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dida87
dida87 - Erectus - 52 Punti Segnala un abuso
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ciao!
sto cercando il riassunto del libro "Conquista" di massimo livi Bacci.

grazie
Brando
Brando - Sapiens - 410 Punti Segnala un abuso
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Conquista di M. Livi Bacci, professore di Demografia all’università di Firenze, offre un’efficace sintesi sulle gravi vicende demografiche vissute dalle popolazioni del Nuovo Mondo come anche una salutare lezione di metodo. Nonostante la scala macroscopica del tema trattato, Livi Bacci riesce non solo a restituire la pluralità di vicende e di meccanismi che in pochi decenni portarono al crollo demografico degli amerindiani ma anche ad evocare le implicazioni scientifiche (e ideologiche) legate allo studio di questo fenomeno. L’equilibrio tra aspetto divulgativo e discussione metodologica che caratterizza il suo lavoro merita di essere segnalato.

2Nei primi quattro capitoli l’autore affronta i seguenti temi : le stime concernenti l’ammontare della popolazione al momento del contatto ; le reazioni ed analisi dei testimoni europei del forte declino degli indigeni ; le caratteristiche delle patologie che colpirono delle popolazioni “vergini”, vale a dire prive di immunizzazione ; l’impatto dei processi produttivi (estrazione dell’oro e dell’argento) imposti dai conquistadores e dai coloni provenienti dalla penisola Iberica. Nei rimanenti capitoli (5-8), Livi Bacci analizza quattro casi “esemplari” : l’estinzione dei taínos dell’Hispaniola nei primissimi decenni della Conquista ; il forte declino delle popolazioni del Messico Centrale e dell’area andina (Perù e Bolivia) nel corso del ‘500 ; la sostanziale tenuta demografica degli indiani guaraní delle reducciones fondate dai Gesuiti in Paraguay (secc. XVII-XVIII). Quest’ordine è funzionale alla tesi dell’autore sul carattere “plurale” della catastrofe demografica. Dopo aver mostrato a livello più generale la natura non unitaria di questo fenomeno, l’analisi a scale più ridotte conferma che il crollo demografico degli amerindiani non può essere interpretato sulla base di un unico paradigma esplicativo : “ un processo che si è affermato in questa particolare linea d’indagine va rovesciato. Invece di proporre un paradigma e ricercarne l’applicabilità alle situazioni locali, bisogna [studiare] le condizioni locali per costruire il paradigma corrispondente.” (p. 49).

3Come lo sottolinea Livi Bacci, le cifre molto elevate sull’ammontare della popolazione amerindiana proposte dagli studiosi della scuola californiana di demografia (attorno ai cento milioni per la stima più alta) hanno indotto a mettere l’accento sulle cause naturali del crollo demografico (e a sottovalutare implicitamente l’impatto dei fattori non naturali). Le stime cosiddette “rialziste” – basate secondo Livi Bacci su congetture molto esili e vere e proprie acrobazie logiche – obbligano in effetti a “sposare la causa epidemiologica come principale fattore di spopolamento” (p. 15) per spiegare l’enorme divario rispetto alle cifre di cui si dispone per la seconda metà del ‘500. Il prestigio dei capostipiti della scuola californiana da un lato e, dall’altro, una certa inerzia propria alla tradizione accademica (p. 136), hanno fatto sì non solo che le stime “rialziste” siano state sostanzialmente accettate ma anche che la tesi epidemiologica si sia imposta per molto tempo come una specie di evidenza “naturale”. Uno dei meriti di questo libro risiede precisamente nella sua capacità di renderci coscienti di una certa accettazione acritica del paradigma epidemiologico.

4Fin dalle prime pagine Livi Bacci ricorda che i testimoni delle prime fasi della penetrazione iberica hanno invece fornito delle spiegazioni articolate della catastrofe demografica che si stava compiendo sotto i loro occhi. I loro scritti “confermano che la catastrofe fu un fenomeno complesso […] multicausale e che lo storico deve darsi da fare per mettere ordine e dare priorità.” (p. 34). La discussione di un certo numero di casi “locali”, oggetto della seconda parte del libro, ha precisamente lo scopo di ricostruire i differenti processi demografici e di individuare i fattori propri a ogni contesto. Va lodata la capacità dell’autore di riassumere le dinamiche demografiche proprie a regioni molto diverse e di metterne in luce le specificità in un numero di pagine (240) accettabile per il lettore frettoloso d’oggigiorno.

5Anche se si tratta di rilievi non del tutto nuovi, Livi Bacci riassume in modo esemplare due punti che i sostenitori della tesi epidemiologica non hanno sufficientemente tenuto in conto. Il primo concerne il fatto che la mancanza di immunità – e quindi la maggiore mortalità di fronte alle nuove malattie rispetto alle popolazioni del Vecchio Mondo – ha avuto una influenza molto forte solo per quanto riguarda le generazioni che hanno vissuto il primo contatto con gli europei. Questo fattore ha dunque influito sulle generazioni successive in maniera diversa da quanto la tesi epidemiologica induce implicitamente a pensare.

