nashira93
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Ciao... devo fare delle ricerche di storia, solo che io non sono molto brava e quindi non le trovo... se mi date una mano...
Allora:
°Origini mitologiche di Roma
°Religione dei Romani, divinità, templi....

per favore sono urgenti
ippo94
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Fondazione di romaLa data della fondazione di Roma è stata fissata al 21 aprile dell'anno 753 a.C. (Natale di Roma) dallo storico latino Varrone.

I Romani avevano elaborato un complesso racconto mitologico sulle origini della città e dello stato, che ci è giunto attraverso le opere storiche di Tito Livio, e quelle poetiche di Virgilio e Ovidio, tutti dell'età augustea. In quest'epoca le leggende riprese da testi più antichi vengono rimaneggiate e fuse in un racconto unitario, nel quale il passato mitico viene interpretato in funzione delle vicende del presente.

I moderni studi storici e archeologici, che si basano sia su queste ed altre fonti scritte, sia sugli oggetti e i resti di costruzioni rinvenuti in vari momenti negli scavi, tentano di ricostruire la realtà storica che sta dietro al racconto mitico, nel quale man mano si sono andati riconoscendo alcuni elementi di verità.

La leggenda
Il mito racconta di una fondazione avvenuta ad opera di Romolo, discendente dalla stirpe reale di Alba Longa, che a sua volta discendeva da Ascanio o Iulo, figlio di Enea, l'eroe troiano giunto nel Lazio dopo la caduta di Troia.

La leggenda
Come si racconta nell'Eneide, Enea, figlio della dea Venere, fugge da Troia, ormai presa dagli Achei, con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio; mentre la moglie Creusa, figlia del re Priamo, perisce nell'incendio della città. Mentre Enea dirige le rotte verso l’ Italia, viene travolto con le sue navi da una tempesta per volere di Giunone (adirata con lui), che lo costringe ad approdare a Cartagine dove viene accolto dalla regina della città Didone.

Durante un banchetto in suo onore Enea inizia a raccontare le sue avventure: la caduta di Troia, lo stratagemma del cavallo e la sua fuga insieme al padre Anchise e al figlio Iulo dopo la misteriosa scomparsa della moglie Creusa nel tumulto della notte in cui fu distrutta la città di Troia. Dopo essere fuggiti si rifugiarono sul monte Ida, dove rimasero per tutto l’inverno nell’allestimento di una nuova flotta, dopodiché partirono per una nuova patria.

Al termine del suo racconto Didone si era già innamorata di Enea, poiché Venere aveva scambiato il figlio con Cupido che colpì Didone con una delle sue frecce. Didone chiese ad Enea se volesse rimanere con lei a regnare su Cartagine, Enea e i compagni dopo essere rimasti per un anno a Cartagine per ordine del Fato e di Giove ripartirono per il Lazio. Didone vedendo lontane le navi di Enea maledisse la stirpe troiana e si uccise.

Dopo varie peregrinazioni nel Mediterraneo, Enea approda nel Lazio, come si era riproposto in seguito al racconto della madre, che dopo una predizione gli aveva detto di fondare una città nella patria di Dardano (il suo antenato che sempre secondo la leggenda era stato il fondatore di Troia). Nel Lazio, Enea viene favorevolmente accolto dal re Latino, che gli fa conoscere sua figlia Lavinia. Enea si innamora perdutamente di lei ma viene a sapere che Latino l'ha già promessa a Turno, re dei Rutuli. Il padre di Lavinia ascolta le intenzioni di Enea ma temendo una vendetta da parte di Turno si oppone ai suoi desideri. La disputa per la mano della fanciulla diventa una vera e propria guerra, a cui partecipano le varie popolazioni italiche, compresi gli Etruschi e i Volsci; Enea si allea con alcune popolazioni greche provenienti da Argo e stanziate nella città di Pallante sul Palatino, regno dell'arcade Evandro e di suo figlio Pallante[1]. La guerra è molto sanguinosa (subito muore Pallante ucciso da Turno), e per evitare ulteriori vittime si decide che la sfida fra Enea e Turno dovrà risolversi in un combattimento tra i due "comandanti" e pretendenti. Enea sta per risparmiare Turno ma alla vista di una cintura di Pallante, lo uccide e ha il sopravvento, sposa Lavinia e fonda la città di Lavinio (l'odierna Pratica di Mare).

La lupa capitolinaDopo trent'anni, Ascanio fonda una nuova città, Alba Longa, sulla quale regnano i suoi discendenti. Molto tempo dopo il figlio e legittimo erede del re Proca di Alba Longa, Numitore, viene spodestato dal fratello Amulio, che costringe la figlia Rea Silvia a diventare vestale e a fare quindi voto di castità. Tuttavia il dio Marte s'invaghisce della fanciulla e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo. Il re Amulio ordina l'uccisione dei gemelli, ma il servo incaricato di eseguire l'assassinio non ne trova il coraggio e li abbandona alla corrente del fiume Tevere. La cesta nella quale i gemelli sono stati adagiati si arena sulla riva, presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio, dove i due vengono trovati e allevati da una lupa (probabilmente una prostituta, all'epoca chiamate anche lupe, di cui si ritrova oggi traccia nella parola lupanare). Li trova poi il pastore Faustolo che insieme alla moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli. Una volta divenuti adulti e conosciuta la propria origine Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa, uccidono Amulio, e rimettono sul trono il nonno Numitore.

