maryalways91
maryalways91 - Erectus - 55 Punti
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ciao a tutti,avrei bisogno di una breve una tesina su italo calvino ke parli del suo pensiero e delle sue opere
Bambolaaaa
Bambolaaaa - Ominide - 29 Punti
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alvino scrisse Il sentiero dei nidi di ragno nel 1946, giovane scrittore alle prime armi, fresco fresco di Resistenza, portato inaspettatamente al successo da quella che lui stesso avrebbe definito «l’esplosione letteraria» del secondo dopoguerra: «prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo», la pulsione irrefrenabile a dire, a raccontare a illustrare gli anni della lotta silenziosa, della paura, della morte e anche del disinganno.

Una pulsione tanto forte da sopraffare anche la volontà artistica dei singoli autori, il loro stile, il timbro, le scelte narrative, tanto che ciò che rimane di quegli anni è soprattutto «la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte», perché «la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare e informare, quanto in quelle di esprimere» (dalla Prefazione all’edizione 1964 de Il sentiero dei nidi di ragno). Il prorompente prevalere della vita sull’arte, insomma. Ma sarà davvero così?

Nel Sentiero, troviamo il Neorealismo, che non fu una scuola ma «un insieme di voci periferiche», il modello dei Malavoglia, seguito, ma nello stesso tempo tenuto a distanza, perché quel nuovo realismo, sgorgato dalle ferite della storia insieme al sangue e alle lacrime, doveva essere «il più possibile distante dal naturalismo». E poi il problema, così peculiarmente italiano, di scegliere una lingua per parlare a tutti ma senza perdere il ricco tesoro espressivo dei dialetti; e ancora l’America, sogno lontano, lontano baluginio di un mondo desiderato e insieme temuto, perché ancora in gran parte ignoto.

Qualcosa in più, che rende Il sentiero dei nidi di ragno un romanzo particolare, quasi unico nella tradizione letteraria italiana. È lo sguardo dal basso: la guerra è raccontata attraverso lo sguardo trasognato e dispettoso di un bambino, che vede il mondo con l’asciutta chiarezza di una macchina fotografica, non per una raggiunta consapevolezza di stile, ma perché non possiede ancora gli strumenti etici con cui gli adulti distinguono il bene dal male (scegliendo poi, quasi sempre, la seconda alternativa).

Calvino si è volontariamente scelta una posizione minore, secondaria, da cui osservare di scorcio i movimenti tumultuosi e a volte incomprensibili della Storia Grande: lo scrittore dà voce a un protagonista che rappresenta, come lui stesso dice, «un’immagine di regressione». Ma quello che rimane dalla lettura del Sentiero non è il complesso d’inferiorità del borghese Calvino dinanzi alla durezza di una scelta storica che non ammette incertezze: l’infanzia agra e selvaggia di Pin va oltre il valore puramente metaforico. Nella letteratura italiana la storia non era mai stata filtrata dallo sguardo spietato e indifeso di un bambino, ed è qui, piuttosto che in una vaga simbologia sociale, che troviamo il valore più profondo del romanzo.

Pin osserva dal suo mondo fiabesco di «bambino vecchio» le esistenze misteriose e ingarbugliate dei grandi: e a volte sono gli amplessi animaleschi della sorella, che Pin spia con «occhi come punte di spillo» dal ripostiglio stretto e scuro che è la sua camera, a volte sono parole oscure e affascinanti (GAP, troschista, STEN, SIM) alle quali il bambino attribuisce significati favolosi, a volte è l’umanità storta e rabberciata del distaccamento del Dritto. E tutto questo è la Storia, ma Pin non lo sa, non sa ancora cosa sia la storia, quest’oggetto incomprensibile che nei suoi sogni di bambino prende la forma di una pistola, una P38 rubata a un ufficiale tedesco, uno degli amanti di sua sorella. La pistola diventa allora l’oggetto magico delle favole, è l’anello che rende invisibili, è l’Olifante di Orlando, la bacchetta magica che permette a Pin di entrare nel mondo favoloso dei grandi.

Pin è un personaggio di confine, sospeso tra un’infanzia che non gli è mai appartenuta e un mondo adulto ancora lontano ed estraneo, ma che tuttavia lo attrae, perché sente che lì forse potrà avere un’occasione di riscatto, potrà trovare l’Amico, il compagno, l’anima con cui condividere il castello di sogni e segreti su cui poggia la sua piccola vita di picaro senza affetti. In questa sua ricerca sconclusionata, senza guide e senza direzioni preordinate, Pin diventa a volte un inconsapevole moralista: guarda gli adulti con i suoi occhi vuoti di esperienza, e da questa osservazione sa trarre una saggezza tutta sua, che lo rende ancora più solo, ancora più in bilico tra desiderio, rabbia e paura.

