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[SIZE=2] Intervista realizzata dal collettivo Kom-Pa
Un poco più "Proletary Correct"..

Un film già visto?
Scritto da Kom-pa
giovedì 14 febbraio 2008


Blitz tra Sicilia ed America, capi mafia arrestati, presidenti di regione condannati, sparatorie in piazza...

Frammenti del passato o presagi del futuro?

Come interpretare questa lunga catena di eventi al di là dei sensazionalismi? Cosa sta realmente accadendo in Sicilia?

Abbiamo incontrato Umberto Santino, fondatore e anima del Centro di Documentazione Peppino Impastato, nonché tra i maggiori studiosi esistenti di storia e dinamiche della mafia, per provare a capire come si sta riorganizzando il potere mafioso, il suo controllo economico, i suoi intrecci con la politica.

Kom-Pa: Qual è il segno degli arresti che hanno caratterizzato la cronaca degli ultimi due anni, da Provenzano e Lo Piccolo fino a quelli degli ultimi giorni? Come intaccano e come cambiano l'establishment di cosa nostra?

Umberto Santino: Già negli ultimi anni della latitanza di Provenzano si parlava di una direzione collegiale limitata a pochi capimafia (quindi non la vecchia cupola, già accantonata dai "corleonesi" che avevano eliminato fisicamente buona parte dei componenti, ma un triunvirato: Provenzano, Rotolo, Lo Piccolo). Dopo l'arresto di Provenzano, si diceva che Lo Piccolo tentasse la scalata e avesse estromesso Rotolo, mentre restava in sottofondo il ruolo di Messina Denaro, che rimane il latitante più noto. Se ci si limita ai nomi conosciuti, Cosa nostra è decapitata, ma resta da vedere se nel frattempo non si siano fatti avanti personaggi di cui non si sa nulla o quasi. Gli ultimi arresti in Sicilia e negli Stati Uniti interrompono, non si sa se totalmente o parzialmente, un rapporto che era ripreso negli ultimi anni e mirava a riguadagnare posizioni nei traffici internazionali che avevano visto il proliferare di altri soggetti criminali. Sembra di rivedere un film già visto: i nomi sono quasi tutti noti, a cominciare dagli Inzerillo, gli "scappati" della guerra di mafia dei primi anni '80, l'unico nome nuovo di spicco è Frank Calì, e le attività sono le solite: estorsioni, usura, droga, imprese alimentari e di costruzioni.

Il tema su cui riflettere va al di là di Cosa nostra, riguarda la tenuta del blocco sociale e i comportamenti dei suoi componenti, dagli strati più alti a quelli più bassi. Risulta che ancora oggi, nonostante gli arresti di molti estorsori, pochissimi commercianti e imprenditori collaborano con la giustizia e si schierano con l'antiracket e la condanna di Cuffaro, con una sentenza ambigua, è la riprova che a livello politico non pare che ci siano grandi novità, nonostante i proclami sulla legalità.

K-P: A proposito della la sentenza Cuffaro, non credi che si aprano nuovi scenari rispetto all'asse politica-economia-criminalità organizzata? La sentenza di condanna determina delle crepe e delle incrinature in quel blocco di potere di cui Cuffaro è stato il punto di riferimento più visibile?

U. S.: Non vedo novità. La sentenza è un capolavoro di bizantinismo e conferma una linea giudiziaria che ha avuto il suo precedente più noto nella sentenza Andreotti: delitto di associazione semplice (allora non c'era l'associazione mafiosa, introdotta nel 1982) accertato fino al 1980 ma prescritto, assoluzione per il periodo successivo.

Image Un compromesso all'italiana, così era contenta la Procura ed era contento Andreotti. Non si è capito perché fino al 1980. I rapporti con Lima sono durati fino alla sua morte nel 1992: non saranno rilevanti sul piano penalistico, lo erano sul piano politico. Così per Cuffaro non si capisce come non sia stata sancita l'aggravante del rapporto con la mafia: come si fa a sostenere che Cuffaro non sapesse chi erano i suoi interlocutori, in particolare Guttadauro? Pare che sia tornati a prima della legge antimafia, cioè ai "mafiosi senza mafia", mafiosi solo per cultura, per comportamento, al di fuori della struttura organizzativa, di cui prima del 1982 si negava l'esistenza.