Romolo e Remo ottengono quindi il permesso di andare a fondare una nuova città, nel luogo dove sono cresciuti. Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole battezzare Remora e fondarla sull'Aventino. È lo stesso Livio che riferisce le due più accreditate versioni dei fatti:

« Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore. »
(Livio, i.7 – traduzione di G. Reverdito)

La città è quindi fondata sul Palatino, e Romolo diventa il primo Re di Roma.

La formazione del mito [modifica]
Nell'Iliade, Enea durante il duello con Achille viene salvato dal dio Poseidone, che ne profetizza il futuro regale. Questo vaticinio e il fatto che non ne sia narrata la morte nelle vicende della caduta della città di Troia, permise la creazione delle leggende sulla sorte successiva dell'eroe.

Nell'Iliou persis di Arctino di Mileto, della metà dell'VIII secolo a.C., si racconta la sua partenza verso il monte Ida, mentre nell'Inno omerico ad Afrodite, della fine del VII secolo a.C., Enea viene visto regnare sulla nuova Troia ricostruita, al posto della stirpe di Priamo. Anche la città di Ainea nella penisola calcidica si riteneva fondata da Enea e una moneta cittadina della fine del VI secolo a.C. rappresenta la fuga dell'eroe da Troia. Con Stesicoro, nel VI secolo a.C., viene introdotto il viaggio di Enea verso l'Occidente. Il testo letterario non ci è giunto, ma ne rimane testimonianza nelle raffigurazioni con "didascalie" della Tabula Iliaca (rilievo proveniente da Boville nei Musei Capitolini di Roma, databile al I secolo d.C.).

Nel V secolo a.C. i Greci crearono quindi probabilmente la leggenda della fondazione di Roma da parte di Enea: Dionigi di Alicarnasso ci riporta il racconto di Ellanico di Lesbo e di Damaste di Sigeo che avevano preso a modello le altre fondazioni di città greche attribuite agli eroi omerici. Viene anche inventata un'eroina troiana che avrebbe dato il suo nome alla nuova città ("Rome";).

La presenza di raffigurazioni del mito di Enea su oggetti rinvenuti in centri etruschi tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. ha fatto ipotizzare in alternativa che il mito si sia sviluppato in quest'epoca in Etruria.

La relazione di Enea con Lavinio viene introdotta, alla fine del IV secolo a.C., da Timeo di Tauromenio, che, come testimoniato nuovamente da Dionigi di Alicarnasso, racconta di avervi visto con i suoi occhi i Penati troiani. Il legame con Lavinio è testimoniato anche dal poeta Licofrone. Si tratta forse di un mito di fondazione di origine latina o romana, attestato anche archeologicamente: un tumulo funerario, databile in origine al VII secolo a.C., mostra un adeguamento a funzioni di culto proprio alla fine del IV secolo a.C. e corrisponde ad una descrizione di Dionigi di Alicarnasso del cenotafio dell'eroe, costruito nel luogo in cui era scomparso (rapito in cielo) nel corso di una battaglia.

Tra il IV e il III secolo a.C. dopo una lunga elaborazione di molteplici materiali tradizionali, tra cui ebbe forse particolare peso quello di origine gentilizia (le "storie di famiglia" del patriziato), viene redatto il racconto della fondazione della città da parte di Romolo e Remo. Questa redazione e la selezione dei materiali della tradizione, fino a quel momento probabilmente trasmessi essenzialmente per via orale, dipende fortemente dal contesto contemporaneo: Roma deve poter essere accolta nel mondo culturale greco, minimizzando invece l'apporto etrusco. La storia arcaica di Roma, a partire dalla sua fondazione viene quindi riferita da Fabio Pittore (che scrive in greco) e sarà ripetuta nelle Origines di Catone, negli scritti di Calpurnio Pisone e negli Annales di Ennio.

La leggenda di Enea fondatore di Lavinio viene fusa da Eratostene di Cirene con quella di Romolo e Remo: a lui si deve l'invenzione della dinastia regale di Alba Longa, a coprire lo scarto cronologico tra la data della caduta di Troia, agli inizi del XII secolo a.C., e la tradizionale data di fondazione della città, alla metà dell'VIII secolo a.C.. Secondo Ennio, Romolo e Remo sono invece figli della figlia di Enea, di nome Ilia. Saranno infine Catone il Censore, Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Appiano e Cassio Dione a narrare la leggenda così come è conosciuta dell'Eneide di Virgilio. Questi aggiunge tuttavia alle peregrinazioni dell'eroe la sosta presso la regina Didone, che rappresenta la spiegazione mitica dell'ostilità tra Roma e Cartagine.

Altro materiale mitico e leggendario [modifica]
Alcune varianti riguardano gli stessi Romolo e Remo, figli di Enea e Dessitea, nati già a Troia, oppure di Latino, figlio di Telemaco e di Rhome, o ancora di una Emilia, figlia di Enea, e del dio Marte.

