fra17
fra17 - Sapiens Sapiens - 1700 Punti
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foscolo nello jacopo ortis parla dei sentimenti di jacopo e fa riferimento anche alle donne. come vengono visti questi due aspetti in chiave neoclassica e preromantica?
IPPLALA
IPPLALA - Mito - 101142 Punti
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Hai visto se c'è qualcosa tra i nostri appunti?

http://www.skuola.net/letteratura-italiana-800-900/
fra17
fra17 - Sapiens Sapiens - 1700 Punti
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ho visto ma...non c'è quello che mi serve
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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Qui ti spiega tutto:
L'amore nel Foscolo, come in quasi tutti i poeti, era più che altro un bisogno di compiacersi nella contemplazione della grazia e della bellezza; era più culto e desiderio della donna, che di una donna: egli era il poeta delle Grazie molto prima che pensasse a cantarle. "Beati gli antichi, scrive nell'Jacopo Ortis, che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie".

La passione per la Roncioni, che lo faceva gridare all'onde che batton l'alpi, non gl'impedì, durante il tempo ch'ei dimorò nella Liguria, di ammirare e corteggiare, in mezzo ai disagi e pericoli della milizia, le belle donne sia genovesi sia convenute a Genova da Milano e dalle altre parti della repubblica cisalpina. Vi ritrovò la bella moglie di Vincenzo Monti, di cui s'era, come dissi, innamorato al primo vederla in Milano nel '97: vi trovò, fra le belle bellissima, fra le Dive liguri regina e Diva, come egli la chiama, la giovine sposa del patrizio Domenico Pallavicini, Luisa Ferrari.

Cavalcava egli forse con essa in compagnia d'altri amici, quando, nel ritorno dalla passeggiata, il cavallo della bella donna impennatosi la rovesciò e trascinò lungo la riva, non essendo a lei riuscito di liberare il piè dalla staffa. Ciò diede occasione all'ode che il Foscolo le indirizzò nel marzo del 1800; ma invano il poeta pregò le Grazie di apprestare a lei i balsami beati e gli odorati lini che porsero a Venere quando uno spino profano le punse il piede; invano augurò che, come Cintia precipitata dalla rupe, facesse ritorno fra le invide amiche più bella di prima: la povera signora rimase per quella caduta orribilmente deformata nella faccia, che portò poi sempre coperta di un velo fittissimo.

Negli ultimi di dicembre del 1800 il Foscolo tornò a Firenze, a finirvi il suo romanzo colla Roncioni. “Il mio dovere, le scriveva egli con la lettera 12a dell'epistolario, il mio onore, e più di tutto il mio destino mi comandano di partire. . . Fammi avere in qualunque tempo, in qualunque luogo, il tuo ritratto... Morendo io ti volgerò le ultime occhiate, io ti raccomanderà il mio estremo sospiro". Ed ella a lui: "Siate persuaso che non siete solo infelice... vi prego di voler rispettare le circostanze... vi assicuro di una vera stima e amicizia: questi due sentimenti più durevoli d'ogni altro saranno incancellabili nel cuore della vostra”.

Ma l'amore dei poeti, generalmente parlando, è nella loro testa e nel loro cuore una cosa istessa con la poesia e con l'arte. Finchè dura l'amore di queste, un poeta non muore per l'amore di una donna; cioè, muore soltanto idealmente, per l'effetto che quella tal poesia o quel tal romanzo debbono produrre sull'animo dei lettori. Mentre l'Jacopo Ortis ideale preparavasi a far piangere sopra il duro suo fato le anime delle donne gentili, il vero e reale Jacopo Ortis, partitosi di Firenze agli ultimi di febbraio, arrivava di lì a pochi giorni malinconico e magro, ma pur sempre vivo, a Milano. Non c'era, si può dire, arrivato, che inciampava in un'altra Teresa.

