key89
key89 - Habilis - 181 Punti
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Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.

Così ti spiacque il vero
Dell'aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.



ciao raga...questi sn dei versi della ginestra di leopardi...ci sn figure retoriche o altro??...dovrei metterli nella tesina e ho paura mi facciano dmande...aiutooooo!!!!!!!!!
Noel
Noel - Eliminato - 36674 Punti
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Questa è l'analisi testuale..

In Leopardi l’eruzione vulcanica viene trasfigurata e presa come simbolo dell’ostilità della Natura. “La ginestra, o il fiore del deserto” contiene proprio quest’estremo messaggio di riflessione. Il Poeta invita a prendere atto dell’infelicità degli uomini così da stabilire un rapporto di solidarietà fra tutti i componenti del genere umano, che devono allearsi contro la vera nemica: la Natura. Questo canto è considerato il suo testamento ideale.

Composto da 317 versi endecasillabi esso si divide in sette strofe dalle tematiche diverse. Nella prima, la descrizione del devastante Vesuvio smentisce la concezione ottimistica e la fiducia nel progresso porta Leopardi nella seconda e terza parte dell’opera a criticare le scelte filosofiche degli ultimi decenni. Nella quarta strofa la descrizione dell’universo e della sua immensità mette in luce la piccolezza e la marginalità dell’uomo nel cosmo, rendendo assurdo l’interazione del divino con l’umano. Nella quinta, invece, il Poeta, tramite un esempio, giunge alla conclusione che la Natura non considera l’uomo diverso dalle altre forme di vita, mentre nella sesta strofa è evidente la visione della Natura che non si cura dei regni degli uomini e li fa cadere togliendo ad essi l’illusione dell’eternità. Nell’ultima strofa “la ginestra” abbandonata al suo destino, attende sulle pendici del vulcano la distruzione immanente, ma senza viltà e superbia, meno folle quindi dell’uomo che si crede immortale.

Nella sintassi si nota un prevalere di periodi lunghi, ricchi di subordinate; nello stile riscontriamo, infatti, una musicalità “sinfonica”, com’è definita dal Binni, il quale sostiene che vi sono linee musicali che s’intrecciano con vari temi e ritmi. Il linguaggio ricercato traspare dall’uso continuo di latinismi (“d’oste contraria”, vv. 139), figure retoriche (allitterazioni, ossimori, antifrastiche, chiasmi, metonimie, metafore e similitudini) e citazioni di autori classici ( “libertà vai sognando”, vv. 72, ripreso da Dante) In tutto il canto la presenza del Poeta è riscontrata in numerosi passi: avverbi di tempo e di luogo o pronomi dimostrativi con funzione deittica (“qui, or, questo”) e alcune affermazioni dirette (“il tuo stato quaggiù, di cui fa segno/ il suol ch’io premo”, vv. 186-187), sono spie linguistiche. Infine ne “La ginestra” sono presenti inviti rivolti al lettore a verificare di persona le affermazioni del Poeta (“A queste piagge / venga colui…/ e vegga…..”, vv. 37-39).

La tecnica dell’ironia è usata da Leopardi in alcuni punti del canto per deridere quegli uomini che guardano alla natura positivamente. Inoltre, in esso, egli tenta un nuovo metodo di ragionamento riconducibile alle procedure dell’allegoria moderna: a partire da descrizioni fondate sull’esperienza, si giunge alla costruzione del significato dell’esistenza della vita e della civiltà. La realtà esprime sofferenza, infatti, ha valore tutto ciò che l’uomo fa per ridurre questo male ed è un errore negare questa realtà e cercare consolazioni spiritualistiche. Il versetto evangelico posto in epigrafe allude, infatti, proprio alla difficoltà con cui la verità si fa largo tra gli uomini, i quali preferiscono illudersi di cose false e consolatorie piuttosto che prendere coscienza di cose vere ma dolorose. Il versetto evangelico posto in epigrafe allude, infatti, proprio alla difficoltà con cui la verità si fa largo tra gli uomini, i quali preferiscono illudersi di cose false e consolatorie, piuttosto che prendere coscienza di cose vere ma dolorose. Dalla condanna della natura come rea il Leopardi arriva alla nuova fede umanitaria. L’uomo lotta contro essa (pessimismo virile) e si unisce agli uomini in un patto sociale poiché la “social catena” fu appunto stretta contro “l’empia natura”. La politica cui il Poeta approda è quella di un’umanità universalmente associata per il soggiogamento della natura a vantaggio comune.
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