gigia95
gigia95 - Ominide - 28 Punti
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Mi aiutate a fare il tema:Ricostruire il quadro politico ed economico-sociale delimitala alla vigilia della prima guerra mondiale, soffermandovi sugli orientamenti del governo Giolitti, sulle scelte da esso compiute e sulle conseguenze che ne derivarono nella vita politica italiana di quegli anni.
Achille95
Achille95 - Sapiens Sapiens - 1759 Punti
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Ciao,dal momento che non hai specificato con precisione la tipologia di tema che deve essere eseguito,ti incollo parte del mio materiale di una ricerca storica di quel periodo,nella quale ho trovato molti spunti da autori che conoscevo e ho aggiunto qualche mia conoscenza. Nel caso il tema fosse espositivo,puo' andar bene anche copiato cosi',nel caso fosse argomentativo,hai proprio una traccia perfetta sulla quale basare qualsiasi tesi o antitesi. Spero di esserti stato utile.
INOLTRE,RICORDA: (ps)
QUESTO TITOLO CHE HAI POSTATO APPARTIENE AD UN TEMA CHE FU USATO COME TRACCIA NELLA MATURITA',DI CONSEGUENZA NON DOVRESTI CROGIOLARTI NEL MIO AIUTO,MA LEGGERE E RIELABORARE UN TUO TRATTATO! STUDIA!

Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928) è stato un politico italiano, più volte presidente del Consiglio dei ministri.
Il periodo storico durante il quale esercitò la sua guida politica sull'Italia è oggi definito età giolittiana. Sebbene la sua azione di governo sia stata oggetto di critica da parte di alcuni suoi contemporanei, come ad esempio Gaetano Salvemini, Giolitti fu uno dei politici liberali più efficacemente impegnati nell'estensione della base democratica del giovane Stato unitario, e nella modernizzazione economica, industriale e politico-culturale della società italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento.

Rimase orfano del padre ancora in culla... Studiò al ginnasio San Francesco da Paola di Torino... Frequentò la facoltà di Giurisprudenza all'Università di Torino e si laureò a soli 19 anni, grazie a una speciale deroga del rettore che gli consentì di compiere gli ultimi tre anni in uno solo.
Privo di un passato impegnato nel Risorgimento, portatore di idee liberali moderate, nel 1862 iniziò a lavorare al Ministero di Grazia e Giustizia Nel 1882 si candidò a deputato, venendo eletto. .

Nel 1892 ricevette dal re Umberto I l'incarico di formare il nuovo governo.
Fu costretto alle dimissioni dopo poco più di un anno messo in difficoltà dallo scandalo della Banca Romana e inviso ai grandi industriali e proprietari terrieri per il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che attraversavano estesamente il paese ( i Fasci siciliani) e per voci su una possibile introduzione di una tassa progressiva sul reddito.

Giolitti non ebbe incarichi di governo per i successivi sette anni, durante i quali la figura principale della politica italiana continuò ad essere Francesco Crispi, che condusse una politica estera aggressiva e colonialista. A Crispi succedettero alcuni governi caratterizzati da una notevole rudezza nel reprimere le proteste popolari e gli scioperi; Giolitti divenne sempre più l'incarnazione di una politica opposta. Il 3 novembre 1903 Giolitti ritornò al governo: si oppose alla ventata reazionaria di fine secolo; intraprese un'azione di convincimento nei confronti del Partito Socialista per coinvolgerlo nel governo, rivolgendosi direttamente ad un "consigliere" socialista, Filippo Turati, che avrebbe voluto persino come suo ministro (Turati però rifiutò anche in seguito alle pressioni della corrente massimalista del PSI).

Nei confronti delle agitazioni sociali il presidente del Consiglio mutò radicalmente tattica rispetto alle tragiche repressioni dei governi precedenti: i sindacati erano i benvenuti in quanto un'organizzazione garantisce sempre e comunque maggior ordine rispetto ad un movimento spontaneo e senza guida. I precedenti governi, quindi, ravvisando nelle agitazioni operaie un intento sovversivo, avevano commesso un tragico errore: la repressione degli scioperi era espressione di una politica folle, che davvero avrebbe potuto scatenare una rivoluzione. Lo Stato non doveva spalleggiare l'una o l'altra parte in conflitto; doveva semplicemente svolgere una funzione arbitrale e mediatrice, limitandosi alla tutela dell'ordine pubblico.

Questi concetti, che oggi possono sembrare scontati, erano all'epoca considerati "rivoluzionari". I conservatori criticarono duramente quello che per loro era un cedimento al sovversivismo e gli industriali rimasero costernati quando si sentirono dire a chiare lettere che il governo non sarebbe assolutamente intervenuto nei confronti degli scioperi e che, piuttosto, gli imprenditori si sarebbero dovuti rassegnare a concedere adeguati aumenti salariali ai lavoratori.
In questo contesto furono varate norme a tutela del lavoro (in particolare infantile e femminile), sulla vecchiaia, sull'invalidità e sugli infortuni; i prefetti furono invitati ad usare maggiore tolleranza nei confronti degli scioperi apolitici; nelle gare d'appalto furono ammesse le cooperative cattoliche e socialiste.

