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  • AIUTO x domani compitoooo su analisi del testo????!!! aiutooo!!!

matteo_juve
matteo_juve - Erectus - 50 Punti
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vorrei sapere X FAVORE il tema -non il messaggio o scopo- del brano "L'esame" di Dino Buzzati... per favore x il compito di domani!!! se possibile ache e diverse focalizzazioni (interna, esterna, zero...) o narratori (interno, esterno, primo e secondo grado...). grazie in anticipo.
ECCO IL BRANO.... mi aiutate? =) è x domani............ =)

Come non faceva quasi mai, Francesco Meneghello, spedizioniere, di 42 anni, andò un pomeriggio a prendere Carletto, il terzo dei suoi figli, che alle quattro e mezza usciva dalla scuola elementare. Lasciata la macchina un po’ discosto dall’ingresso entrò nell’atrio dove si affollavano in attesa una quantità di mamme. In quella scuola aveva studiato anche lui, quando era bambino; ma se ne ricordava molto poco.


Oltrepassando l’atrio, andò a dare un’occhiata nel cortile, dove una volta facevano ginnastica; adesso era cambiato, vi si stendevano due rettangoli di prato con pochi alberelli striminziti. Dalle vetrate chiuse tutto intorno, filtrava un gran brusio; finita la lezione, i bambini si preparavano ad uscire.

In quel mentre, dalla parte opposta del cortile, dove si apriva un largo androne, si udì una voce che chiamava “Meneghello!”. Era un uomo giovane, forse un maestro, che comparve nell’andito e cercando con gli occhi nel cortile ripeté: Meneghello! Meneghello!

Cercano mio figlio - lui pensò. – Che gli sia successo qualche cosa? – Sentendosi in certo modo parte in

causa, attraversò a passi rapidi il cortile, benché sapesse che era proibito; e andò a vedere. Fece in tempo a scorgere il maestro che si allontanava per un lungo corridoio, sempre chiamandolo ad alta voce “Meneghello!” affretto il passo per raggiungerlo. Ma giunto in fondo il maestro in un’aula.

Come fu dinanzi a questa porta, Meneghello ebbe una curiosa rimembranza. Proprio là dentro – se ne sovvenne all’improvviso – egli aveva dato l’esame di licenza elementare. Un esame però rimasto a mezzo. Ora se ne ricordava chiaramente: si era appena seduto dinanzi al tavolo della commissione, che da casa era venuto uno a chiamarlo perché suo padre stava male. In seguito le sue memorie si perdevano. Certo quella era stata l’ultima sua prova scolastica. Suo papà era morto, lui non aveva più studiato né ritentato mai l’esame.

Anche senza licenza elementare aveva però saputo fare strada. Le “Messaggerie Meneghello” oggi contavano qualcosa, senza sforzo egli avrebbe potuto comprare in blocco l’intera scuola, compresi i banchi, le maestre, i maestri, i bidelli e il direttore: - che il mio Carletto sia in quell’aula? – si domandò poiché non sentiva più gridare il suo cognome. Incuriosito, aprì un poco il battente, guardò dentro e rimase a bocca aperta. Alla luce fredda di una lampadina elettrica che pendeva dal soffitto (scese la sera, il resto dell’aula era nell’ombra) quattro uomini di diversa età sedevano a un ungo tavolo, in attesa, con registri, libri, fogli bianchi; dall’altra parte del tavolo, di fronte, c’era una sedia vuota. Il classico apparato per gli esami. – Che strano - egli pensò, - io li ho già visti questi quattro, seduti proprio come adesso, io ho già vissuto tale e quale l’attimo che sto vivendo ora. E cercava di sbrogliare la confusione che si sentiva nella testa.

Ma i quattro si erano voltati tutti insieme e adesso l’osservavano in silenzio. Finché il più anziano, un tipo di cinquant’anni con i baffi, la faccia rossa e gonfia, batté sul tavolo con l’estremità di una matita. E – Avanti, avanti Meneghello! – disse. Finalmente! – Finalmente! - ripeté un altro dei quattro, piccolo con gli occhiali, l’aria dispettosa e una cravatta verde a farfalla. – Avanti, avanti!

