ely90
ely90 - Genius - 4638 Punti
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Ciao a tutti!
Mi servirebbero (molto brevemente) le analogia&differenze fra questi 3pensatori! Tanto x spiegare,basta una riga ke dice l'ambito e se è una cosa analoga o differente (fra 2dei3 o fra tutti)...non servono righe e righe di commento e spiegazione...solo degli accenni,in modo ke da lì possa costruirmi da sola il ragionamento! Grazie anticipatamente!!!
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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quali pensatori?
Diego89
Diego89 - Sapiens Sapiens - 990 Punti
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1)...HUME: www.filosofico.net/hume.htm - 6k
2)...pascal: www.filosofico.net/pascal.htm - 36k
3)....soinozza: www.filosofico.net/spinoza.htm - 6k
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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David Hume
VITA
Filosofo inglese (Edimburgo 1711-1776). Attratto fin da giovanissimo dagli studi di filosofia e di erudizione storica, si recò in Francia dove rimase dal 1734 al 1737. Risale a questo periodo la composizione della sua prima e fondamentale opera, il Trattato sulla natura umana (1738). Rientrato in Inghilterra, pubblicò nel 1742 i Saggi morali e politici. Nel 1748 pubblicò le Ricerche sull'intelletto umano, nel 1751 le Ricerche sui principii della morale, e la Storia naturale della religione nel 1757. I dialoghi sulla religione naturale, composti vari anni prima, apparvero postumi nel 1779 a causa del loro dichiarato ateismo. Da ricordare, infine, la pubblicazione della Storia d'Inghilterra (1763).

PENSIERO
La filosofia di Hume rappresenta l'estremo sviluppo dell'empirismo inglese. La conoscenza non è innata ma sorge dall'esperienza. Hume nega sia la sostanza materiale sia quella spirituale, tutto riducendo a sensazione e stato di coscienza.
Queste percezioni si dividono, secondo Hume, in due classi, che si differenziano soltanto per la maggiore o minore vivacità con cui si presentano al soggetto: le impressioni e le idee, che sono la copia delle impressioni.
Quanto ai rapporti che legano tra loro le sensazioni da noi provate, cioè gli stati di coscienza, Hume li riduce, seguendo la linea tradizionale dell'empirismo, alle leggi dell'"associazionismo", cioè ai rapporti di somiglianza, di continguità nel tempo e nello spazio e, infine al rapporto di causa.
Il più importante risultato conseguito da Hume è la critica del concetto di causa. Che cosa può significare - si domanda Hume - l'affermazione che A è causa di B? Non certo che B sia dedotto e ricavato da A: perché in tal caso B dovrebbe essere già contenuto implicitamente in A e, quindi, identico ad esso, mentre sappiamo che l'effetto è sempre qualcosa di originale e di nuovo rispetto alla causa. Hume conclude che la legge di causa non è una vera e propria legge oggettiva ma è solo un abito della nostra mente, un "costume" suscitato dall'"abitudine". Nel corso dell'esperienza si forma in noi uno stato d'animo d'attesa il quale ci fa presumere che, osservando in futuro A saremo costretti a ritrovare sempre anche B. Questa attesa è perciò del tutto soggettiva e nulla garantisce che essa debba venire soddisfatta. Né la logica né l'esperienza, quindi, possono dimostrare il principio.di causa. Se una legge si è costantemente verificata nel passato, nulla ci assicura che la stessa legge sarà valida anche in futuro.
Conoscenze assolutamente certe o, per meglio dire, veramente universali e necessarie sono soltanto quelle della geometria, dell'algebra e dell'aritmetica: perché esse non riguardano realtà di fatto ma semplici operazioni mentali costruite con simboli convenzionali (i simboli matematici). Anche se non esistesse in natura neppure un circolo o un triangolo, le verità dimostrate da Euclide conserverebbero sempre la loro perfetta evidenza, perché esse non hanno niente a che fare con l'esistenza reale alla quale si riferiscono invece le impressioni sensibili. Esse sono verità di ragione e non verità di fatto. Costruite sul principio di identità e di non-contraddizione, esse non tollerano il contrario. Il contrario di un fatto è, invece, sempre possibile. Se io dico: il sole domani non sorgerà, questa proposizione è perfettamente intelligibile e altrettanto coerente quanto l'altra che afferma che il sole domani si leverà. Dimostrarne la falsità a priori è impossibile.
La tesi fondamentale di Hume, quindi, è che le leggi su cui si fondano le scienze, come la fisica, la chimica, ecc., sono soltanto "probabili". Il loro grado di verità è dato dal loro grado di probabilità, cioè dall'indice di frequenza statistica; perfettamente razionali sono solo quelle scienze che, come le matematiche, vertono esclusivamente sulle idee e sui rapporti formali senza coinvolgere in alcun modo il mondo dell'esperienza.
La vecchia metafisica ha scambiato per nessi oggettivi dei rapporti istituiti da noi sulla base dell'abitudine. Essa ha popolato il mondo di false entità o "essenze" per se stanti e indipendenti.
Ciò che ci salva dall'incertezza radicale, dalla paralisi del dubbio e dallo scetticismo indiscriminato è, secondo Hume, il sentimento naturale della "credenza", cioè quel sentimento che sorge in noi per la maggiore vivacità e immediatezza che hanno le impressioni dirette rispetto ai pensieri e alle idee. Ciò che ci salva, insomma, è la "certezza sensibile": una certezza che non possiamo generalizzare né tradurre in legge universale ma che, sul momento, è tuttavia imperiosa e forte come tutto ciò che si sia sperimentato di persona.
In conformità con questo atteggiamento antimetafisico, per Hume la vita morale non consiste in un agire conforme a ragione, giacché quest'ultima non è né morale né immorale, bensì nel dare libero corso a quel sentimento o istinto di simpatia e di socievolezza nel quale Hume ripone il senso più genuino dell'esperienza etica e sociale. La società nasce dal sentimento di simpatia che gli uomini provano naturalmente gli uni per gli altri. Il suo scopo è quello di armonizzare gli interessi individuali con quelli collettivi. Dal punto di vista della religione, data l'impossibilità di trascendere l'esperienza, Hume deduce che è impossibile dimostrare razionalmente l'esistenza di Dio. La religione non è, per Hume, un fatto di scienza, tutt'al più un fatto di natura

