zeppolinotto
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quale è il pensiero di base del comunismo...se perfavore melo potete spiegare perkè lo voglio sapere per una cosa mia...fino adesso ho capitoche marx ricercando la felicità dell'essere umano e a ricercato nell'antichità fino a concludere che la felicità era quando il primitivo aveva tutto fino a quando hanno messo la proprietà privata...me lo potete spiegare ancora più a fondo??
mrc89
mrc89 - Genius - 11028 Punti
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IL COMUNISMO E IL PERICOLO



Il comunismo oggi appare come una possibilità dell'esistenza dell'uomo. Questa asserzione non si basa più sul fondamento della dottrina marxiana, non per le sconfitte delle applicazioni pratiche di essa, ma per il suo restare una variante della metafisica, cioè di quel pensiero, ormai completamente realizzatosi nell'effettualità della tecnica moderna e della, da essa derivata, pianificazione di persone e cose che caratterizza l'attuale destino storico. Non è, quindi, quello a cui si fa riferimento, il comunismo di Marx. Ma il comunismo nominato, non è più nemmeno quello di cui ragionavamo nel '68, come d'altra parte quello del '68 già non era più quello di Lenin. I marxisti "ortodossi" si scandalizzerebbero a sentir parlare di più comunismi, per codesti di esso ce n'è uno solo, quello di Marx; ma ugualmente farebbero gli oppositori, per stigmatizzare la limpidezza e unicità di questo pensiero per loro fallito, scacciato dalla storia. Certo Marx e il comunismo sono stati giustamente in modo stretto associati, ma poiché né il comunismo realizzato, né quelli tanto diversi tra loro progettati, si identificano con ciò che prospettava Marx, è difficile motivare lo scandalo ed altrettanto semplificare "ad usum delphini" questa polisemia del comunismo. Al sorgere (o risorgere?) ottocentesco il comunismo era legato alle utopie egualitarie cristiane, riciclate e aggiornate dal razionalismo illuminista. Con questi connotati lo prende nelle sue mani Marx e in gran parte in queste sembianze lo conserva, tentando di dare all'utopia basi più solide della semplice ragionevolezza, cercandole nelle leggi costanti sottostanti al movimento della storia. Ma ancora vivo Marx, quel comunismo già aveva preso forma di ideologia e/o di pianificazione tecnico-politica. Così è rimasto fino al '17 e dopo. Non ci interessa in questa sede seguirlo sul piano strettamente storiografico nel corso del novecento.
Ma l'affermazione fatta all'inizio non va nemmeno fondata sulla determinazione, che viene da lontano, della tendenza comunitaria dell'uomo, che vede da tempo remoto in quest'ultimo l'animale sociale. Questa determinazione, anche volendo darle credito, niente ha a che fare con il comunismo, dato che non distingue la tendenza comunitaria primitiva, assimilabile al branco animale, dalle utopie comunitarie medioevali e dalle più recenti dottrine del socialismo utopistico. Il tentativo di applicare l'antropologia, sia essa filosofica o "scientifica", per dimostrare la predisposizione umana al comunismo è destinata al fallimento, in quanto tale ricerca potrebbe dimostrare anche le più feroci tendenze antisociali. Caso mai andrebbe ricercato il limite filosofico di ogni riferimento alla socialità umana, che cerchi il fondamento nella determinazione dell'uomo come animale, sia esso razionale o politico, che ha, in tutta la metafisica, reso difficile l'apertura verso l'unicità non del comportamento (biologicamente assimilabile a quello di altre specie), ma dello stato ontologico dell'essere umano. Andrebbe riaperto cioè il confronto con la filosofia greca, specie presocratica, ma anche post, laddove la natura dell'uomo è vista in stretta relazione alla verità, intesa come svelamento dell'essere (aletheia), come ha iniziato a fare Heidegger nel suo tentativo di domandare postmetafisico. La "ripetizione", come sostiene Heidegger, della filosofia degli inizi, nell'epoca della piena realizzazione della metafisica, ci potrebbe facilitare un nuovo inizio post-metafisico del pensiero e una più alta valutazione dell'uomo e, forse, aggiungo io, anche una diversa fondazione della vita comunitaria. Ma su ciò bisogna ritornare.
