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  • Analisi del testo La favola dei suoni Galileo

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angela.pe
angela.pe - Ominide - 27 Punti
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PRIMA DI CHIUDERE LEGGI Mi servirebbe l'analisi di questo testo, mi basta anche che mi si risponda a una domanda, è urgente!
Le domande a cui rispondere sono:
1 individua tutti i sostantivi, gli aggettivi e i verbi che rimandano al campo semantico dello stupore. Che significato assumono in relazione al contenuto?
2 Individua nel testo alcune enumerazioni relative al mondo animale e alla categoria degli strumenti da suono. Che valore assumono?
3 Perchè si può dire che l'ignoto protagonista è un'immagine dello stesso Galilei?
4 Rifletti sulle modalità con cui questo celebre apologo di Galileo diventa un atto d'accusa contro il principio di autorità di chi si adagia nelle conoscenze ormai depositate e al contempo una difesa del metodo sperimentale.
5 Lo stille e le novità linguistiche del testo. Si uniforma con lo stile promosso dallo scienziato o tale testo risulta essere un caso isolato? Le scelte linguistiche si allineano con le intenzioni scientifiche dello scrittore?
6 Commento: La portata rivoluzionaria delle scoperte scientifiche di Galilei e del metodo da lui inaugurato nel contesto storico-filosofico e religioso del tempo, facendo opportuni riferimenti alle opere di galilei, alla sua vicenda esistenziale e al pensiero di altri illustri intellettuali.
Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d’uno ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio, colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, nè potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d’un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in sè stesso, e conoscendo che se non s’abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura. Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch’ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz’altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell’ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch’altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell’aprir la porta? Un’altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo d’aver a veder uno che coll’archetto toccasse leggiermente le corde d’un violino, vide uno che fregando il polpastrello d’un dito sopra l’orlo d’un bicchiero, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell’ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si generi il suono; nè tutte l’esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l’ali, cacciar sibili così dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono; quando, dico, ei credeva d’aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell’ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che nè per serrarle la bocca nè per fermarle l’ali poteva nè pur diminuire il suo altissimo stridore, nè le vedeva muovere squamme nè altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che nè anco potè accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili.
Io potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando il senso e l’esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire alla nostra incapacità; onde se io non saperò precisamente determinar la maniera della produzzion della cometa, non mi dovrà esser negata la scusa, e tanto più quant’io non mi son mai arrogato di poter ciò fare, conoscendo potere essere ch’ella si faccia in alcun modo lontano da ogni nostra immaginazione; e la difficoltà dell’intendere come si formi il canto della cicala, mentr’ella ci canta in mano, scusa di soverchio il non sapere come in tanta lontananza si generi la cometa.

Aggiunto 1 ora 11 minuti più tardi:

Questo è ciò che sono riuscita a fare, ma vorrei spaziare un pò di più
PRESENTAZIONE
La favola dei suoni è un capitolo del Saggiatore di Galileo Galilei. Il Saggiatore è un saggio scientifico che illustra il carattere mai definitivo della ricerca scientifica, venne pubblicato a Roma nel maggio 1623. Il libro nacque in risposta al trattato di Orazio Grassi, la Disputatio astronomica, che propone una spiegazione dell'apparizione di tre comete nel 1618. Con il Saggiatore Galilei critica il modello ticonico e quindi quello ecclesiastico, adottato da Grassi, che vedeva la terra al centro dell'universo.
RIASSUNTO
Galileo per spiegare che l'esperienza è fonte di conoscenza racconta una favola in cui un uomo nato e vissuto isolato, molto intelligente e curioso, nella sua quitidianità cattura e alleva uccelli per ascoltare il loro canto soave. L'uomo nota che ogni uccello ha il proprio canto e che esso è generato dalla voce. Un giorno sente un nuovo canto e cerca di catturare quell'uccello che però si rivela essere un giovane pastore con lo zuffolo, uno strumento simile al flauto; così l'uomo capisce che i suoni non vengono prodotti solo dagli uccelli e parte alla ricerca di tutto ciò che produce suoni; durante il viaggio l'uomo scopre che non tutti i suoni sono prodotti con l'aria. La storia finisce con l'uomo che cerca di capire come faccia a fare rumore la cicala ma finisce per ammazzarla prima di capirlo.
SUONI
L'autore usa molteplice enumerazioni convolgere il pubblico e per rendere il testo accessibile non solo ai dotti e lo fa scrivendo parole specifiche per ogni esperienza compiuta. Ci rende note cose reali e naturali tramite le quali lo scienziato arriva alla conoscenza. Le enumerazioni si riferiscono ad animali, stess'aria r.4 merlo r. 16 vespa, zanzara, mosconi r, 29/30 batter dell'ali e così via, e strumenti che producono suoni, zuffolo r 11 archetto r17 arpioni e bandelle r 25 l'orlo d'un bicchiere r28 e via dicendo.
STUPORE
L'autore sottolinea lo stupore dell'uomo che è presente nel testo nelle parole "meraviglia" "stupore" oppure nella frase "si credeva non potere esser quasi possibile"; l'uomo ha una sensazione di stupore perché nonostante abbia conoscenza del mondo essa non è perfetta, in altre parole lo stupore è causato dalle novità, da cose che non si conoscono.
PROTAGONISTA
Il protagonista potrebbe essere un'immagine di Galileo perché come lo scienziato è spinto dalla curiosità di conoscere e tramite le esperienze la sensazione viene trasformata in sensata esperienza cioè in un'ipotesi di spiegazione teorica del fenomeno, orientata a svelarne i meccanismi e le cause portando a una conoscenza più ampia della realtà.
STILE
Lo stile adottato è semplice poiché l'opera è indirizzata oltre che ai dotti anche al popolo comune, infatti l'autore inserisce anche una favola per rendere più gradevole e convincente l'esposizione del metodo scientifico. La novità è che il testo è scritto, per la prima volta in Galileo, in volgare, scelta adatta ai fini dell'autore.

...mi mancano
Rifletti sulle modalità con cui questo celebre apologo di Galileo diventa un atto d'accusa contro il principio di autorità di chi si adagia nelle conoscenze ormai depositate e al contempo una difesa del metodo sperimentale
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