Una leggenda racconta infine una diversa versione: sul focolare della casa di Tarchezio, tirannico re di Alba Longa, era apparso un fallo, che un oracolo impose di far unire con una fanciulla vergine. La figlia del re si fece tuttavia sostituire da una schiava, ma venne scoperta dal padre: le due donne furono imprigionate e i gemelli nati da quell'unione furono esposti in una cesta lasciata nel Tevere.

Anche la figura di Acca Larenzia compare in un diverso racconto che ci ha tramandato Plutarco: il guardiano del tempio di Ercole aveva perso una partita a dadi che aveva giocato contro il dio stesso e la cui posta era una donna. Il guardiano invitò dunque Acca Larenzia nel tempio e ve la richiuse. Dopo aver passato la notte con lei Ercole favorì le sue nozze con il ricco Tarunzio, che alla sua morte la lasciò erede delle sue ricchezze: Acca Larenzia le donò quindi al popolo romano. L'episodio spiega in tal modo il culto che le veniva dedicato (festa dei Larentalia), e che forse è dovuto all'antico carattere divino di questa figura.

Secondo Plinio il Vecchio e Aulo Gellio i dodici figli di Acca Larenzia e di Faustolo sarebbero stati all'origine del collegio sacerdotale dei fratres Arvales caratterizzato dall'uso di rituali e formulari nettamente arcaici.

A Pallante, la città sul Palatino sorta nel luogo in cui più tardi sarà fondata Roma, si colloca anche il regno di Evandro, citato nell'Eneide virgiliana. Evandro avrebbe dato ospitalità ad Ercole che conduceva le mandrie sottratte a Gerione per una delle sue dodici fatiche: durante il suo soggiorno tuttavia le mandrie gli furono rubate da Caco, figlio di Tifone, che egli precipitò dalla rupe del Palatino.

Ma il personaggio e la sua città rivestono anche un’importanza che probabilmente esula da quella esclusivamente mitologica. Dal nome di Pallante (o, secondo alcune versioni Pallanteo) potrebbe infatti essere derivato lo stesso toponimo di Palatino. La coincidenza poi che le feste "Palilie"si celebrassero nella stessa data della fondazione di Roma può far pensare ad un’ipotesi di accordo e di spartizione del territorio tra la gente di Romolo, stanziata sul Germalo, l’altura settentrionale del Palatino, e quella di Evandro, stabilitasi sul Palatino vero e proprio, più a sud, riservando alla Velia, l’altura intermedia, il ruolo forse di area cimiteriale, come i reperti archeologici lasciano supporre. Non va neanche sottovalutato il rilievo che assume la figura di Ercole e l’ospitalità offertagli dallo stesso Evandro: Ercole, ladro e assassino (avendo ucciso Gerione per rubargli le mandrie), che cerca rifugio in una regione infestata da ladri (Caco aveva il suo rifugio nel vicino bosco della dea Laverna – v. anche Porta Lavernalis) è molto simile ai proto-romani, pastori e personaggi comunque poco raccomandabili, riuniti sul Germalo in una comunità rozza e violenta che però è disposta a riconoscere il diritto d’asilo.

Origine del nome [modifica]
L'origine del nome della città era incerta anche in antico.

Un autore a cavallo tra il IV e il V secolo d.C., Servio, riteneva che il nome potesse derivare da un’antica denominazione del fiume Tevere, Rumon, dalla radice ruo (a sua volta proveniente dal greco ρεω), scorro, così da assumere il significato di Città del Fiume. Ma si tratta di un’ipotesi che non ha riscosso molto successo.

Gli autori di origine greca, primo fra tutti Plutarco, tendevano naturalmente ad autocelebrarsi come i civilizzatori e i colonizzatori del bacino del Mediterraneo, e quindi insistevano sulla lontana origine ellenica della città. Secondo le loro ricostruzioni leggendarie, i profughi troiani guidati da Enea arrivarono sulle coste del Lazio, dove fondarono una città a cui diedero il nome di una delle loro donne, Rome. Un’altra versione fa della stessa Rome la figlia di Ascanio, e quindi nipote di Enea. Ancora una Rome profuga troiana giunge nel Lazio e sposa il re Latino, sovrano del popolo lì stanziato, da cui ha tre figli che fondano una città e la chiamano col nome della madre.

Sempre Plutarco offre altre ipotesi alternative, secondo le quali Rome poteva essere un mitico personaggio eponimo, figlia di Italo, re degli Enotri o di Telefo, figlio di Eracle. In tutte le versioni si ritrova la stessa eponima chiamata Rome, la cui etimologia proviene dalla parola greca rhome con il significato di "forza".

Le fonti citano anche altri possibili eroi eponimi, come Romano, figlio di Odisseo e di Circe, o Romo, figlio del trioiano Emasione, o ancora Rhomis, signore dei Latini e vincitore degli Etruschi.