Più interessante ai fini di una comprensione delle prime aspirazioni a un comunismo non tribale, ma moderno, è una valutazione delle posizioni che si sono sviluppate dall'illuminismo in poi, allorquando il comunismo non si pone più come progetto difensivo, di sopravvivenza biologica, basato ancora sulla indistinzione tra le singolarità, ma si sviluppa in contemporanea con le dottrine più individualistiche di qualsiasi epoca precedente, il che ne configura il carattere di decisione, non di mera naturalità. Comunque, superato il tentativo di Marx che, come ho scritto in altra parte (Il dominio dell'astrazione), si è rivelato una sfida tecnologica alla natura umana, che non ha mostrato la stessa efficacia (per fortuna?) di quella alla natura ambiente, in realtà nessuna fondazione è possibile del comunismo, o almeno nessuna fondazione filosofica (leggi: metafisica), né tanto meno antropologica o sociologica o politica (che poi sono discipline derivate dalla metafisica). Ma allora su quale base si è formulata un'asserzione quale: il comunismo appare come una possibilità dell'uomo? Non si tratta di proporre un atto di fede "nelle magnifiche sorti e progressive" e nemmeno riscoprire nella rinascita di utopie comunitarie dal '68, che più o meno hanno retto fino ad oggi, pur se in forme variate, una potenzialità empiricamente scoperta. Certo che il sessantotto, riproponendo gli stessi ideali, in presenza di snaturamenti e fallimenti del comunismo, già fu costretto a farsi domande su ciò che non aveva funzionato: il pensiero cercava di riprendere a girare con maggiore libertà, pur se con molti balbettamenti. Era già un altro comunismo: l'utopia si smascherava in quanto tale e non cercava appigli al di fuori del desiderio e del sogno. Con queste premesse fragili bastò poco per riportarlo nei meandri della politica attraverso spinte interne e esterne ai suoi sostenitori. Comunque si trattò d'altro rispetto alle manifestazioni sorte più di un secolo prima: malgrado i tentativi degli ortodossi di ritrovare in ogni espressione di movimenti le gloriose rinnovate gesta della classe operaia, ormai invocata ritualisticamente, erano ormai nettamente separate le lotte del proletariato per "migliori condizioni di vita" e l'utopia comunista. Non è obiettivo di questo scritto un'interpretazione storiografica del '68, lo riconsideriamo come rinascita generazionale dell'aspettativa comunista e ripresa dell'attenzione verso un pensatore essenziale come Marx al di fuori della vulgata e della scolastica di partito, ma anche apertura verso altri pensatori, unica possibilità perché il pensiero continui a essere attivo e possibile svelatore di qualche verità che ci riguarda. D'altra parte i miti residuarono: il Che, la rivoluzione culturale cinese, la Palestina rossa... l'operaio massa, l'operaio sociale, la lotta armata, e residuano ancora, anche se alquanto sbiaditi: il Che, la Palestina libera...la moltitudine, i social forum, ma non furono e non sono più intrappolati in un egemonia di partito burocratico e tecnocratico, pur se lo sono ancora nella tecnica politica. Comunque non è da questi dati empirici, pur volendo leggerli ottimisticamente, che si può riproporre la prospettiva comunista. Anzi, se vogliamo, si tratta proprio di partire dall'opposto di un illusorio e consolatorio ottimismo della ragione o, peggio ancora, della volontà.
zeppolinotto
zeppolinotto - Sapiens Sapiens - 1605 Punti
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ti adoro sei il meglio!!!
mrc89
mrc89 - Genius - 11028 Punti
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grazie:lol
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