Meneghello senza sapere come, entrò nell’aula.

“Finalmente! – ripeté un terzo, magro e pallido, che era il più giovane, dal colorito levantino (colore scuro della pelle). Su, su, Meneghello, siediti ….. lo sai che ti aspettiamo da trentadue anni? – Trentadue anni… ma finalmente eccoti qui!.... Guarda! – fece il quarto della commissione, un tipo malinconico dalle palpebre cadenti e molli. E passò un dito sul piano del tavolo, lasciandovi una netta impronta.

Allora Meneghello constatò che sul tavolo, sui libri e sui registri la polvere era scesa formando uno strato di quasi un centimetro. E anche sui professori era caduta, facendoli simili a manichini che si trovano abbandonati nei solai; perché era buffo come l’impalpabile detrito segnasse ogni rilievo, formando in testa, sul naso, sulle spalle, sui vestiti, delle cornici soffici, al modo della neve sulle statue dei giardini. Quasi che da tempo immemorabile i quattro non si fossero più mossi.

Su, dunque, siediti fece il professore grasso che sembrava il presidente. E sfogliava intanto il suo quaderno.

Meneghello obbedì meccanicamente senza curarsi di spolverare il piano della sedia; tanto era sbalordito. Ma io …- balbettò – io cercavo mio figlio che fa la terza….. dev’esserci un equivoco.

Su, su fece il grasso ne hai avuto di tempo, direi, per prepararti. Ora ragazzo fa attenzione … Certamente …. Certamente tu sai darmi un bell’esempio di predicato nominale. E compiaciuto volse uno sguardo d’intesa ai suoi colleghi.

“Ma io ho più di quarant’anni … Io ho famiglia … io non ho più bisogno di …..

-Adagio!- lo interruppe il professore battendo con la matita sulla cattedra. Nella proposizione: Io ho più di quarant’anni”, il predicato nominale, secondo te dove sarebbe?

-Io non lo so, professore … io sono venuto qui a scuola per prendere mio figlio … mi lasci andare, professore … e si alzò deciso dalla sedia….

-giù, giù – intimò severamente quell’occhialuto, con un nervoso cenno delle mani, - cerca piuttosto di rispondere a dovere. Trentadue anni ci hai fatto aspettare: ora rimani! – e lui si risedette.

-Io ti boccerei – intervenne di nuovo il grasso con un risolino malizioso. – Io ti boccerei…..Ragazzo, dimmi: “Ti boccerei” che modo è? Che tempo? E di che verbo?

-Io, Io, non so – fece Meneghello, e si voltò verso la scalinata dei banchi che si perdeva nel buio, alle sue spalle. Quando era entrato gli era parso che fossero deserti. Adesso invece una donna era seduta in prima fila e più in là tre ragazzetti e più in là ancora altre sagome confuse.

Dio ma quella era sua mamma che lo fissava con sguardi supplichevoli. E i ragazzetti erano i suoi figli! E i suoi figli si sporgevano in avanti bisbigliando e facendo curiosi segni con la mani nel tentativo di suggerirgli le risposte.

Dopo una pausa di trentadue anni, dunque, l’esame dell’alunno Meneghello riprendeva. E non era più questione adesso di licenza o non licenza elementare. Si decideva ora una posta estrema. Per quanto rozzo e di poca fantasia, Meneghello era in grado di capirlo. La sua vita, la sua fortuna forse. E perciò poco a poco il panico di quel lontano giorno ritornava in lui, benché ormai fosse un uomo adulto, un autorevole padre di famiglia, padrone di una grossa azienda, benché liquido (ricco) delle “Messaggerie Meneghello” fosse bastante a comprare in blocco l’edificio della scuola, compresi maestre, maestri e direttore.

- Su ragazzo, fa attenzione esortò il grasso. Mi sai dire quando avvenne la battaglia di Custoza? E da chi fu combattuta? E chi la vinse?

- La battaglia di Custoza …. La battaglia di Custoza…- prese a balbettare Meneghello, sbirciando con la coda dell’occhio i suoi figliuoli se gli potessero suggerire la risposta. Credette di aver udito un “otto” e tentò il colpo: - Milleottocento …..milleottocentoquarantotto!

