Loriana
Loriana - Ominide - 48 Punti
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chi mi saprebbe dare il commento della poesia in morte del fratello Giovanni di Ugo Foscolo?
P.S. Mi serve per metterlo nella tesina di 3 media!
Grazie mille
Roxyna
Roxyna - Habilis - 171 Punti
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La lirica fu composta nel 1802 da Ugo Foscolo, in occasione della commemorazione della scomparsa del fratello Giovanni Dionigi, suicidatosi l’anno precedente (1801) in seguito a debiti di gioco.
Dal punto di vista metrico si tratta di un sonetto, cioè un componimento di 14 endecasillabi raggruppati in due quartine e due terzine, con schema rimico ABAB ABAB CDC DCD.
Esso fu poi pubblicato nel 1803 nella raccolta Poesie e, insieme a soli altri 11 sonetti, è uno dei componimenti più emblematici della produzione foscoliana. In esso si addensano tematiche molto care all’autore, nonché alcuni importanti riferimenti alla letteratura del passato: prima di addentrarsi in un’analisi contenutistica è dunque opportuno procedere ad una parafrasi.

PARAFRASI: “Un giorno, se non continuerò a fuggire di popolo in popolo, mi vedrai seduto, o fratello mio, presso la tua lapide, compiangendo la tua giovinezza stroncata nel verde degli anni.
La madre, ora sola, trascinando stancamente il suo giorno, parla di me con le tue ceneri mute, ma io tendo le mie mani deluse verso di voi; e se saluto da lontano la mia casa, sento gli Dèi avversi, e le preoccupazioni segrete che turbarono la tua vita e prego anch’io tranquillità per te. Di tanta speranza, questo oggi mi rimane! A suo tempo, genti straniere, restituite le mie ossa al petto della mia trista madre”.

Da un punto di vista contenutistico, il sonetto prende avvio, come si può constatare, da una situazione di dissidio interiore e dolore: il poeta esprime le sue riflessioni sulla triste morte del fratello, ma non può recare omaggio di persona alla sua tomba. Successivamente Foscolo immagina dapprima il dolore dell’anziana madre, che ora si trova completamente sola, e, in un secondo momento avverte anch’egli le torturanti sofferenze che turbarono la vita di Giovanni, sicché giunge a sperare per lui pace nella morte. L’ultima terzina conclude il componimento con un’esclamazione di totale prostrazione del poeta dinanzi al “reo tempo” (v.12) e un’invocazione ad ottenere, per se stesso, una sepoltura lacrimata, in modo che la sua memoria resti viva presso le coscienze dei suoi parenti più cari.
La tematica principale del sonetto, come si avverte già dal titolo, è la morte, cui si affianca quella della sepoltura, che assume, in Foscolo, sfumature molto particolari e significative.
La prima quartina costituisce un esordio molto vago e indefinito: secondo il Russo è emblematico che Foscolo proponga incipit molto generici ai suoi sonetti (basti pensare ad “un dì” del v.1, ma anche alle costruzioni analoghe di Alla sera e A Zacinto) e ciò sarebbe un chiaro segno del turbamento interiore, costante nella produzione foscoliana.
Ciò è ascrivibile non solo alla triste perdita del fratello, ma anche alla condizione stessa del poeta, che, in quanto esule dalla sua patria (Venezia), non può essere vicino alla madre e non può rendere un degno omaggio alle spoglie di Giovanni.
Da un punto di vista letterario, questo nucleo tematico è molto importante tanto nella produzione foscoliana, quanto in quella della lirica latina.
Una situazione molto simile, infatti, è riscontrabile in innumerevoli pagine de Le ultime lettere di Jacopo Ortis (1802), dove il poeta, già, ad esempio, nella lettera di apertura dai Colli Euganei dell’11 novembre 1797, esprime tutta la sua frustrazione per la propria condizione di esule, costretto a lasciare la sua casa di Venezia, la madre e l’amico Lorenzo Alderani.
Ma analizzando attentamente le parole di Foscolo nei vv.1-6, si può scorgere un’eco del Carme CI di Catullo, dove il poeta latino descrive, da una parte, la sua visita alla lontana tomba del fratello, raggiunta dopo lunghe peripezie attraverso terre lontane, e dall’altra lo sgomento che prova nel parlare con la sua “muta cenere”. A mio avviso, tuttavia, è riscontrabile una profonda antitesi tra Foscolo e Catullo, e una traccia notevole del rapporto critico, e per nulla scontato, che il poeta instaura con la tradizione classica. Mentre infatti Catullo, seppur dopo molte difficoltà, riesce a giungere presso la tomba del fratello nella lontana Asia, Foscolo non ha questa possibilità, in quanto la contingenza storico-politica gli impedisce di fare rientro in Venezia. Il dolore per la scomparsa di Giovanni risulta quindi accresciuto dalla sofferenza provocata da questa condizione di esule; e il componimento è un emblema, come A Zacinto (dove il poeta, che non può rimettere piede sulla sua isola natale, si contrappone ad Ulisse, “bello di fama e di sventura”, che alla fine, però, riesce a tornare vittoriosamente alla sua “petrosa Itaca”), della problematicità dell’eroe romantico, che non riesce a essere vittorioso e sicuro dinanzi a una realtà difficile, come invece riusciva l’eroe classico.