Nel maggio 1906 Giolitti insediò il suo terzo governo, durante il quale continuò, essenzialmente, la politica economica già avviata nel suo secondo governo. Il terzo ministero Giolitti passò alla storia come "lungo e fattivo" ed è anche indicato come il "lungo ministero".In campo finanziario l'operazione principale fu la conversione della rendita, cioè la sostituzione dei titoli di stato a tassi fissi in scadenza (con cedola al 5%) con altri a tassi inferiori (prima il 3,75% e poi il 3,5%). Le risorse risparmiate sugli interessi dei titoli di stato furono usate per completare la nazionalizzazione delle Ferrovie; si iniziò a parlare anche di nazionalizzazione delle assicurazioni con la nascita dell'INA(portata a compimento nel quarto mandato).

Degne di nota, inoltre, le operazioni di soccorso e ricostruzione che il governo nel 1908 organizzò in occasione del terremoto di Messina e Reggio seguito da un disastroso maremoto. Dopo alcune, inevitabili, carenze, tutto il Paese si prodigò per aiutare la popolazione siciliana. Da molti storici questo episodio è stato definito come il primo evento durante il quale l'Italia diede la dimostrazione di un vero spirito nazionale.

Furono inoltre introdotte alcune leggi volte a tutelare il lavoro femminile e infantile con nuovi limiti di orario (12 ore) e di età (12 anni). In questa occasione i deputati socialisti votarono a favore del governo: fu una delle poche volte nelle quali parlamentari di ispirazione marxista appoggiarono apertamente un "governo borghese".
Nel 1909 si tennero le elezioni, da cui uscì una maggioranza giolittiana. Nonostante ciò, con una manovra tipica, Giolitti lasciò che fosse nominato presidente del consiglio Sidney Sonnino, di tendenze conservatrici; in questo modo Giolitti voleva proporsi come alternativa per un governo progressista; Sonnino si appoggiava su una maggioranza estremamente eterogenea e instabile e dopo soli tre mesi dovette dimettersi.

Nel frattempo il dibattito politico italiano aveva preso a concentrarsi sull'allargamento del diritto di voto. Colto il vento, Giolitti si dichiarò a favore del suffragio universale. Molti storici, in realtà, ravvisano in questa mossa di Giovanni Giolitti un gravissimo errore. Il suffragio universale, infatti, venne concesso prima e senza alcuna gradualità rispetto a tutte le altre liberaldemocrazie europee. Il suffragio universale, contrariamente alle opinioni di Giolitti, avrebbe destabilizzato l'intero quadro politico: se ne sarebbero avvantaggiati, infatti, i partiti di massa che erano o stavano per sorgere (partito socialista, partito popolare e, in seguito, partito fascista). Ben presto il carrozzone politico dell'illuminata borghesia liberale italiana sarebbe stato rovesciato e distrutto.
Giolitti, nel settembre 1911, diede inizio alla conquista della Libia.

Nel 1913, dopo che le elezioni a suffragio universale maschile videro la drastica sconfitta della maggioranza liberale e il raddoppio dei deputati socialisti, Giolitti dovette difendere l'operato del governo relativamente alla guerra in Libia. ll governo, indebolito dalle difficoltà della guerra e dall'affermazione dell'ala massimalista dei socialisti, contraria a qualsiasi forma di collaborazione con un governo borghese e militarista rassegnò le dimissioni.

Dietro raccomandazione dello stesso Giolitti, il sovrano incaricò l'onorevole Antonio Salandra di formare il nuovo ministero e presentarlo alle Camere. Ben presto Salandra, pur di rendersi autonomo dal Giolitti egli non avrebbe esitato, pochi mesi dopo, a impegnare il Paese nella prima guerra mondiale senza informare non solo il Parlamento, ma nemmeno la maggioranza ed i membri del governo (nel gabinetto, infatti, erano a conoscenza del Patto di Londra solo Salandra ed il suo ministro degli Esteri, Sonnino).

L'assassinio dell'arciduca d'Austria, Francesco Ferdinando, fu la miccia che innescò la prima guerra mondiale. La Germania dichiarò la guerra a Russia e Francia; la notizia colse Giolitti in visita privata a Londra: questi si precipitò all'ambasciata per inviare un telegramma all'inesperto Salandra. Il vecchio statista piemontese scrisse al governo italiano che non c'era obbligo alcuno ad intervenire a fianco degli Imperi Centrali. Nel 1913, infatti, egli era venuto a conoscenza delle intenzioni aggressive dell'Austria nei confronti della Serbia: egli aveva ammonito severamente il governo austriaco, l'Italia non avrebbe seguito gli altri membri della Triplice Alleanza in guerre d'aggressione.