- Eh, eh – sbeffeggiò quello con gli occhiali. – L’abbiamo presa l’imbeccata eh? – e poi con voce aspra e collerica, rivolto ai tre ragazzi: - Basta laggiù, basta! – e picchiò di tutta forza una mano sopra il tavolo sollevando una nuvola di polvere.

- E la spedizione in Crimea quando fu fatta? E chi la volle? E a che scopo?

Una reminescenza incerta affiorò dal pozzo nebbioso dei ricordi. – Cavour…. – bisbigliò titubante, Meneghello.

- Oh finalmente! – esclamò il professore dalla faccia levantina. –Bravo Cavour! E chi era Cavour?

- Era un ministro …. Tentò la spedizione.

- Bravo; un ministro. E che ministro?

Seguì un silenzio. Finché intervenne il professore malinconico dalle palpebre calanti.

-Bé, proviamo un pochino di aritmetica. Forza, ragazzo, vieni alla lavagna.

Meneghello si sentì rinascere. Quello almeno era pane per lui. In matematica si sentiva ferratissimo. Trent’anni di contabilità quotidiana dovevano pur avergli insegnato qualche cosa. Prese il gessetto con spavalderia e aspetto intrepido il quesito.

- Scrivimi – e il professore strinse la fronte tra le mani. –Sì …Sì scrivimi una frazione propria …. Una frazione impropria ….. e una frazione apparente.

- Una frazione ….. propria? – chiese smarrito l’uomo e cerò con gli occhi i suoi figliuoli. Ma questi ormai vedendolo perduto, avevano rinunciato ad agitarsi; e lo fissavano sgomenti.

- Professore – disse Meneghello, - io ho fatto conti per tutta la vita, ma di frazioni proprie ….. confesso che ….- Non terminò la frase. Sentiva intorno il greve silenzio della scuola ormai deserta, anche il bidello doveva essersene andato.

Smorti e delusi anche i professori ora lo contemplavano senza aprire bocca convinti della inutilità d’insistere. E la polvere continuava a ricoprirli.

-Oh, Franco, Franco mio! Singhiozzò la mamma dal banco all’improvviso, perché capiva che tutto era finito.

-Eh bisognava aver studiato – deplorò quello con gli occhiali. – Tu non hai studiato e adesso paghi.

-Pago che cosa? – Meneghello era in piedi, pronto a fare resistenza. – Io ho più di quarantenni. Possibile che non sia mai finita a questo mondo?

-Proprio così – fece il grasso commiserando, pareva, anche se stesso. – Mai finita!....non lo sapevi forse?... sempre da capo, sempre …..Anche quando siamo vecchi….

Per un istante allora sentì cos’è la vita: come un peso, un’ansia senza fine, come un lavoro interminabile che quando si crede di aver eseguito fino in fondo, bisogna sempre riprendere da capo; e intanto il caro tempo vola e gli anni passano, e un giorno ci si ritrova stanchi, le forze non sono più quelle di una volta, e di ricominciare non si ha il fiato.

Ma si riscosse. – Basta! – gridò. – Voi mi fate ridere! Cosa potete farmi voi? Fantasmi siete, marionette! Tutti fantasmi! – E diede un pugno sopra il tavolo.


Si ritrovò seduto in automobile. La strada era deserta e buia. Dio, che brutto sogno aveva fatto. Guardò l’ora e si stupì: le otto e un quarto.

A casa i suoi erano già seduti a tavola. – Carletto – disse Meneghello entrando – sai che bella! … Ero venuto a scuola a prenderti ….. Poi mi sono addormentato in macchina ….E mi sono svegliato poco fa ….

La moglie lo guardava preoccupata. – Dimmi, Franco, non ti senti bene? Perché adesso non ti siedi? Cosa fai con quella mano nella tasca?

Era pallido, in fondo alla tasca destra della giacca le sue dita avevano incontrato una piccola cosa liscia, tenera, che non doveva esserci. Adagio, adagio la trasse fuori e la guardò.

-Ma Franco, cosa fai con quel gesso? Dove l’hai preso?, perché lo tieni in tasca? Ti sporcherai tutto il vestito!
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