Secondo altre interpretazioni di un certo interesse, il nome ruma sarebbe di origine etrusca, in quanto non ne è stato trovato l'etimo indoeuropeo (e l'unica lingua non-indoeuropea della zona era appunto l'etrusco). Il termine sarebbe entrato come prestito nel latino arcaico e avrebbe dato origine al toponimo Ruma (più tardi Roma) e ad un prenome Rume (in latino divenuto Romus), dal quale sarebbe derivato il gentilizio etrusco Rumel(e)na[2], divenuto in latino Romilius. Il nome Romolo sarebbe quindi derivato da quello della città, e non viceversa.

In ogni caso la tradizione linguistica assegna al termine ruma, in etrusco e in latino arcaico, il significato di mammella, come è confermato da Plutarco il quale, nella "Vita di Romolo" racconta che "Sulle rive dell’insenatura sorgeva un fico selvatico che i Romani chiamavano Ruminalis o, come pensa la maggioranza degli studiosi, dal nome di Romolo, oppure perché gli armenti erano soliti ritirarsi a ruminare sotto la sua ombra di mezzogiorno, o meglio ancora perché i bambini vi furono allattati; e gli antichi latini chiamavano ruma la mammella: ancora oggi chiamano Rumilia una dea che viene invocata durante l’allattamento dei bambini." Questa interpretazione del termine ruma è quindi strettamente collegata con i motivi che hanno portato alla scelta, come simbolo della città di Roma, di una lupa con le mammelle gonfie che allatta i due mitici gemelli fondatori.

Anche sulla lupa sono da fare delle considerazioni: posto che alcuni ritengono che ad accudire i gemelli possa essere stata effettivamente una lupa (in quanto mammifero in grado di avere gravidanze plurigemellari) la quale, avendo perso i propri cuccioli a causa di un predatore, aveva vagato fino a quando, trovati i due neonati, li aveva allevati impedendone così la morte certa, occorre rilevare che il termine "lupa" in latino assume anche il significato di prostituta (da cui, "lupanare", luogo dove si svolge la prostituzione), ed è quindi abbastanza probabile che la "lupa" in questione sia stata effettivamente una prostituta.

Secondo una tradizione diffusa nell’antichità, una città aveva tre nomi: uno sacrale, uno pubblico e uno segreto. Posto che al nome pubblico di Roma era unito quello religioso di Flora o Florens, usato solo in occasione di determinate cerimonie sacre, quello segreto è rimasto ovviamente sconosciuto. Il motivo e la necessità di questa segretezza riporta ad un’altra tradizione diffusa presso gli antichi (ma anche in alcune culture contemporanee non occidentali) e che si ritrova anche nella storia dell’origine della scrittura: il nome di un oggetto o di una entità esprimeva l’essenza e l’energia dell’oggetto o entità che definiva. Nominare qualcosa equivaleva più o meno a renderlo vivo ed esistente e la conoscenza del nome significava, in pratica, avere il potere di influire, in bene o in male, sull’oggetto di cui si possedeva la conoscenza. Nel caso di una città il nome segreto corrispondeva, di fatto, al nome segreto del Nume tutelare e infatti i Pontefici romani, nelle invocazioni, si rivolgevano a "Giove Ottimo Massimo o con qualunque altro nome tu voglia essere chiamato". In base a questo principio negli assedi veniva evocato il dio protettore della città assediata, promettendogli riti e sacrifici migliori, affinché abbandonasse la tutela della città nemica, e per questo motivo i romani conservarono con estrema cura il nome segreto della loro città.

I dati storici e archeologici [modifica]
I reperti più antichi nel nucleo primitivo di Roma, sono quelli ritrovati vicino alla chiesa di Sant'Omobono, sotto al colle del Campidoglio, all’incrocio tra l’odierna via L. Petroselli ed il Vico Jugario; si tratta di frammenti di ceramica, databili intorno al XIV secolo a.C. e di ossa di animali. Nell'area del foro romano, quindi sempre nelle vicinanze del Campidoglio, sono stati ritrovati resti di insediamenti risalenti all'XI secolo a.C. e corredi funerari risalenti al X secolo a.C.. Resti di una necropoli, che si fanno risalire sempre al X secolo a.C., sono poi stati ritrovati sul colle Palatino, nella sella compresa tra le due cime del colle, il Germalo e il Palatino, e sempre sul Palatino sono stati ritrovati resti di insediamenti che si riferiscono al IX secolo a.C..

Un elemento di particolare rilievo nei ritrovamenti dell’area di S. Omobono è dato dal fatto che insieme ai reperti del XIV secolo sono stati ritrovati anche resti, di indubbia provenienza greca, risalenti all’VIII secolo, quindi esattamente coincidenti con l’epoca della fondazione di Roma. Tale circostanza è pertanto una conferma archeologica della realtà storica degli indizi che hanno poi contribuito a generare la tradizione mitologica sulle origini leggendarie della città.

Diverse teorie cercano di collegare questi reperti; sta di fatto che si tratta di ritrovamenti in un'area molto ristretta e che attestano la presenza di abitati nella zona del Campidoglio, Foro, Palatino in un'età antecedente a quella che la tradizione tramanda come data di fondazione della città.

