srturt
srturt - Sapiens - 770 Punti
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mi servirebbe lo svolgimento di quest'esercizio:evidenzia,in un testo di almeno 20 righe le analogie e le differenze che scaturiscono dal confronto fra i versi di Alle fronde dei salici e quelli di Milano,agosto 1943
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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Ti incollo un confronto tra le due poesie da cui puoi ricavare il tuo testo:

Nelle raccolte dopo la guerra avviene una sostanziale svolta nella poesia di Quasimodo. Si possono difatti distinguere due fasi nella produzione del poeta: prima del 1945 e dopo. Nella prima sono ricorrenti una serie di temi che Finzi ha così sintetizzato: «Sicilia infanzia mito esilio», con moduli sofisticati ed ermetici. Nella seconda subentrano invece i temi legati alla guerra e alle questioni sociali, con moduli più narrativi e corroborati da un vero e proprio impegno politico. Sono di questo periodo le raccolte “Con il piede straniero sopra il cuore” (1946), “Giorno dopo giorno” (1947), “La vita non è sogno” (1949).

«Io non credo alla poesia come "consolazione", ma come moto a operare in una certa direzione in seno alla vita, cioè "dentro" l’uomo. Il poeta non può consolare nessuno, non può "abituare" l’uomo all’idea della morte non può diminuire la sua sofferenza fisica, non può promettere un eden, né un inferno più mite... Oggi poi, dopo due guerre nelle quali l’"eroe" è diventato un numero sterminato di morti, l’impegno del poeta è ancora più grave, perché deve "rifare" l’uomo, quest’uomo disperso sulla terra, del quale conosce i più oscuri pensieri, quest’uomo che giustifica il male come una necessità, un bisogno al quale non ci si può sottrarre... Rifare l’uomo, è questo il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle speculazioni è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno.»
(Salvatore Quasimodo, La Fiera Letteraria, giugno 1947)


Alle fronde dei salici (da “Giorno dopo giorno”, 1947)

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Nel settembre 1943 l’Italia risultava divisa in due parti: nella parte meridionale, controllata dagli Alleati, era stata restaurata la monarchia, sotto il re Vittorio Emanuele III. Nella parte centro-settentrionale, occupata dai tedeschi, Mussolini aveva creato la Repubblica sociale italiana. Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 l’esercito di liberazione condusse una lotta senza esclusione di colpi contro i tedeschi e i fascisti, che rispondevano con rastrellamenti, deportazioni e veri e propri massacri. Di fronte agli orrori, ai mali della guerra, i poeti non potevano scrivere poesie, ma solo agire, così come gli antichi ebrei schiavi a Babilonia che appesero le loro cetre ai rami dei salici. Particolarmente forti, dure, crude sono le immagini di questa lirica: i morti nelle piazze, la madre che vede il figlio crocifisso sul palo del telegrafo. Il testo, costituito da una sola strofa presenta due periodi: il primo è una lunga interrogazione, il secondo una rapida dichiarazione. I temi principali esposti sono due: i mali della guerra che non lascia spazio ad alcuna pietà e la poesia come impegno civile, per rifare l’uomo e con esso la società, abbruttiti dagli orrori del conflitto.




Milano, agosto 1943 (da “Giorno dopo giorno”, 1947)

Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
È caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

Nell’agosto del 1943 violenti bombardamenti colpiscono Milano. L’abituale immagine della città viene sconvolta: ovunque si possono vedere segni di violenza, di distruzione, di morte. Il poeta, testimone di tanta tragedia, si fa interprete del dolore di tutti. Dapprima descrive il bombardamento: tra le macerie (polvere è metonimia) inutilmente si cercano i propri cari mentre sul Naviglio scoppia un ultima bomba. Successivo al bombardamento vi è il silenzio, che forse è ancora peggio perché è un silenzio di morte, che non è turbato da nulla, nemmeno dal canto di un usignolo. Infine lo smarrimento impotente e la disperazione della popolazione sopravvissuta che non può fare nulla, nemmeno seppellire i morti, già custoditi sotto le macerie. Anche qui le immagini sono dure, supportate da un linguaggio fatto di parole semplici, vicine al parlato: “invano cerchi tra la polvere, povera mano”, “la città è morta”, è l’usignolo caduto dall’antenna”, “non scavate pozzi nei cortili: i vivi non hanno più sete”, “non toccate i morti … lasciateli nella terra delle loro case …”. Come “Alle fronde dei salici”, anche questa lirica è una condanna alla guerra, macchina infernale di violenza, distruzione, omicidi che uccide affetti, desideri e voglia di vivere.
t[url=http://209.85.135.104/search?q=cache:yZT5Rs_T8t0J:www.ghiacciato.it/scientifico/ita/Salvatore%2520Quasimodo.doc+Alle+fronde+dei+salici+e+Milano,agosto+1943&hl=it&ct=clnk&cd=7&gl=it]tratto da qui[/url]
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non riesco a capire quali sono le differenze tra le due poesie
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