Lo stesso concetto si può trovare espresso anche nei successivi vv.7-11, dove Foscolo avverte di persona le preoccupazioni che turbarono la vita del fratello, amplificate in lui dalla difficile situazione storico-politica: la tristezza del poeta è “impreziosita” e resa più amara dalla metafora del v.7, che antropomorfizza le mani di Foscolo, che deluse, non riescono ad stringere i suoi cari, analogamente a come Dante, nel Canto II del Purgatorio, non riuscendo ad abbracciare Casella, si ritrova, quasi goffamente, a stringersi le braccia al petto.
Va notato come i primi undici versi del sonetto non presentino alcuna prospettiva positiva per il futuro del poeta: come infatti hanno osservato Guido Baldi e Silvia Giusso, la struttura stessa di questi versi sembra precluderla. Infatti le uniche tematiche positive, l’omaggio di Ugo alla tomba di Giovanni (vv.2-5) e il ricongiungimento con la casa materna (vv.7-8), vengono racchiuse tra il dolore di Foscolo come esule (vv.1-2) e le “secrete cure” che attanagliano il suo animo (vv.9-11). Essendo il positivo rinchiuso nella ferrea maglia del negativo, risulta annullato, e il componimento è in una fase di stasi, a soli tre versi dalla fine.
Anche l’apertura dell’ultima terzina, caratterizzata da un richiamo al Canzoniere di Petrarca, non lascia presupporre un cambiamento di posizioni: essa, tra l’altro, rievoca l’atteggiamento di Jacopo Ortis e del Werther di Goethe (1774), eroi ostacolati, per motivi diversi, dal “reo tempo”.
Tuttavia la svolta avviene ai vv.13-14: le straniere genti, al momento della morte del poeta, dovranno essere così pie da restituire alla madre le misere ossa del figlio, in modo che possa essere pianto e onorato; il cambiamento, si noti, è enfatizzato dall’avverbio “allora”, collocato a inizio del v.14. Vengono dunque qui riprese le tematiche positive presenti nella parte iniziale del sonetto (il compianto del fratello Giovanni e il ricongiungimento con la madre): la morte non è più annullamento di ogni cosa, ma unica possibilità di riconquistare gli affetti negati dal “reo tempo” e unico modo per garantire il proprio ricordo. Questa tematica è tipica della produzione foscoliana: quasi ovunque, tanto nei Sonetti, quanto ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis che ne I sepolcri (1807), ad una sepoltura indegna e dimenticata si contrappone una “sepoltura lacrimata”, garanzia della sopravvivenza di idee, sentimenti e ricordi legati al defunto. Foscolo infatti, come ha osservato la critica, pur partendo sempre da basi nettamente materialistiche e nichilistiche, non si rassegna mai al “nulla eterno” che si prefigura dopo la morte, alla distruzione completa dell’individuo.
La non-rassegnazione di Foscolo si concretizza nella “sepoltura lacrimata”, ossia quella che venga ricordata da parenti e amici; dalla particolare funzione della tombe, come punto di ricordo mai sopito; dal carattere eternatrice della poesia, che, in quanto immateriale, riesce a vincere gli effetti del tempo più di quanto non riescano il ricordo dei cari o i sepolcri stessi.
Quindi anche in questo sonetto, come in tutte le opere di Foscolo (anche le più “pessimistiche”, come Le ultime lettere di Jacopo Ortis), ad una visione negativa e materialistica del reale (su basi storico-politiche, oltre che filosofiche) si affianca sempre un nucleo di valori e speranze positive.
Dal punto di vista stilistico e formale il componimento risulta come speculare all’ideologia ivi espressa dal poeta. Oltre ai rimandi, più o meno espliciti, alla tradizione classica, si nota, a livello fonico, un’architettura studiata a rendere le passioni emotive negative del Foscolo: nella prima quartina l’accumulo della consonante G, accompagnata dalla E (spesso nel gruppo –GEN- ai vv.1-4) sembra rendere lo sforzo e la sofferenza del poeta dinanzi alla scomparsa di Giovanni. Analoga funzione riveste la vibrante R ai vv.3-6 e, ancora, ai vv.9-11.
Particolare enfasi assumono le parole poste a inizio di verso (ad es. “di gente in gente…La madre…cure…straniere”), che divengono quasi rappresentative del discorso sviluppato da Foscolo.
Infine, una funzione analoga svolgono le rime, che, nella loro articolazione, associano sempre termini “negativi”: ad esempio “fuggendo…gemendo…traendo…tendo” o ancora “tempesta…resta…mesta”.
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