Sulla base di questi ritrovamenti la gran parte degli studiosi non ritiene più che Roma sia nata da un atto di fondazione, sul modello delle polis greche nel sud Italia ed in Sicilia, ma piuttosto che la fondazione della città storicamente debba attribuirsi ad un diffuso fenomeno di formazione dei centri urbani, presente in gran parte dell'Italia centrale. Il centro urbano si forma in generale dall'unione di più villaggi, che dovette avvenire progressivamente nel corso di alcuni secoli ed era probabilmente conclusa alla metà dell'VIII secolo, corrispondente alla tradizionale data di fondazione. In quest'epoca infatti i sepolcreti collocati negli spazi vuoti tra i primitivi villaggi vengono abbandonati a favore di nuove necropoli poste all'esterno dell'area cittadina, in quanto tali spazi vengono ora considerati parte integrante dello spazio urbano.

Ed è quello che verosimilmente può essere accaduto sul Palatino, che inizialmente era composto da vari nuclei abitativi indipendenti: il Romolo della leggenda può essere stato il realizzatore della prima unificazione di questi nuclei in un’entità unica.

Questa spinta all'aggregazione fu favorita anche dalla posizione della città, al crocevia di due importanti linee di comunicazione commerciali. La prima che dalle città etrusche del nord, tra cui la vicina Veio, arrivava in Campania dove erano state fondate le polis greche, utilizzata per lo scambio di materie prime presenti in Etruria contro prodotti lavorati dei greci; la seconda che dai monti della Sabina arrivava al mare, utilizzata soprattutto per il trasporto del sale.

Probabilmente non è stato un caso, che questi villaggi si aggregarono inizialmente intorno al colle Palatino; questo infatti è vicino al Campidoglio, colle strategico dal punto di vista militare, ma è anche vicino all'isola Tiberina, facile guado tra la riva etrusca e quella romana sul Tevere. Il Palatino è anche un ottimo punto d’osservazione sia verso l’Aventino, probabilmente occupato da popolazioni Liguri e/o Sicule (comunque di origine pre-indoeuropea), sia verso il Quirinale, sul quale erano stanziati i Sabini.

La leggenda che vuole che Roma sia stata fondata con un atto di volontà di Romolo, può avere un fondamento di verità soprattutto in seguito alla scoperta, ad opera dell'archeologo italiano Andrea Carandini, di un'antica cinta muraria (il cosiddetto "muro di Romolo";) alla base nord-orientale del colle Palatino. Tale cinta muraria potrebbe essere la conferma della leggendaria fondazione di Roma o, più semplicemente, un'opera susseguente alla formazione del villaggio e quasi contemporanea a una fibula di bronzo dell'VIII secolo, raffigurante un picchio che acceca Anchise, il padre di Enea, punendolo per essersi unito a Venere.

Citato da wikipedia

Religione, divinità, templi...
La religione romana, ovvero l'insieme delle credenze e degli usi e costumi religiosi della Roma antica, è un fenomeno complesso, di non facile lettura sia per le variazioni che contraddistinsero la sua evoluzione nell'arco di dodici secoli sia per il suo carattere composito, dovuto alla confluenza di diversi sistemi religiosi (vedi sincretismo religioso) e alla varietà delle pratiche cultuali.

Caratteristiche
Una delle peculiarità della religio dei romani è che essa è inscindibilmente legata alla sfera civile, familiare e socio-politica. Il culto verso gli dei era un dovere morale e civico ad un tempo, in quanto solamente la pietas, vale a dire il rispetto per il sacro e l'adempimento dei riti, poteva assicurare la pax deorum per il bene della città, della famiglia e dell'individuo. Altre due caratteristiche salienti della religione romana possono essere individuate nel politeismo e nell'estrema tolleranza verso altre realtà religiose, a patto che non fossero monoteiste (in tal caso la tolleranza si trasformava in feroce persecuzione e totale negazione del diritto alla libertà di culto, come avvenne per gli ebrei prima e per i cristiani in seguito). La ricchezza del pantheon romano è dovuta non solo al grande numero di divinità, siano esse antropomorfe o concetti astratti, ma anche al fatto che alcune figure divine fossero moltiplicate in relazione alle funzioni loro attribuite, come nel caso di Giunone. Una costante della religione romana fu anche la capacità di assimilazione nei confronti di altre religioni. Contestualmente all'espansione dell'Impero il pantheon romano si andò arricchendo grazie all'importazione di divinità venerate dai popoli con i quali Roma entrava in contatto.

Evoluzione
Lo sviluppo storico della religione romana passò per tre fasi: una prima fase che durò fino al VI secolo a.C., contrassegnata dall'influenza delle religioni autoctone; una seconda contraddistinta dall'assimilazione di idee e pratiche religiose etrusche e greche; una terza, durante la quale si affermò il culto dell'imperatore e si diffusero le religioni misteriche di provenienza orientale.

Età arcaica
La fase arcaica fu caratterizzata da una tradizione religiosa legata soprattutto all'ambito agreste, tipica dei culti indigeni mediterranei, sul quale si inserì il nucleo di origine indoeuropea.