"Tutto le sere io, tornandomi a casa, volgo gli occhi alle vostre antiche finestre rischiarate talvolta dalla luna d'estate; talvolta sospiro, e talvolta rido, e voi birichina sapete perchè. . . . buona notte. Io vi mando un bacio, un solo bacio; e voi permettetemi di andarmene a letto, per questa sera, con voi; e di pascermi delle care illusioni che consolano i sogni di un gramo convalescente”. Così il vivo Jacopo Ortis scriveva alla nuova Teresa, passati appena tre o quattro mesi dalla sua partenze da Firenze. Guido Biagi, che descrisse con molta vivacità nel Fanfulla della domenica questo nuovo amore del nostro poeta, lo dice cominciato ai primi del 1802; ma la lettera di cui ho riferito un frammento, Scritta nell'estate dell'anno innanzi, mostra che doveva essere cominciato assai prima; e Il Bianchini, che ha veduto altre lettere del poeta alla nuova Teresa, che è la contessa Antonietta Arese, ritiene che avesse principio nei primi mesi del 1801, che raggiungesse il colmo nel 1802, che avesse degli alti e bassi e ricevesse una profonda ferita nel 1803, e che nei, primi del 1804 finisse del tutto.

Mi par curioso a notare, e confermante ciò che ho detto intorno agli amori dei poeti, il fatto che, mentre l'amore del Foscolo per la bella contessa toccava, come dice il Bianchini, il colmo, egli stava forse correggendo le bozze dell'Jacopo Ortis che nell'ottobre del 1802 fu pubblicato a Milano.

Il primo anno de' nuovi amori il nostro poeta lo passò tutto intero senza scriver poesie; ma nei primi mesi del 1802 l'amica ammalò, e quando colle prime aure d'aprile tornò a lei la salute, egli scrisse l'ode All'amica risanata.

Quest'ode e l'altra per la Pallavicini passano per due delle liriche più belle del nostro Parnaso moderno, e nel loro genere sono: e sono anche un passo avanti nell'arte fatto dal Poeta dopo i primi sonetti. Egli aveva cominciato, colpa degli anni e delle prime letture, arcade puro; la sua arcadia s'era poi venuta spruzzando di qualche tinta ossianesca e montiana; aveva finalmente accennato a qualche velleità di classicismo antico. Ma, mentre tutti i poeti degli ultimi anni del secolo passato erano rimasti, nonostante i loro sforzi per liberarsene, attaccati per un lembo almeno della veste all'Arcadia, tutti, non escluso il Parini, escluso l'unico Alfieri, il nostro poeta, aiutato dal forte ingegno, s'era nelle studio dei Latini, dei Greci e dei Cinquecentisti, grandi maestri di lingua e di stile poetico, purificato d'ogni arcadica lebbra.

Sta in ciò il segreto del suo rapido e quasi improvviso passaggio dalle prime infelici prove a quella che chiamai sapiente maturità dell'arte; per ciò si spiega com'egli, pur movendo dalla scuola neoclassica degli ultimi del secolo decimottavo, sapesse mettere nei sonetti tanta forza e schiettezza di sentimento e d'espressione, come sapesse nelle odi assorgere ad una purezza o agilità di forme di fantasmi e di suoni, che non pure fu sconosciuta ai Savioli, ai Paradisi, ai Rezzonico, ai Mazza, ai Lamberti, ma alla quale lo stesso Parini non giunse che in una o due delle sue liriche migliori.

Notò già il Carducci che il Foscolo aveva levato l'idea dell'ode alla Pallavicini da quella del Lamberti sui cocchi: si potrebbe aggiungere che il passaggio della strofe decimaquinta "Pèra chi osò primiero, ecc.” sa un po' di rettorico, perchè troppo abusato dai poeti latini; si potrebbe notare che nella prima parte dell'ode All'amica risanata abbondi l'elemento ornativo, e ci si sente qua e là un'aura e qualche espressione pariniana; ma bisogna anche dire che le ultime sette strofe di questa ode sono di una purezza antica, quale fino allora non s'era forse veduta nella nostra poesia.

Chi legga le lettere che il poeta scriveva in que' giorni all'amica e le paragoni con l'ode, non potrà non restare meravigliato del contrasto singolarissimo. In quelle le espressioni di un amore esaltato, in questa neppure un accento di passione. Non si direbbe davvero che questa ode è la paesia di un innamorato. Il Foscolo, che sapeva mettere nella prosa tutta la poesia della passione (alcune sue lettere d'amore sono delle più belle che io abbia lette), in questi versi, come nella maggior parte di quelli delle Grazie, coi quali celebra altre donne amate da lui, è un artista calmo e sereno che, tutto assorto nella contemplazione della bellezza della sua donna, si dimentica affatto che cotesta donna è pur quella che gli fa battere il cuore violentemente: si direbbe che, mentre egli la canta, se la vede dinanzi come una Venere, come una delle Grazie, bella e perfetta sì, ma di marmo.
(tratto da: www.classicitaliani.it)
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