è solo uno "strumento" (e a scuola, dove lo usa solo 1 su 10 contro il 57 per cento che lo usa fuori, ancor meno: è solo una "materia" confinata nel ghetto del "laboratorio di informatica";), per i piccoli egonauti è una protesi dell' io, indispensabile, un arto bionico. «Non lasciatevi definire da un' interfaccia», li avverte il guru della noosfera Jaron Lanier, «un software pretende la vostra incondizionata adesione a un set di decisioni altrui». Più che una nuova generazione, una nuova antropologia della conoscenza a cui dovremo cedere presto il passo, sperando si accorga che tutto ciò che non risponde a un mouse, a un click, a un touch, non è "rotto": è semplicemente il resto del mondo.
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