Inoltre il trattato prevedeva che, nel caso in cui uno degli alleati avesse dovuto scendere in guerra contro un altro stato, gli alleati avrebbero dovuto esserne informati preventivamente e ricevere adeguati compensi territoriali: l'Austria non aveva adempiuto a questi due obblighi e pertanto per l'Italia non c'era obbligo alcuno di intervenire nella conflagrazione europea. Il governo italiano dichiarò la sua neutralità.

In Italia si scatenò subito un forte dibattito fra interventisti e neutralisti. I primi, sostenitori di un rovesciamento delle alleanze e di un'entrata in guerra a fianco di Francia e Gran Bretagna, erano presenti in tutto lo schieramento politico. Essi erano però un'esigua minoranza. Godevano però dell'appoggio dei più importanti giornali e dei politici in quel momento al timone: Salandra ed il suo ministro degli esteri, Sonnino. A favore dell'intervento era anche il sovrano, sia pure con una posizione più sfumata. Questa situazione paradossale, nella quale gli interventisti, pur essendo netta minoranza, davano, per gli appoggi di cui godevano, un'apparenza di forza e risolutezza, spinse Salandra ed il suo ministro degli esteri ad una scelta di grande doppiezza politica. Mentre il governo chiedeva all'Austria, che aveva annesso la Serbia, di discutere i compensi territoriali ai quali l'Italia aveva diritto in base al trattato della Triplice Alleanza, si faceva sapere alla Triplice Intesa che l'Italia era interessata a conoscere eventuali proposte degli Alleati, in cambio di un intervento italiano contro gli imperi centrali.

Senza che il Parlamento ed il resto del governo fossero informati, complice il sovrano, Salandra firmò il Patto di Londra il 26 aprile 1915. Con esso, impegnava l'Italia a scendere in guerra contro gli imperi centrali nell'arco di un mese. Venne chiesto agli Alleati solo un minimo contributo finanziario in quanto era opinione comunque che la guerra sarebbe finita entro l'inverno, la questione dei compensi coloniali era trattata genericamente: veniva detto che l'Italia avrebbe ricevuto "adeguati compensi coloniali", ma nel trattato non si precisava quali e in quanta estensione. Inoltre l'assetto della frontiera orientale non contemplava Fiume italiana, e soprattutto non teneva in debito conto un dato esiziale: era evidente che, a guerra finita, gli iugoslavi avrebbero voluto formare uno stato indipendente.

Fu così che l'Italia si ritrovò, per una settimana, alleata di entrambi gli schieramenti. Se il Patto di Londra venne firmato il 26 aprile, fu solo il 4 maggio che il governo della penisola denunciò la Triplice Alleanza (1882). L'improvviso rovesciamento di alleanze richiedeva i necessari preparativi. Mentre le manifestazioni interventiste, fomentate ad arte dal governo, si intensificavano, era comunque a tutti evidente che la maggioranza del Parlamento e del Paese erano per la neutralità, così come lo erano sia socialisti che cattolici.

Salandra allora rassegnò le dimissioni nelle mani del re. Dimettendosi, Salandra volle lasciare al sovrano il compito di conciliarsi Giolitti.

Contro lo statista venne montata una violenta campagna di stampa, a Roma vennero affissi sui muri manifesti che lo ritraevano di spalle al momento della fucilazione: come i disertori. In un comizio delirante D'Annunzio incitò la folla ad invadere l'abitazione privata dello statista e ad uccidere quel "boia labbrone le cui calcagna di fuggiasco sanno le vie di Berlino". La folla invase con violenza lo stesso edificio della Camera: chiara intimidazione nei confronti della maggioranza neutralista. Il questore di Roma avvertì Giolitti che non era in grado di garantire la sua incolumità: un'offesa senza precedenti alla libertà e al diritto, lo stato abdicava al suo ruolo.

Durante le consultazioni Giolitti ammonì il sovrano che la maggioranza era contraria all'intervento, che l'esercito non era pronto (lui stesso se ne era reso conto durante l'impresa di Libia) e che la guerra avrebbe potuto portare un'invasione e persino una rivoluzione. Ma quando il sovrano illustrò allo statista piemontese la novità ed il contenuto del Patto di Londra, Giolitti comprese che ormai il danno era fatto: non adempiere all'impegno preso con tanto di firme equivaleva a compromettere il buon nome del Paese e avrebbe implicato, tra l'altro, l'abdicazione del re. In questa situazione fu facile per il re respingere le dimissioni di Salandra e confermarlo nell'incarico.

Alla riapertura della Camera fu subito evidente che la maggioranza aveva modificato in maniera sorprendente il suo atteggiamento: abbandonata dal suo capo, pressata da minacce ed intimidazioni, messa finalmente al corrente del Patto di Londra, trasse le sue conclusioni. I pieni poteri al governo "in caso di guerra" furono approvati con 407 voti favorevoli contro 74 contrari (i socialisti e qualche isolato). Il 24 maggio entrò in vigore lo stato di guerra con l'Austria.
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