alessandra0009
alessandra0009 - Habilis - 224 Punti
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Chi mi sa spiegare bene le differenze e le analogie tra Furet con "il passato di un illusione" e Hobsbawm con il "Secolo breve"?
Grazie mille!!! :lol
cichinella
cichinella - Genius - 5407 Punti
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Il libro riproposto, che è apparso accanto a Il secolo breve di Hosbawm, come bilancio di un secolo ormai alla fine, è un monumentale saggio che si propone, programmaticamente, di dimostrare, in cinquecento pagine, il fallimento del comunismo (in Europa) nel corso del novecento. Per fare questo lo storico francese ricostruisce e reinterpreta tutta la storia europea del secolo, volgendola a proprio comodo e allo scopo di mettere in luce il progressivo disvelamento dell'illusione, il mito del comunismo europeo.
Furet si applica a demolire il ruolo storico della Rivoluzione d'Ottobre, riducendo l'evento a puro mito intellettuale, suggestione che ha come principali destinatari, e poi riproduttori, gli intellettuali europei: costoro diventano quindi i protagonisti di un libro che mira da un lato a raccontare lo sviluppo e il presunto tramonto di una utopia culturale, dall'altro a spiegare sul piano della storia politica (e con evidenti forzature) in che modo un'illusione come il comunismo possa avere messo radici e perdurato così a lungo al centro della storia europea.
I due capitoli che Furet dedica alla grande guerra e al 1917 ci paiono quindi centrali nell'architettura dell'intero libro, perché sono i punti su cui costruisce tutta la tesi di fondo del volume. Furet, affermando di rifiutare la linearità del processo storico (affermazione su cui concordiamo), sostiene che la prima guerra mondiale non discende necessariamente dalle sue premesse storiche, e che quindi non era un fenomeno inevitabile. Fin qui nulla da dire.
Ma si spinge oltre, affermando che lo scatenamento della prima guerra mondiale si può spiegare solo con la categoria interpretativa (nuova, mai utilizzata da uno storico, fino ad ora, almeno per fenomeni a noi vicini) del "mistero", o, al massimo, se proprio bisogna trovare una origine del fenomeno, essa sta nei nazionalismi dei singoli paesi europei. Furet rifiuta quindi la collocazione dell'evento all'interno di un delicatissimo contesto internazionale (teoria, che, dice, "è invecchiata male col secolo";) al cui centro era l'intero pianeta, ormai interamente diviso dalla politica imperialista di pochi paesi in aree di influenza economica e politica il cui equilibrio era regolato dalla diplomazia internazionale, ma la cui precarietà è ormai un fatto acquisito dalla storiografia.
Da questa scelta di metodo discendono due conseguenze: 1) se fra le origini possibili della prima guerra mondiale si scelgono i singoli nazionalismi, mai accomunati in un unico orizzonte ideologico europeo, ma considerati peculiari di ogni singola realtà nazionale, allora cause e conseguenze del conflitto fanno parte delle singole storie nazionali, ivi compresa la rivoluzione russa. L'Ottobre diventa così, per Furet, un problema dei russi, su cui gli intellettuali europei hanno posto il loro cappello. 2) Se la prima guerra mondiale resta un "mistero" non imbrigliabile in alcuna interpretazione storiografica, gli eventi che, come la rivoluzione russa, sono in parte scaturiti dalla grande guerra, non sono fenomeni storicamente rilevanti (come si può definire rilevante sul piano storiografico un fenomeno che, pare dirci questo libro, è tutto interno alla storia di un paese e che gli storici hanno spacciato come la conseguenza internazionale di una guerra impossibile da giudicare?). Tali passaggi vengono proposti da Furet come determinanti perché guidati da una supposta "razionalità storica".
E' proprio questa inconsistenza storica del fenomeno "rivoluzione d'ottobre" a renderla, nella lettura di Furet, nulla più che un'idea mitica della società, che va in senso contrario alla razionalità della storia, e il cui portato puramente ideologico è stato sconfessato, alla fine del secolo, proprio dal trionfo della razionalità storica (l'89). Astrazione teleologica e filosofica inaccettabile se viene da uno storico.
