danye
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tema sul anziano
michaeljacksondebest
michaeljacksondebest - Erectus - 132 Punti
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Gli anziani ci sono sempre stati... Tuttavia, la situazione ha subito una profonda evoluzione quantitativa e qualitativa: una volta: i vecchi rap­presentavano i sopravvissuti abbastanza rari di un'ecatombe che colpiva le popolazioni più gio­vani (mortalità perinatale, epidemie, guerre, malattie acute...) e inoltre vivevano in un mondo dove la vulnerabilità era un destino comune. Non è il caso di idealizzare quel tempo, in cui i bambini nascevano molto spesso quando erano già morti i quattro nonni e perciò quando la famiglia non poteva essere multigenerazionale.

L'invecchiamento della popolazione, frutto del progresso medico e sociale, pone quindi dei problemi nuovi alla famiglia, che ne risulta profondamente trasformata. Ora, la risposta della fami­glia è largamente influenzata dalla cultura domi­nante della nostra epoca, dominata dal primato dell'oggettivazione, dalla volontà di dominio e dal prestigio dell'approccio medico. Questa ideolo­gia comporta un'oscillazione, che da una parte nega la vecchiaia, sempre evitata e rinviata, nella esaltazione dell'attivismo e dell'utilitarismo, e d'altra parte riduce la vecchiaia a una malattia che deve essere curata con la medicina, quando sopraggiunge l'ineluttabile vecchiaia stessa. Ve­dremo che questa ipermedicalizzazione della pro­blematica della vecchiaia provoca paradossal­mente un aggravamento dei fenomeni patologici, tramite la rottura della solidarietà familiare e amicale, l'incomprensione delle dinamiche affet­tive e l'espropriazione dell'anziano mediante mec­canismi di oggettivazione.

Se la famiglia vuol essere un luogo per «vivere, amare e morire», deve considerare l'anziano in maniera differente, con una visione del proble­ma che non lo chiuda più in se stesso, ma si apra all'altro come persona. Ciò si può realizzare uni­camente in una profonda interdipendenza fra l'an­ziano, la sua famiglia e gli altri in una società solidale. L'avanzamento negli anni esige che l'in­dividuo vada oltre l'immagine di se stesso, accet­ti questa perdita mediante un «processo di lutto» in cui abbandona le sue identificazioni e si apre ai nuovi avvenimenti. Senza dubbio, tale evolu­zione sarà possibile solo se è accompagnata e sostenuta dalla famiglia e dall'ambiente sociale. Questo dialogo con l'anziano nel suo progressivo evolversi provocherà a sua volta effetti sui paren­ti in una sorta di pedagogia del non-dominio e dell'interdipendenza. Solo un atteggiamento di esclusione o di negazione dell'anziano per­mette agli altri di illudersi sul loro pseudo-domi­nio e sulla loro indipendenza narcisistica.

Questo rimettere in causa i nostri desideri di dominio e le nostre comodità narcisistiche è par­ticolarmente violento nei casi di pazienti detti «dementi», con tutte le riserve che impone questo termine generico. Tale contatto può essere tal­mente sconvolgente da suscitare differenti rea­zioni di rigetto o di fuga. Quegli stati contrasse­gnano effettivamente i limiti della nostra raziona­lità, della nostra affettività e delle nostre con­vinzioni. Una riflessione sull'invecchiamento non può ignorare né quegli individui che vivono la «grande prova», né le loro famiglie che si dibat­tono in problemi materiali, psicologici ed etici. In simili momenti di solitudine, limitatezza e in­certezza estrema, s'impone più che mai la neces­sità della solidarietà fra l'individuo, la sua fami­glia e la società, attraverso umili atti creatori di umanità più profonda.
FONTI: YAHOO
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