Citato da:
http://www.ildiogene.it/EncyPages/Ency=Hume.html


Blaise Pascal
La vita di Pascal è stata quella tipica del genio precoce. Chateaubriand riassunse così la sua biografia : "Ci fu un uomo che a 12 anni, con aste e cerchi, creò la matematica; che a 16 compose il più dotto trattato sulle coniche dall’antichità in poi; che a 19 condensò in una macchina una scienza che è dell’intelletto; che a 23 anni dimostrò i fenomeni del peso dell’aria ed eliminò uno dei grandi errori della fisica antica; che nell’età in cui gli altri cominciano appena a vivere, avendo già percorso tutto l’itinerario delle scienze umane, si accorge della loro vanità e volse la mente alla religione; che da quel momento sino alla morte – avvenuta a 39 anni – sempre malato e sofferente, fissò la forma della lingua in cui dovevano esprimersi Bossuet e Racine, diede il modello tanto del motto di spirito più perfetto quanto del ragionamento più rigoroso; che infine, nei brevi intervalli concessigli dal male, risolse quasi distrattamente uno dei maggiori problemi della geometria e scrisse dei pensieri che hanno sia del divino che dell’umano. Il nome di questo genio portentoso è B. Pascal".

E appunto dai suoi famosissimi Pensieri, che avrebbero dovuto essere in realtà una apologia (= difesa) della religione cristiana, possiamo iniziare per illustrare la sua "filosofia".

Per Pascal, la questione più importante e decisiva è l’interrogativo sul senso della vita, dei cui mistero egli ha una lucidissima consapevolezza. "Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto … Da ogni parte vedo soltanto infiniti… Tutto quello che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare" (cfr. Pensieri, 194 B). Pascal ritiene "mostruoso" che gli uomini possano mostrarsi indifferenti nei confronti del problema del senso della vita: "Bisogna aver smarrito ogni sentimento per trascurare di venirne in chiaro" (Ibid.). Eppure l’atteggiamento comune degli uomini nei riguardi dei problemi esistenziali è proprio quello del divertissement: questa distrazione indica l’oblio e lo stordimento di sé nella molteplicità delle occupazioni quotidiane e degli intrattenimenti sociali. Ma da che cosa vuole sfuggire l’uomo? Dalla propria infelicità e dai supremi interrogativi riguardanti la vita e la morte. "Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci" (cfr. Pensieri, 168 B). Infatti quando l’uomo non ha nulla da fare, sente il suo nulla, la sua insufficienza, la sua impotenza, il suo vuoto interiore. Allora diventa triste, pieno di rabbia e di disperazione, e soprattutto di noia, che è la rivelazione della insufficienza dell’uomo a se stesso e della sua strutturale miseria. In fondo il gioco, la conversazione, la guerra, il potere non sono ricercati in vista della felicità, ma perché ci distolgono dal pensare a quella che è la nostra vera condizione. Noi non pensiamo quasi mai al presente ma è solo l’avvenire che ci interessa: "Così non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali" (cfr. Pensieri, 172 B). L’uomo non deve chiudere gli occhi di fronte alla sua miseria ma deve saper accettare, lucidamente, la propria condizione e tutto ciò che essa implica. "L’uomo è manifestamente nato per pensare; qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo pregio; e tutto il suo dovere sta nel pensare rettamente" (cfr. 146 B). Ma quale attività può servire all’uomo per capire qual è il senso della vita? Purtroppo né la scienza né la filosofia sono adatte a questo riguardo.