Busto di GianoQuesta fase primitiva della religione romana è riscontrabile in divinità quali Cerere (Ceres), Fauno, Giano (Ianus), Saturno e Silvano. Il periodo delle origini è caratterizzato anche dalla presenza di numina, divinità indeterminate, come i Lari ed i Penati. A queste divinità arcaiche si affiancarono presto quelle di origine italica, come Giove, Marte (Mars) e Quirino.

Età repubblicana
La mancanza di un pantheon definito favorì l'assorbimento delle divinità etrusche, come Venere (Turan), e soprattutto greche. A causa della grande tolleranza e capacità di assimilazione, tipiche della religione romana, alcuni dei romani furono assimilati a quelli greci, acquisendone l'aspetto, la personalità ed i tratti distintivi, come nel caso di Giunone assimilata ad Era. Mentre altre divinità furono importate ex novo, come nel caso di Apollo o dei Dioscuri. Il controllo dello stato sulla religione, infatti, non proibiva l'introduzione di culti stranieri, a condizione che questi non costituissero un pericolo sociale e politico. Nel II secolo a.C. furono ad esempio proibiti i Baccanali ed il culto dionisiaco fu represso con la forza.

Età imperiale

L'imperatore Commodo in forma di ErcoleIniziata nella tarda età repubblicana la crisi della religione romana s'intensificò in età imperiale. Le cause del lento degrado della religione pubblica furono molteplici. Già da qualche tempo vari culti misterici di provenienza medio-orientale, quali quelli di Cibele, Iside e Mitra, erano entrati a far parte del ricco patrimonio religioso romano. Col tempo le nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti vuoti di significato. La critica alla religione tradizionale veniva anche dalle correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli dei. Un'altra caratteristica tipica del periodo fu quella del culto imperiale. Dalla divinizzazione post-mortem di Gaio Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto si arrivò alla assimilazione del culto dell'imperatore con quello del Sole ed alla teocrazia dioclezianea. Nella congerie sincretistica dell'impero durante il III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche, gnostiche ed orfiche, fece la sua comparsa il cristianesimo. La nuova religione lentamente andò affermandosi quale religione di stato, decretando la fine del paganesimo romano, sancito dalla chiusura dei templi nel IV secolo.

Organizzazione religiosa
Per approfondire, vedi la voce Sacerdozio (religione romana).

Secondo la tradizione, fu Numa Pompilio ad istituire i vari sacerdozi ed a stabilire i riti e le cerimonie annuali. Tipica espressione dell'assunzione del fenomeno religioso da parte della comunità è il calendario, risalente alla fine del VI secolo a.C. ed organizzato in maniera da dividere l'anno in giorni fasti e nefasti con l'indicazione delle varie feste e cerimonie sacre.

Collegi sacerdotali

Augusto nelle vesti di pontefice massimoLa gestione dei riti religiosi era affidata ai vari collegi sacerdotali dell'antica Roma, i quali costituivano l'ossatura della complessa organizzazione religiosa romana. Al primo posto della gerarchia religiosa troviamo il rex sacrorum, sacerdote al quale erano affidate le funzioni religiose compiute un tempo dai re.

Flamini, che si dividevano in 3 maggiori e 12 minori, erano i sacerdoti addetti al culto delle divinità;
Pontefici, in numero di 16, con a capo il Pontefice massimo, presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto religioso;
Auguri, in numero di 16 sotto Caio Giulio Cesare, addetti all'interpretazione degli auspici ed alla verifica del consenso degli dei;
Feziali, in numero di 20, erano i sacerdoti depositari del diritto internazionale nell'antica Roma;
Vestali, 6 sacerdotesse consacrate alla dea Vesta
Decemviri o Quimdecemviri sacris faciundis, addetti alla divinazione ed alla interpretazione dei Libri Sibillini;
Epuloni, addetti ai banchetti sacri.

Sodalizi [modifica]
A Roma vi erano tre grandi confraternite religiose, che avevano la gestione di specifiche cerimonie sacre.

Arvali ("fratelli dei campi";), in numero di dodici, erano sacerdoti addetti al culto della Dea Dia, una divinità arcaica romana, più tardi identificata con Cerere. Durante il mese di maggio compivano un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi, gli Arvalia.
Luperci, presiedevano la festa dei Lupercalia, che si teneva il 15 febbraio, il mese dei morti.
Salii, dodici sacerdoti di Marte, addetti alle cerimonie in onore della guerra, che si svolgevano nei mesi di marzo e ottobre.

Feste e cerimonie [modifica]
Delle 45 feste maggiori (feriae publicae) le più importanti, oltre a quelle suddette, erano quelle del mese di dicembre, i Saturnalia, quelle dedicate ai defunti, in febbraio, come i Ferialia ed i Parentalia e quelle connesse al ciclo agrario, come i Cerialia ed i Vinalia di aprile o gli Opiconsivia di agosto.