L’unico gioco a contare in questo momento è la guerra, e anche Pin vuole parteciparvi, con la cieca cocciutaggine del bimbo che non vuole rimanere da solo nell’angolo del cortile, che vuole anche lui far parte della banda. Ma è un gioco duro e difficile, e le regole molto spesso sfuggono a Pin: non capisce i comportamenti e le reazioni di questi uomini, un po’ delinquenti un po’ clown, che si trovano, riuniti in un bosco come i personaggi di una fiaba dei Grimm, a recitare il dramma della Storia ognuno a modo suo, senza che ci sia un regista a dare un senso al tutto. Anche Pin prova a ritagliarsi un suo ruolo, nel modo che conosce meglio: quello del monello beffardo, senza vergogna, senza peli sulla lingua, che con i suoi scherzi spazza via e maschere e le ipocrisie degli adulti.

Ma anche la sua è una maschera, anche Pin ha un vuoto, un dolore segreto da nascondere. Sotto la scorza di scugnizzo buffo e vivace, il desiderio profondo è la pace, la purezza, quelle che la Storia non può né potrà mai dare e che allora Pin cerca nella natura, lontano dal «contagio del peloso e ambiguo carnaio del genere umano». È una natura russoviana, libera, selvatica e incontaminata. Il mondo immobile e incantato del sentiero dei nidi di ragno, che solo Pin conosce, e che rivelerà solo al suo grande Amico, quando finalmente lo incontrerà: ma nel frattempo, il bambino trasporta anche lì il suo bagaglio di sofferenze e crudeltà, e da vittima dei grandi si trasforma in carnefice delle creature di fossi e prati. «Chissà che cosa succederebbe a sparare a una rana», si domanda, «forse resterebbe solo una bava verde schizzata su qualche pietra»; e poi infilza i ragni su lunghi stecchi per osservarli con gelida attenzione, «un piccolo ragno nero, con dei disegnini grigi come sui vestiti d’estate delle vecchie bigotte»; e ancora i grilli, con la loro «assurda faccia di cavallo verde», li taglia a pezzi per fare «strani mosaici con le zampe su una pietra liscia». Non è una natura idillica, quella che fa da teatro alle scorribande di Pin: è una macello, un laboratorio di piccoli orrori, un teatrino gotico dove Pin mette in scena la lezione imparata suo malgrado dalla Storia: che esistono, sempre e ovunque, i forti e i deboli, e sempre e ovunque i forti hanno la meglio. Anche se a volte sembra volerne dubitare, questa è l’amara saggezza raggiunta nel corso della sua minuscola vita. Come quando il Dritto gli ordina di seppellire il falchetto morto di uno dei partigiani: «Verrebbe voglia di buttare il falchetto nella grande aria della vallata e vederlo aprire le ali, e alzarsi a volo, fare un giro sulla sua testa e poi partire verso un punto lontano. E lui, come nei racconti delle fate, andargli dietro, camminando per monti e per pianure, fino a un paese incantato in cui tutti siano buoni. Invece Pin depone il falchetto nella fossa e fa franare la terra sopra, con il calcio della zappa».

Troverà il suo Amico, Pin, e lo troverà proprio nel mondo dei grandi: Cugino, con il suo mantello scuro e le mani grandi, che sembrano di pane, le poche parole brusche e il peso di un grande dolore sulle spalle. Un altro tradito dalla vita, che trova nella guerra un senso, un’alternativa, uno scopo per vivere. Lui, alla fine del romanzo, sarà incaricato di uccidere la sorella di Pin che fa la spia per i tedeschi. Ma Pin non lo capirà, Pin non riesce a decifrare la Storia nei suoi significati profondi: per il bambino, essa rimane un geroglifico, un enigma, uno scarabocchio sulla superficie, come quegli strani mosaici fatti di zampe di grillo, come gli schizzi verdi di rana spiaccicata su un sasso. Conta solo aver trovato l’Amico, e solo in ragione di questo umile affetto umano Il sentiero dei nidi di ragno può chiudersi con un’immagine di speranza.

«E continuarono a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano.»
lino17
lino17 - Eliminato - 24509 Punti
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http://www.skuola.net/tesine/tesina-calvino.html guarda anche qui scaricati la tesina
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