Se dal piano storico filosofico ci spostiamo a quello, più puntuale e pedestre, della storiografia, non possiamo accettare nessuna delle premesse con cui Furet disinnesca la storicità della grande guerra e dell'ottobre: mettendo in discussione l'ipotesi della prima guerra mondiale come spartiacque fra due epoche storiche, lo storico francese pare non dare importanza alle mire espansionistiche della politica imperialista europea che ha creato le condizioni per la grande guerra e per il 1917. Nega poi che il 1917 sia stato determinante per la storia del movimento socialista internazionale, motivando questo con il fatto che la differenziazione fra bolscevichi e menscevichi era già stata teorizzata da Lenin nel 1903: se il bolscevismo e il leninismo sono alla base del mito comunista, pare intendere, allora tale mito avrebbe potuto essere esportato in Europa anche in un altro momento, proprio perché non fu un momento storicamente rilevante. Il solo vero portato della guerra e della rivoluzione d'ottobre, che l'autore non scinde mai dal ragionamento complessivo sul conflitto, è l'aver trasformato le ideologie, facendole diventare "popolari". Del 1915-1918 viene infatti sottolineato soprattutto il fattore politico: l'apprendistato della politica di massa, che si concreta nei paesi dell'Europa occidentale nell'adesione a partiti di massa, e per quanto riguarda l'URSS appena nato, la mitizzazione della rivoluzione d'ottobre come collante ideologico per quegli stessi paesi europei. In particolare per i partiti di massa a carattere marxista che nella rivoluzione russa vedevano realizzato ciò che essi avevano solo teorizzato o auspicato. La massima portata dell'ottobre quindi sembrerebbe tutta limitata al valore utopico (e strumentale) che essa, nella lettura dell'autore, ha sui movimenti socialisti e comunisti europei.
Se anche fosse vero che il 1917 non rappresenta una svolta epocale, non si può con questo, come appare in questo libro, limitare l'evento dell'ottobre ad un mero colpo di Stato. Se Lenin si considerò a lungo soprattutto un esponente della II Internazionale, come Furet continuamente ripete nel corso del libro, occorre chiedersi perché ad un tratto il 1917 ha rappresentato anche nella sua scelta politica una svolta. Anche allo storico meno "orientato" pare difficile negare che la guerra fu, anche per Lenin, un'esperienza traumatica. La guerra, e la pace di Brest Litovsk, che ne sancì per la Russia la fine, e che in certo modo fu completamento di questa svolta traumatica: tali fenomeni incisero sull'economia dell'immediato futuro dell'URSS, a cominciare dalla NEP, la cui genesi non si spiegherebbe se non con la presenza del fattore guerra.
Per Furet negare questo aspetto (sempre grazie alla sottovalutazione dell'elemento guerra) significa negare che dietro la rivoluzione di ottobre vi sia un movimento politico ma anche una scelta consapevole, e non del solo Lenin, ma di una categoria di uomini altrettanto motivati: tale ammissione dovrebbe portare come conseguenza inevitabile l'ammissione della forza di una idea e di una scelta politica che hanno guidato ben più coscienze che non solo quella di Lenin. Ciò significherebbe dare alla rivoluzione d'ottobre quel valore di evento storico che Furet testardamente le nega. A rafforzare la propria convinzione Furet arriva anche limitando il ruolo di Lenin: se l'ottobre fu un colpo di stato (e quindi un gesto imposto dall'alto), Lenin fu soprattutto un dottrinario molto realista. Il giudizio su Lenin diventa quindi un modo per liquidare un fenomeno epocale e ridurne la portata all'intuito di un furbo politicante.
Il tentativo di revisione è evidente nel titolo che lo storico dà al capitolo sul 1917, L'universale fascino dell'ottobre, dove fascino è termine ambiguo perché sottolinea il valore simbolico del fenomeno, di cui gli intellettuali europei sarebbero i principali estensori, ignorandone altre implicazioni. In questo capitolo lo storico, proprio per disinnescare la novità dell'ottobre, mostra come il mito rivoluzionario sovietico fosse solo un epigono del 1789. Solo grazie alla persistenza del mito dell'89 francese poteva legittimarsi una valenza rivoluzionaria epocale nel "colpo di stato leninista". Per Furet tale accostamento fu utilizzato dagli intellettuali europei allo scopo di esportare una vicenda tutta interna all'impero russo e farne una bandiera internazionalista : lo storico francese usa il parallelismo con l'89 quasi a sottolineare la pretestuosità di qualunque argomento potesse dimostrarne la novità.
Della rivoluzione francese lo studioso francese aveva già analizzato l'uso politico, affermando che per la prima volta il 1789 aveva sancito la centralità dell'ideologia nel corso della storia. E quindi la centralità della politica, come centro attorno a cui ruotano gli eventi politici dei due secoli successivi, non ultimo la rivoluzione russa, che di quella francese è debitrice, trovando in essa la propria esistenza e legittimazione.