La scienza, certamente, nel suo ambito proprio, è sovrana. Pascal respinge ogni intrusione metafisica, teologica e ogni principio di autorità. Però essa è limitata: i suoi poteri non sono mai assoluti e i primi principi su cui si fonda sono indimostrabili. Ma dove la ragione scientifica mostra la sua completa incapacità è proprio nel campo dei problemi esistenziali. Alla ragione scientifica e dimostrativa, Pascal oppone come via di accesso all’uomo la comprensione ovvero il cuore: "Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce" (177 B). Questo antagonismo è espresso da Pascal nel binomio tra lo spirito di geometria e lo spirito di finezza. Lo spirito di geometria è la ragione scientifica, che ha per oggetto le cose esteriori e procede dimostrativamente; lo spirito di finezza ha per oggetto l’uomo e si fonda sul cuore, sul sentimento, sull’intuizione. Le cose di finezza si sentono, si provano, più che non si vedono; e si stenta moltissimo a farle sentire a quelli che non le sentono, e non si possono dimostrare completamente. Lo spirito di finezza vede le cose in un sol colpo, con un solo sguardo, senza ragionamento discorsivo. Comunque, un certo grado di finezza è indispensabile anche per fondare il ragionamento geometrico : anzi, i primi principi del sapere scientifico sono colti proprio attraverso lo spirito di finezza. Tuttavia, lo spirito di finezza ha, per oggetto specifico, il mondo umano. La morale, l’eloquenza, la filosofia, ecc., sono fondate sullo spirito di finezza; mentre la scienza, se è messa in relazione col destino ultimo dell’individuo, non può che risultare vana. La cosa più preziosa per l’uomo non è la scienza, bensì la conoscenza dell’uomo in se stesso. "Bisogna conoscere se stessi; quand’anche non servisse a trovare la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita. E non c’è nulla di più giusto" (66 B).

A differenza della mentalità comune e della scienza, la filosofia si pone i massimi problemi esistenziali e metafisici: e in ciò risiede la sua nobiltà. Ma, secondo Pascal, non riesce a risolverli. Le dimostrazioni razionali dell’esistenza di Dio non sono autentiche dimostrazioni perché non provocano la fede in chi non crede. Secondo Pascal, l’esistenza di un creatore, parlando razionalmente, non è né chiara né certa, ma rimane un interrogativo. Le prove metafisiche di Dio raggiungono solo un Dio astratto, che appare inutile e lontano dall’uomo, invece il Dio dei cristiani è un Dio vivo, è il "Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… è un Dio di amore, di consolazione: un Dio che riempie l’anima e il cuore di coloro che possiede" (556 B).

Incapace di risolvere il problema di Dio, la filosofia è, per Pascal, altrettanto incapace a spiegare la condizione dell’uomo. L’uomo – dice Pascal – è compreso fra il tutto e il nulla. E’ un nulla di fronte al tutto e un tutto di fronte al nulla. E’ in una via di mezzo fra la totale ignoranza e la scienza assoluta. Le nostre capacità sono limitate da due estremi: l’uomo vorrebbe essere felice ma risulta inetto a realizzare effettivamente il bene e ad ottenere la felicità. L’uomo è preso fra il volere e il non potere, ed è in dissidio con se stesso. "Desideriamo la verità, e non troviamo in noi se non incertezza. Cerchiamo la felicità, e non troviamo se non miseria e morte. Siamo incapaci di non aspirare alla verità e alla felicità, e siamo incapaci di certezza e di felicità" (437 B). Però la nostalgia di un bene totale e l’istinto verso una felicità piena vuol dire che nell’uomo c’è la vocazione naturale verso un ordine superiore di essere e di valore, ossia un barlume di grandezza e di nobiltà. La stessa coscienza della propria miseria è già un segno di grandezza, come la medesima facoltà di pensiero. "L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma è una canna che pensa… Quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui, mentre l’universo non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero" (793 B).

