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Urgente Figure retoriche di "Nebbia" Giovanni Pascoli
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Reduce dalla pubblicazione nel 1891 della raccolta di liriche Myricae, tutt’oggi considerata vero e proprio capolavoro letterario di fine ottocento, Giovanni Pascoli pubblica nel 1903 i Canti di Castelvecchio.
In questa nuova raccolta di componimenti vengono recuperati ed ulteriormente sviluppati i riferimenti ai temi già affrontati in precedenza del nido protettivo, dell’angoscia dovuta alle perdite familiari (in modo particolare a quella del padre) e dei forti contrasti che sorgono nella relazione riguardante la persistente contrapposizione tra la sfera della vita e quella della morte.
In “Nebbia” l’autore riesce sapientemente a convogliare quasi tutti gli elementi principali caratterizzanti la sua intera produzione poetica.
Nella prima strofa Pascoli rivolge le sue parole, quasi come ad un essere vivente, alla nebbia pregandola di occultare alla sua vista “le cose lontane” (v.1), cioè tutti quegli elementi appartenenti al mondo esterno, considerati da sempre in modo negativo poichè disturbatori dell’armoniosa quanto chiusa quiete ricercata all’interno del nido protettivo.
Durante tutta la durata della poesia si ripresentano elementi che spingono il lettore a riflettere sulla contrapposta alternanza tra la lontananza del mondo “al di fuori” e la vicinanza dei luoghi dove il poeta si sente protetto. Pascoli colloca quindi la nebbia tra questi due mondi così evidentemente divergenti l’uno con l’altro, la quale si ritroverà presto a dover svolgere un ruolo importantissimo all’interno dei meccanismi del componimento, fungerà infatti da vera e propria “linea di confine”, da muro di recinzione tra l’uno e l’atro schermando e nascondendo al poeta la violenza, i dolorosi ricordi dela giovinezza e quel mondo distante ed estraneo che il poeta in tutti i modi cerca di rifuggire.
Altro tema di gran lunga rilevante affrontato dal poeta in questo celebre brano è la ferma contrapposizione tra la vita e la morte.
Il vivere viene contemplato attraverso una luce marcatamente negativa, in quanto viene a sua volta accostato all’allontanamento dall’intimità della modesta vita quotidiana, al voler tradire il proprio passato e all’aprirsi a nuove e pericolose esperienze come l’amare e il viaggiare (“...che vogliono ch’ami e che vada!...”v.20).
Pascoli, contrariamente a tutto ciò, verso la morte nutre sentimenti piuttosto contraddittori. Da un lato ciò che è morto va celato e rimosso (vv.6-7) perchè triste e doloroso (vv.13-14); ma dall’altra il trapasso viene accolto come vero e proprio mezzo di salvezza e unico rifugio dell’uomo, una regressione al nido infantile nell’atto del ricongiungimento con i propri cari defunti, momento da lui stesso serenamente profetizzato (“...Ch’io veda là solo quel bianco \ di strada,\ che un giorno ho da fare tra stanco don don di campane...”vv.21-24).
Le descrizioni del piccolo mondo chiuso e sereno in cui si trova il poeta si caratterizzano per un forte determinismo: il muro non è ricoperto da un generico rampicante ma dalle valeriane v.12 (le quali peraltro possiedono effetti calmanti), gli alberi nell’orto non sono soltanto specificati in numero (due..., due...) ma anche in genere (peschi e meli) v.15. Questa estrema precisione nella denotazione dei particolari, appartenenti al mondo del nido, è infine motivo di ulteriore rafforzamento della sensazione di sicurezza provata dal poeta.
Seppur pubblicate quasi contemporaneamente, ad un solo anno di distanza, totali sono le differenze fra i paesaggi naturali descritti in “Nebbia” di Pascoli e ne “La Pioggia nel Pineto” di D’Annunzio. Nel secondo non vi è la benchè minima impronta del determinismo pascoliano, bensì gli elementi naturali assumono forme prive di dettagli caratteristici raffrontandosi con le descrizioni ideali e perfette dell’epoca classica; inoltre, mentre Pascoli identifica nella natura un luogo in cui rifugiarsi al sicuro dagli eventi annosi del mondo esterno, D’Annunzio invece termina col ricongiungersi pienamente in essa, attraversando un vero e proprio processo di metamorfosi e di identificazione nell’entità naturale stessa.


La poesia “Nebbia” è metricamente formata da 5 strofe principali, ognuna delle quali composta da 6 versi (tre novenari, un ternario, un novenario ed un senario). In ogni strofa il primo verso rima con l’ultimo e lo schema generale delle rime è: ABCBCA.

Il primo verso viene sempre ripetuto all’inizio di ogni strofa : «Nascondi le cose lontane». Inoltre questa formula viene ripresa in altri versi del brano: troviamo nascondimi al v. 8 e poi nascondile al v. 26.
Da notare nella prima strofa l’anafora “Tu nebbia... Tu fumo...” (v.2-3) subito seguita cambiando consonante nel v.4 dal “su...” ; l’allitterazione delle consonanti p,b nei vv.2-5 (nebbia, impalpabile, scialba, rampolli, alba, lampi) che rafforzano l’immagine leggermente sfocata e al contempo misteriosa restituita dalla nebbia all’immaginario del lettore e l’ossimoro nel v.6 “d’aeree frane”.
Viene ripetuta più volte anche la formula “Ch’io veda soltanto” con leggere varianti nei vv.9-15-16-21-27, allo scopo di concentrare l’attenzione del lettore sugli elementi “positivi”, facenti parte del nido pascoliano “la siepe dell’orto”, “i due peschi, i due meli”, “quel bianco di strada”, “il cipresso”.
Le numerose figure retoriche, la presenza di “ritornelli” conferiscono all’intero componimento un ritmo quasi cantilenante, che ci danno l’impressione di trovarci di fronte ad una canzone piuttosto che una poesia. Questo particolare andamento ritmico rispecchia al meglio gli intenti del poeta volti al trasmettere una sensazione maliconica e nostalgica contemporaneamente al bisogno di protezione nel nido caratteristico del fanciullino pascoliano.

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