Sul piano dei rapporti mafia-politica non vedo crepe significative. Quasi tutti i politici di centrodestra si sono detti vicini a Cuffaro. Le prese di distanza di Miccichè e di qualche altro esprimono più dissapori concorrenziali che reali divergenze. Cuffaro è deciso a farla pagare a Miccichè, ma non mi pare che si vada oltre il litigio personale. Non li vedo come rappresentanti di interessi diversi. Certo, ognuno vuole imporre il proprio candidato ma il collante del potere l'avrà vinta sugli appetiti particolari. Anche nella Democrazia cristiana c'erano contrasti, anche forti, ma non impedivano la cogestione del potere. Il problema è l'analisi del cosiddetto "cuffarismo". C'è stata una sostanziale continuità rispetto al sistema clientelare democristiano, entrato in crisi con la flessione dei flussi finanziari pubblici ma ripresosi con l'accesso ai fondi europei, spesi con gli stessi criteri di prima: una serie di vecchi progetti riverniciati secondo gli standard indicati dall'Unione europea e la prospettiva delle grandi opere, progettate ed eseguite più per scavare in una miniera di soldi che per la loro utilità e funzionalità a un "progetto di sviluppo". Si è parlato di "cuffarismo", ma a questo sistema di potere hanno messo mano tutti, da An a Forza Italia, ai sicilianisti tornati a galla. E ora con Berlusconi ritornerà il Ponte.

K-P: Rispetto alla definizione storica di "borghesia mafiosa" c'è in atto un passaggio di fase? Cioè, pur essendo evidenti i nessi, ci pare che vada aumentando la distanza tra la mafia del controllo capillare del territorio e quella dell'alta finanza. Secondo te è possibile parlare di una separazione in atto tra "mafia popolare" e "mafia borghese"?

U. S.: La mia analisi sulla borghesia mafiosa è dinamica e segue gli andamenti del contesto. Nella fase agraria essa è stata soggetto e frutto dell'accumulazione primitiva, successivamente si è riciclata e urbanizzata con l'assalto alla regione e alla spesa pubblica, configurandosi come "borghesia di Stato"; in anni più recenti, con la lievitazione dell'accumulazione illegale e la finanziarizzazione, ha allargato i suoi orizzonti ma ha incontrato le difficoltà nascenti da un uso "eccessivo" della violenza da parte dei gruppi armati che pensavano di condurre e vincere militarmente la gara egemonica. Ha fatto ottimi affari in settori chiave come la sanità, in cui il denaro pubblico è servito per operazioni di privatizzazione speculativa a rimpiazzare una sanità pubblica smantellata. Nel tempo sono cambiati le fonti di approvvigionamento e i terreni di attività, ma continuità (le estorsioni, gli appalti) e innovazione sono riuscite a intrecciarsi.

Image Non vedo lo stacco tra controllo del territorio e attività finanziaria: l'arcaico e il premoderno convivono con la globalizzazione e il postmoderno e starei attento a parlare di "mafia popolare" e "mafia borghese". La stessa organizzazione militare è transclassista (ci sono personaggi come Riina e Provenzano, di origine contadina, e professionisti, in prima fila i medici) e lo è pure il blocco sociale; le attività agiscono da motori di mobilità sociale ma gli interessi prevalenti sono stati sempre quelli classificabili come "borghesi", miranti all'occupazione del potere. In passato ci sono stati illusioni sulla recuperabilità di soggetti mafiosi a una prospettiva di rinnovamento. Nel secondo dopoguerra non mancarono teorizzazioni e inviti per spostare settori di mafia verso le lotte contro l'assetto proprietario delle campagne, in base a un'analisi centrata sulla lotta ai "residui feudali" e che considerava la mafia una "borghesia impedita nel suo sviluppo". I gabelloti mafiosi respinsero gli inviti e rimasero abbarbicati agli agrari e spararono sui contadini in lotta. Già negli anni dei Fasci siciliani si era posto correttamente il problema di conquistare i piccoli delinquenti, ma i dirigenti più avveduti capivano perfettamente che la mafia stava dall'altro lato. Anche Bernardino Verro, che pure si era affiliato ai "fratuzzi" di Corleone, capì ben presto che i mafiosi non erano recuperabili. Oggi manca una prospettiva che guardi agli strati popolari, per sottrarli ai reticoli illegali, direttamente o indirettamente legati alla mafia.

K-P: A nostro avviso negli ultimi anni è avvenuta un'accelerazione del processo di disgregazione dello storico tessuto sociale della città. In questo panorama ci sembra che comunque la mafia sia l'unica presenza sul territorio che risponda ai bisogni, con criteri clientelari e particolaristici, costruendo in questo modo un consenso sociale e culturale, colmando così il vuoto lasciato dalla "politica"...

U. S.: Palermo è una città inesplorata dal punto di vista di un'analisi sociologica degna di questo nome. In anni ormai lontani abbiamo fatto delle proposte per avviare un'inchiesta sulla città, dopo aver pubblicato il volume La città spugna in cui avevamo raccolto le analisi effettuate fino a quel momento. Le richiamo sinteticamente: la corte dei miracoli plebea e sottoproletaria di Dolci, la città marginale, la capitale del clientelismo, la parassitopoli regionale, la metropoli stagnante. Purtroppo non abbiamo trovato interlocutori per svolgere una ricerca adeguata: l'Università, tolto qualche caso individuale, non ama la ricerca. Palermo consuma più di quanto produce e l'accumulazione illegale ha avuto e ha un ruolo fondamentale. Ma essa non avviene in un "vuoto della politica", ma in un pieno di relazioni che sono in gran parte fondate sull'uso del denaro pubblico, quindi sulla centralità della politica.