Sulla base delle fonti classiche si è potuto individuare quali tra le numerose festività del calendario romano vedevano un'ampia partecipazione di popolo. Queste feste sono la corsa dei Lupercalia (15 febbraio), i Feralia (21 febbraio) celebrati in famiglia, i Quirinalia (17 febbraio) celebrati nelle curie, i Matronalia (1° marzo) in occasione delle quali le schiave venivano servite dalle padrone di casa, i Liberalia (17 marzo) spesso associata alla festa familiare della maggiore età del figlio maschio, i Matralia (11 giugno) con la processione delle donne, così come i Vestalia (9-15 giugno), i Poplifugia (5 luglio) festa popolare, i Neptunalia (23 luglio), i Volcanalia (23 luglio) e infine i Saturnalia (17 dicembre), la cui vasta partecipazione di popolo è attestata da numerose fonti.[1]

Suovetaurilia, Museo del LouvreDurante le cerimonie sacre spesso venivano praticati sacrifici animali e si offrivano alle divinità cibi e libagioni. La stessa città di Roma veniva purificata con una cerimonia, la lustratio, in caso di prodigi e calamità. Sovente anche i giochi circensi (ludi) avevano luogo durante le feste, come nel caso dell'anniversario (dies natalis) del Tempio di Giove Ottimo Massimo, in concomitanza del quale si svolgevano i Ludi Magni.


Pratiche religiose

« Cumque omnis populi Romani religio in sacra et in auspicia divisa sit, tertium adiunctum sit, si quid praedictionis causa ex portentis et monstris Sibyllae interpretes haruspicesve monuerunt, harum ego religionum nullam umquam contemnendam putavi mihique ita persuasi, Romulum auspiciis, Numam sacris constitutis fundamenta iecisse nostrae civitatis, quae numquam profecto sine summa placatione deorum inmortalium tanta esse potuisset. »
(Cicerone, De natura deorum, III, 5)

Tra le pratiche religiose dei Romani forse la più importante era l'interpretazione dei segni e dei presagi, che indicavano il volere degli dei. Prima di intraprendere qualsiasi azione rilevante era infatti necessario conoscere la volontà delle divinità e assicurarsene la benevolenza con riti adeguati. Le pratiche più seguite riguardavano:

il volo degli uccelli: l'augure tracciava delle linee nell'aria con un bastone ricurvo (lituus), delimitando una porzione di cielo, che scrutava per interpretare l'eventuale passaggio di uccelli
la lettura delle viscere degli animali: solitamente un fegato di un animale sacrificato veniva osservato dagli aruspici di provenienza etrusca per comprendere il volere del dio
i prodigi: qualsiasi prodigio o evento straordinario, quali calamità naturali, epidemie, eclissi, etc, era considerato una manifestazione del favore o della collera divina ed era compito dei sacerdoti cercare di interpretare tali segni.

Lo spazio sacro
Lo spazio sacro per i Romani era il templum, un luogo consacrato, orientato secondo i punti cardinali, secondo il rito dell'inaugurazione, che corrispondeva allo spazio sacro del cielo. Gli edifici di culto romani erano di vari tipi e funzioni. L'altare o ara era la struttura sacra dedicata alle cerimonie religiose, alle offerte ed ai sacrifici.

Edicola dedicata ai Lari nella Casa dei Vettii a PompeiEretti dapprima presso le fonti e nei boschi, progressivamente gli altari furono collocati all'interno delle città, nei luoghi pubblici, agli incroci delle strade e davanti ai templi. Numerose erano anche le aediculae e i sacella, che riproducevano in piccolo le facciate dei templi. Il principale edificio cultuale era rappresentato dall'aedes, la vera e propria dimora del dio, che sorgeva sul templum, l'area sacra inaugurata. Col tempo i due termini diventarono sinonimi per indicare l'edificio sacro.

Il tempio romano risente inizialmente dei modelli etruschi, ma presto vengono introdotti elementi dall'architettura greca ellenistica. La più marcata differenza del tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto podio, accessibile da una scalinata spesso frontale. Inoltre si tende a dare maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro di recinzione e privo dunque del colonnato.

Citato da wikipedia

nashira93
nashira93 - Genius - 1804 Punti
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ippo non si conclude niente mettendo una ricerca di 60 pagine....
volevo una mini ricerca anche di 10 righe riguardanti ogni cosa... io cosi non ci capisco niente
MARTINA90
MARTINA90 - Genius - 4929 Punti
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http://www.sperimentaleleonardo.it/itinerari/cult_civ_roma/MITOLOGIA/elenko%20dey.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Albero_genealogico_degli_Antonini

http://www.nemesi.net/nemesi.htm

http://www.forma-mentis.net/Storia/Roma/Roma01.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Roma

http://it.wikipedia.org/wiki/Romolo_e_Remo

SPERO TI POSSANO ESSERE UTILI CIAO
nashira93
nashira93 - Genius - 1804 Punti
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si ma non potete rielaborare voi???
sara123
sara123 - Erectus - 50 Punti
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I primi Re di Roma appaiono soprattutto come figure mitiche. Ad ogni sovrano viene generalmente attribuito un particolare contributo nella nascita e nello sviluppo delle istituzioni romane e nella crescita socio-politica dell'urbe. Contemporaneamente, venivano fondati i primi edifici di culto e si insediavano sui colli periferici gli abitanti delle vicine città che venivano man mano conquistate e distrutte. Una fase importante avvenne nel VII secolo a.C., al tempo attribuito ad Anco Marcio, quando venne creato il primo ponte sul Tevere, il Sublicio e venne protetta la testa di ponte ovest con un insediamento sul Gianicolo. Nello stesso periodo egli, secondo la tradizione, avrebbe fatto costruire il porto di Ostia alla foce del fiume, e lo avrebbe collegato con una strada che eliminò tutti i centri abitati sulla riva sinistra: lo scavo di Decima ha dato fondamento a questa tradizione, poiché è stato notato come lo sviluppo della sua necropoli si arresti bruscamente alla fine del VII secolo.