Nel proseguire il parallelismo con la rivoluzione francese Furet stigmatizza l'ottobre come irrazionale e brutale, così come aveva fatto per il cosiddetto periodo del "terrore" durante la rivoluzione francese. Non limitandosi inoltre al confronto con il "terrore" giunge ad affermare che, con l'ottobre, accanto alla politica, si afferma la via al totalitarismo, unico contributo dell'URSS al nuovo secolo. Collocato in questo quadro, il totalitarismo comunista anticipa quello fascista.
Il rigido assioma espresso, nel libro, in merito alla rivoluzione d'ottobre porta con sé altre pericolose estrapolazioni, il cui valore revisionista è forse stato sottovalutato dall'autore. Se l'ottobre è un fatto non storicamente rilevante, proprio perché nato sulla base di una coincidenza di fattori, i più significativi dei quali sono le vicende interne russe, altrettanto irrilevante è l'antifascismo fra le due guerre, proprio perché, nella maggior parte dei casi, è legato solo ai partiti comunisti europei (ci piacerebbe sapere cosa pensano di questo gli storici ed estimatori del partito d'azione).
Furet pare a tal punto preoccupato di dimostrare che il bolscevismo ha imposto il proprio dominio spacciandosi per la grande novità del secolo che finisce per leggere lo stesso antifascismo sorto in Europa negli anni trenta come una invenzione strumentale e nata in funzione degli interessi dello Stato sovietico. Tutto per dimostrare ancora una volta l'illusione del secolo, che a questo punto non pare più essere il solo comunismo, ma l'intero movimento antifascista fra le due guerre. Furet ha gioco facile nel dimostrare questo quando parla del patto russo sovietico all'alba della seconda guerra mondiale, dimostrando di non conoscere la storia del movimento comunista internazionale, e la sua dolorosa reazione all'accordo del 1939.
L'autore, per motivare la propria testi discutibile e pretestuosa, finisce poi per sanzionare i propri colleghi, affermando che quanti hanno interpretato come epocale la genesi della rivoluzione russa hanno, secondo lui, preso un abbaglio storiografico, perché ragionavano soprattutto sull'onda del vizio teleologico che ha a lungo guidato la storiografia marxista. Con buona pace di tanti storici liberali meno "avvelenati" dell'ex comunista Furet, a cui potremmo rispondere che se il teleologismo ha viziato la storiografia marxista (cosa per altro anche vera), l'ex marxista Furet ha imparato bene la lezione dal momento che programmaticamente riduce eventi storici a pure illusioni solo per dimostrare che il 1989 era un destino già scritto nella storia da almeno settant'anni.

All'interno del dibattito storiografico che la fine del secolo (e del millennio) sta alimentando, è doveroso partire dalla imponente sintesi di Eric Hobsbawm (E. J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Rizzoli, milano, 1995) Egli vede il Novecento come "secolo breve", diviso in tre fasi. La prima, dal 1914 al secondo dopoguerra, viene definita l'età della catastrofe, caratterizzata dalle immani tragedie delle due guerre mondiali, dal crollo del liberismo e del mercato mondiale, dalla crisi delle istituzioni liberali e dall'affermarsi di sistemi politico-ideologici ad esso alternativi come il comunismo e i fascismi. La seconda fase è definita l'età dell'oro, ovvero un trentennio di crescita economica e di trasformazioni sociali di intensità senza precedenti. La terza parte del secolo, dall'inizio degli anni '70 all'inizio dei '90, è definita la frana, ovvero una nuova epoca di incertezza, di crisi, e senz'altro disastrosa per larghe parti del mondo come l'Africa, I'URSS e gli altri paesi socialisti dell'Europa orientale. Prima di individuare i temi-chiave ricavabili dall’opera, mi soffermerò brevemente sulla prospettiva interpretativa dell'autore sottesa alla periodizzazione e alla scelta stessa dei temi-chiave.
Egli indica esplicitamente, come elementi a suo avviso caratterizzanti il Novecento, tre tendenze di fondo:
1) la fine dell’eurocentrismo;
2) il carattere sempre più unitario del mondo (e quindi, necessariamente, dell'approccio con cui leggerne la storia); 3) la disintegrazione dei vecchi modelli di relazioni umane e sociali e la rottura dei legami tra le generazioni, specie nei paesi avanzati; forse è legato a questa terza tendenza il carattere violento, "barbarico" (cioè regressivo sul piano morale e della civiltà), che a più riprese Hobsbawm sottolinea come tratto distintivo del Novecento rispetto al secolo che l'ha preceduto.