Purtroppo non c'è stata e non c'è un'"altra" politica. Dopo il grande flusso migratorio degli anni '50-'70, sindacati e partiti più o meno di sinistra sono stati dissanguati e non hanno radicamento territoriale, se non in alcune realtà della provincia, che hanno ammainato bandiera sotto l'ondata berlusconiana.

In Sicilia rimane qualche avamposto, in particolare Gela. Le sinistre hanno perso la loro identità storica, contadina e in parte operaia, e ormai si limitano ad acquisire qualche flusso di denaro pubblico (vedi Crisafulli a Enna), a predicare legalità e ad agitare simboli e icone. Non c'è una linea politica che affronti i problemi della disoccupazione, della precarietà, dell'emarginazione, che potrebbe dare una nuova identità e coinvolgere buona parte della popolazione, soprattutto quella giovanile, in un progetto di mutamento.

K-P: Negli ultimi anni sono state portate avanti importanti iniziative che hanno fatto tornare al centro dell'attenzione la questione del controllo mafioso del territorio (pensiamo ad esempio ad Addiopizzo). Pur riconoscendo il loro valore ci sembra che abbiano il limite di dare centralità al piano giudiziario rispetto a quello politico. Inoltre è evidente che il gran parlare di lotta al sistema delle estorsioni mette in secondo piano il fatto che questo è forse uno degli aspetti, non l'unico, tra tutti i canali illegali di ricerca del profitto per Cosa Nostra. L'attenzione alla sola impresa come soggetto in grado di praticare la lotta alla mafia, pur se importante, non rischia di mettere nel dimenticatoio l'antimafia di altre parti della società? Ci sono secondo te presenti nel territorio esperienze che riescono a coniugare lotta alla mafia e rivendicazione di diritti?

U. S.: Addio pizzo, e quel tanto che si è sviluppato sul fronte antiracket, più nella Sicilia orientale che in quella occidentale, rappresentano la volontà di liberazione dal giogo mafioso di una parte ancora minoritaria della popolazione. Di fronte a 10.000 firme per il consumo critico, difficile da mettere in atto, ci sono solo poche centinaia di commercianti e di imprenditori che aderiscono alla campagna antiracket e alcune decine che hanno formato a Palermo l'associazione Liberofuturo. La centralità assegnata al piano giudiziario si spiega con il fatto che denunciare, con nomi e cognomi, significa passare una frontiera, fare un salto culturale, tentare di spezzare legami storici. E indicare la strada dell'autoorganizzazione vuol dire praticare una democrazia della responsabilità in prima persona e non della delega, con il vecchio alibi: lo Stato è assente e quindi non me la sento di affidarmi ad esso. Certo, le estorsioni sono solo una parte dell'accumulazione mafiosa, ma hanno un ruolo strategico anche sul piano politico: sono la forma più evidente di esercizio della signoria territoriale, una fiscalità criminale concorrente con quella istituzionale. Siamo di fronte quindi a un'antimafia civile che va articolata e sviluppata. Addiopizzo cerca di andare oltre l'aspetto giudiziario, lavora anche nelle scuole e ha posto più volte il problema di escludere dalle liste elettorali candidati in odore di mafia, cioè si pone in qualche modo il problema di un "rinnovamento" del personale politico-istituzionale.

A Palermo l'unica forma che si può definire di "antimafia sociale", almeno embrionale. è la lotta dei senzacasa da quando ha tra i suoi obbiettivi l'uso delle case confiscate ai mafiosi. Sono solo qualche decina di famiglie e qualche centinaio di persone, troppo poco per poter parlare di un "movimento", ma quanto basta per dire che finora è l'unica forma di lotta che coinvolga strati popolari, di vecchi e nuovi poveri. Purtroppo le proposte di sostenerla, rafforzarla, puntare all'autorecupero e all'autocostruzione per creare un embrione di blocco sociale alternativo, coinvolgendo edili, professionisti disoccupati o precari, non hanno trovato ascolto, né tra i sindacati né tra i partiti.
Quest'anno cade il trentennale dell'uccisione di Peppino Impastato, si parla già di un'edizione speciale del Forum Sociale Antimafia di Cinisi. Qualche anticipazione?

U. S.: La bozza di programma è già sul sito del Centro. e su quello dei compagni di Peppino . Vorremmo attualizzare, senza tradirla ed edulcorarla, l'esperienza di Peppino, con la sua radicalità e la sua concretezza. Parleremo di informazione, di mafia e antimafia, dei movimenti alternativi. Ci auguriamo che ci sia una buona partecipazione non solo alla manifestazione del 9 maggio ma pure ai Forum.

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