Lo sfruttamento delle potenzialità della posizione privilegiata dell'insediamento e la sua urbanizzazione può spiegare l'intervento puntuale degli Etruschi, divenuti consapevoli della posizione chiave della città: Nel VI secolo il re appartennero a una dinastia etrusca, che segnò la definitiva urbanizzazione della città. Le mura serviane (nel tracciato che coincide quasi perfettamente con il rifacimento del IV secolo) cinsero una superficie di 426 ettari, per una città, divisa in quattro tribù territoriali (Palatina, Collina, Esquilina e Suburbana), che era la più ampia della penisola italica di allora[2]. Il periodo di grande prosperità per la città sotto l'influenza etrusca degli ultimi tre re è testimoniatao anche dalle prime importanti opere pubbliche: il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio (il più grande tempio etrusco a noi noto[3]), il santuario arcaico dell'area di Sant'Omobono, e la costruzione della Cloaca Massima, che permise la bonifica dell'area del Foro Romano e la sua prima pavimentazione, rendendolo il centro politico, religioso e amministrativo della città. Un altro canale drenò Vallis Murcia e permise, sempre ad opera dei Tarquini, di costruire il primo edificio per spettacoli al Circo Massimo.

L'influenza etrusca lasciò a Roma testimonianze durevoli, riconoscibili sia nelle forme architettoniche dei templi, sia nell'introduzione del culto della Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva) ripresa dagli dèi etruschi Uni, Menrva e Tinia. Roma non perse mai però la sua forte componente etnica e culturale latina, per questo, anche alla fine dell'età regia, non si può mai parlare di città etrusca a tutti gli effetti.

Le origini della religione romana sono controverse. In generale si tende a far coincidere le divinità romane con quelle greche, semplicemente ribattezzate, ma i culti più antichi sono propri dei Romani e hanno una differente genesi. Alcuni storici li ritengono assolutamente primitivi, infarciti solo di superstizioni e magia. Altri sostengono invece che derivino dai più antichi culti indoeuropei e quindi attribuiscono loro una architettura più complessa e già propria.
Qualunque teoria si voglia accettare, è comunque indubbio che il rapporto tra gli antichi romani e le varie divinità ha sempre un carattere prevalentemente pratico. Alla base del sentimento religioso sono in ogni caso i riti religiosi, che sopravvivono nella sostanza quasi inalterati per secoli in una sequela di norme ben definite in cui l'unico interesse evidente è quello di mantenere la cosiddetta pax deorum, cioè il favore degli Dei.
Guai a indispettire le divinità mancando ai tradizionali rituali in loro onore, guai a non rispettarne la volontà espressa attraverso i "segni" divini, guai a disattenderne le aspettative.
In tutto questo manifesto fatalismo l'uomo romano mantiene però sempre una buona dose di consapevolezza del proprio libero arbitrio. Questo risulta evidente nell'interpretazione di quelli che sono ritenuti i messaggi divini (il volo di un uccello nel cielo, il saettare di un fulmine, una frase casualmente udita, l'aspetto delle viscere degli animali sacrificati…), perché coloro che sono chiamati ad interpretare le volontà degli dei sono depositari di uno smisurato potere su tutta la comunità, spesso esercitato con precise finalità politiche.
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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Nashrira....io te l'ho fatti....mi sembra che sia abbastanza lunga, complessa....ma si capisce....bene...è approfondita....se proprio vuoi una ricerca di 1 rigo....fatti il riassunto di quello che ho scritto.....ti stanca leggere?
Cronih
Cronih - Genius - 23969 Punti
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Infatti....qui non siamo a disposizione tua! ho accetti quello che ti facciamo oppure non te li fara piu nessuno! sei stata molto scortese con Ippo...accetta il fatto che almeno e andato a cercare su Internet per farti i compiti...
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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vabbè...:lol
nashira93
nashira93 - Genius - 1804 Punti
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si però ha messo anche cose che non ci entravano niente... vabbè non la faccio questa ricerca perchè non c ho capito nulla
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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ma se tu manco l'hi letta tutta...c'è tutto...leggi...ti fai un riassunto e buonanotte...
Cronih
Cronih - Genius - 23969 Punti
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Appunto....
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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é facile....
Cronih
Cronih - Genius - 23969 Punti
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Io l'ho letto e non mie sembrato cosi difficile....
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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appunto....ke ci vuole a fare un sunto....cmq...
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