Per capire l'approccio di Hobsbawm dobbiamo tenere conto, oltre che di queste tre tendenze di fondo, anche delle gerarchie tra i vari temi-chiave. Su questo, notiamo in lui una certa oscillazione prospettica. Egli afferma che, quando guarda "da lontano" il secolo, non esita a considerare come "la più grande questione del ventesimo secolo per gli storici del terzo millennio I'età dell'oro che va dal 1947 al 1973, la più rapida e fondamentale trasformazione economica sociale e culturale che la storia ricordi, perché è venuta al termine la lunga era nella quale la stragrande maggioranza del genere umano è vissuta coltivando i campi e allevando gli animali. Paragonato a questo cambiamento, il confronto tra capitalismo e socialismo sembrerà assai meno interessante dal punto di vista storico, qualcosa di paragonabile, nel lungo periodo, alle guerre di religione o alle crociate". Però, quando guarda il secolo più "da vicino", è lui stesso a riconoscersi tra "coloro che sono vissuti durante il secolo breve, per i quali quel confronto tra capitalismo e socialismo ha significato ovviamente qualcosa di molto importante. Quel confronto assume un grande rilievo anche in questo testo, dal momento che il libro è stato scritto da uno storico vissuto nel ventesimo secolo per lettori che vivono alla fine del secolo". Certo è che nel libro il tema di fondo del secolo breve, che ne determina anche gli estremi cronologici, è il confronto-scontro tra capitalismo e socialismo: "Il mondo che è andato in frantumi alla fine degli anni '80, con la fine dell'URSS, era il mondo formatosi a seguito dell'impatto della rivoluzione russa del 1917". A fronte di questo, anche il fenomeno dei fascismi appare secondario e parentetico. A suo avviso, infatti, "il decennio '35-'45 ha un carattere eccezionale e transitorio, la cui politica internazionale può essere meglio compresa come una guerra civile ideologica internazionale che come una lotta tra stati: una guerra civile tra i discendenti dell'illuminismo settecentesco e i suoi oppositori, una guerra civile perché l'opposizione tra forze fasciste e antifasciste era interna a ogni società, e l'alleanza coi nemici del proprio paese, in entrambi i fronti, era diffusissima".
Se la cifra fondamentale del secolo è il confronto capitalismo-comunismo, la conseguenza un po' paradossale è che, quando ancora dobbiamo varcare le soglie del ventunesimo secolo, il ventesimo ci appare già un passato remoto: ovvero, esso si chiude azzerandosi, senza che il suo tratto saliente lasci tracce significative sul futuro. Ciò è parzialmente temperato dal fatto che sotto la contrapposizione tra capitalismo e socialismo, Hobsbawm ne sottolinea un'altra, emersa negli anni trenta e di forte attualità: quella tra i seguaci del liberismo puro, ovvero della sacralità del mercato autoregolato, e i sostenitori dello stato sociale, o comunque di un intervento dello stato sull'economia con finalità redistributive. La seconda guerra fredda, afferma ad esempio Hobsbawm, ben più che contro "l'impero del male", è stata nell'America della Reaganomics una crociata contro l'eredità di Roosvelt.
Avendo chiari questi presupposti, possiamo ricavare facilmente nell’opera i temi-chiave di un possibile curricolo scolastico sul Novecento, magari con alcune avvertenze: la prima è che su alcuni temi Hobsbawm abbandona con estrema libertà le periodizzazioni che si è dato, preferendo trattarli su scansioni temporali più lunghe; la seconda è che oltre alla successione temporale, anche la struttura spaziale del suo Novecento è ternaria, in quanto egli considera come soggetti non i singoli stati, ma le grandi aree geo-politiche, ovvero il Primo, il Secondo e il Terzo Mondo: è indubbio però che la conoscenza e la chiarezza di analisi sul Terzo Mondo non è pari a quella che dimostra verso i primi due, e che all'interno del Primo Mondo lo spazio riservato all'Italia può apparire a noi italiani un po' sacrificato, e lo è certamente in una prospettiva di storia insegnata. E' appena il caso di aggiungere che quest'ultima carenza è facilmente colmabile, e che semmai la preoccupazione in proposito, nella progettazione del curricolo, dovrebbe essere quella di mantenere l'impostazione di fondo di Hobsbawm, cioè di fare sempre precedere al caso nazionale il contesto più generale entro cui va collocato. Passo dunque a proporre una possibile trasposizione scolastica, ricavando dall’opera una sequenza di temi sui quali organizzare un curricolo di storia sul Novecento.

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