6In secondo luogo, Livi Bacci ricorda che le epidemie che hanno colpito le popolazioni amerindiane durante il ‘500 non sono state molto diverse da quelle subite negli stessi anni dalle popolazioni europee : “ Non traggano in inganno le liste […] degli episodi epidemici avvenuti nel vastissimo impero [incaico] dal 1532 in poi. Molti furono circoscritti, altri ebbero incidenza limitata, altri ancora sono incerti. Del resto, per qualsiasi area europea, contemporanea ai fatti che descriviamo, per la quale esistessero diari, memorie, documenti amministrativi, può compilarsi una lista impressionante di fatti epidemici, di malattie, di disastri senza che questo abbia comportato una catastrofe demografica”. (p. 193)

7Il capitolo sulle reducciones gesuitiche del Paraguay che chiude il libro presenta una storia totalmente diversa rispetto alla tragedia vissuta dai taínos dell’Hispaniola. Ciò permette di capire fino in fondo che “la catastrofe non fu un destino” (p. 10), il frutto inevitabile del contatto tra la virulenza delle malattie euroasiatiche e la “verginità” degli amerindiani. Così come di valutare meglio, con un esempio di segno contrario, il peso che i fattori umani hanno avuto sul declino demografico degli amerindiani. L’attenta gestione della vita comunitaria messa in atto dai gesuiti del Paraguay ha permesso infatti ai guaraní di conservare intatto il loro potenziale riproduttivo e questo nonostante le molte epidemie che hanno colpito questa popolazione nei secoli XVII e XVIII. Ciò che, al contrario, non si è verificato nell’Hispaniola dove la gravissima “dislocazione sociale” provocata dalla colonizzazione e dallo sfruttamento della manodopera indigena ha completamente destabilizzato il ciclo demografico. Il crollo della capacità riproduttiva dei taínos contrasta dunque totalmente con il dinamismo dei guaraní (ricordiamo inoltre che la prima epidemia di vaiolo che infierì in America, a partire dal 1518, colpì i taínos quando si trovavano già in estremo declino).

8Vediamo ora due punti che riteniamo andrebbero approfonditi. Nei capitoli sul Messico e sull’area Andina, Livi Bacci ricorda come in entrambi i casi il maggiore calo della popolazione si sia prodotto nell’area costiera. Nonostante questo primato negativo l’autore commenta questo punto in modo troppo rapido, soprattutto per quanto riguarda la regione costiera del Golfo del Messico (pp. 147/149). A parte una breve digressione sulla probabile introduzione esterna della malaria (dall’Africa), Livi Bacci non analizza sufficientemente il tema del declino della popolazione nella costa veracruzana.

9Il secondo punto che merita di essere approfondito è il tema dell’azione simultanea di più malattie epidemiche. Come lo suggeriscono almeno due testimonianze, l’epidemia che colpisce gli indigeni dell’Hispaniola nel 1518 e gli abitanti di Mexico-Tenochitlan nel 1520 sarebbe stata non solo di vaiolo ma anche di morbillo (pp. 64, 124 ; vd. anche la p. 194). Il modo in cui l’autore commenta questo punto (riferendosi alla crisi epidemica che colpì l’America del Sud negli anni 1585-1591) – “è possibile che una pluralità di cause concorresse a generare un risultato disastroso” (p. 195) – ci ha lasciati per così dire “en peu sur notre faim”. Speriamo che uno studioso della statura di Livi Bacci voglia ritornare su questo tema in un prossimo futuro.

10Per finire, due appunti critici di tipo editoriale. Il primo concerne la denominazione di “Città di Messico” al posto di Città del Messico. Un editore come Il Mulino non dovrebbe lasciare passare un ispanismo così evidente. L’altro è di tipo più generale e riguarda il titolo. Perché parlare di “distruzione degli indios” laddove nel testo l’autore ha soprattutto utilizzato il termine “catastrofe” ? Non ci pare che così facendo si renda omaggio alla finezza dell’analisi di Livi Bacci.

11Come già scritto all’inizio, Conquista costituisce al tempo stesso una notevole sintesi delle gravi vicende demografiche vissute dalle popolazioni amerindiane e una salutare lezione di metodo. Speriamo quindi che un buon numero di lettori – e non solo di lingua italiana : le sue dimensioni ragionevoli dovrebbero indurre anche i lettori di lingua spagnola, portoghese e francese a fare lo sforzo di leggere in una lingua “sorella” – si confrontino con un’opera di questo valore.

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