L’essenza dell’uomo, la specificità della sua condizione, sta proprio nella compresenza di miseria e grandezza, che fa di lui qualcosa di unico. Lo sbaglio della filosofia, secondo Pascal, è stato quello di aver sempre oscillato fra dogmatismo e scetticismo; non solo, ma anche dal punto di vista dei principi pratici, gli uomini non hanno saputo mettersi d’accordo, sulla base della sola ragione, sulle regole del vivere e del comportamento: per alcuni, il bene è nella virtù, per altri nel piacere, per altri ancora nella natura ecc. I cosiddetti principi universali non sono altro che frutto di abitudine, interesse, convenzione, forza, arbitrio. Di conseguenza, l’unica vera filosofia è una sorta di metafilosofia, consapevole dei limiti della filosofia: "Beffarsi della filosofia è filosofare davvero" (4 B). "Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano" (267 B). Comunque, la filosofia serve da stimolo per cercare altrove le risposte, che si possono trovare nella rivelazione religiosa.

Fra tutte le religioni, solo la cristiana è quella vera perché solo essa riesce a spiegare che cos’è l’uomo: solo il cristianesimo e la dottrina del peccato originale, parlando di una caduta della specie umana, riescono a chiarire la specifica condizione umana. La religione cristiana spiega, ad un tempo, la perenne inquietudine e frustrazione dell’uomo che, nato per l’infinito, cerca vanamente nel finito la soddisfazione del proprio desiderio di felicità, dimenticando che il vuoto abissale e la carenza ontologica che porta dentro di sé possono essere colmati solo da Dio. Ma se il cristianesimo possiede la chiave esplicativa del mistero dell’uomo, vuol dire che esso è ragionevole, ossia conforme a ragione. La fede allora non è una fuga nell’irrazionale, giacché consiste nel credere in qualcuno che, pur essendo meta-razionale, cioè superiore alla ragione, risulta pur sempre l’unico modo per chiarire ciò che la ragione, con le sue sole forze, non riesce a spiegare.

A questo punto, l’uomo deve scegliere di vivere come se Dio esistesse oppure di vivere come se Dio non esistesse (il non scegliere sarebbe già la scelta negativa). Se la ragione non può aiutarlo, tanto vale che l’uomo scommetta, considerando quale può essere la scelta più conveniente. Chi scommette sull’esistenza di Dio, se guadagna, guadagna tutto; se perde, non perde nulla. Infatti, in caso di perdita, perderà solo dei beni finiti (i beni mondani), mentre, se vince, vincerà il Bene e la Felicità infinita, che è Dio. La scommessa è ragionevole perché la sua vincita è infinita ed infinitamente superiore alla posta in gioco. Arrischiare il finito per guadagnare l’infinito ha, evidentemente, la convenienza massima (cfr. 233 B). Certo non si può credere a comando: allora – dice Pascal – bisogna lavorare a convincersi, diminuendo le passioni che ostacolano la fede. Bisogna far tutto come se si credesse: ciò ci "abêtira" (= farà tacere i dubbi) e indurrà l’abitudine alla fede. Nella fede l’uomo deve, in altre parole, impegnare tutto se stesso, anche nella esteriorità delle abitudini e nel meccanismi delle sue azioni. "Il cuore e non la ragione sente Dio. Ecco che cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione" (278 B).

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Blaise Pascal nacque a Clermont-Ferrand nel 1623. Fin dalla più giovane età fu introdotto allo studio della matematica e delle scienze dal padre Etienne, magistrato e appassionato cultore di scienze. Pascal ottenne ben presto ottimi risultati e fece alcune scoperte che gli daranno fama imperitura. Nel 1654, dopo alcuni anni di vita intensamente mondana, trasformò in una vocazione religiosa quello che era stato fino ad allora un atteggiamento solo benevolo nei confronti della fede. Elemento importante per il suo cambiamento fu l'ambiente giansenistico di Port-Royal per il tramite della sorella di Pascal, Jacqueline, che era monaca presso quella abbazia. Le tesi giansenistiche furono messe al bando dal Papa Innocenzo X (1653) : sebbene la sua posizione non coincidesse esattamente con quella di Giansenio, anche Arnauld e l'ambiente di Port-Royal venne coinvolto nella condanna. In sua difesa Pascal scrisse le famose lettere conosciute come Provinciali, che divennero in poco tempo uno dei best-seller dell'epoca ed uno dei capolavori della letteratura francese. Intanto Pascal continuava a lavorare a quella che doveva essere la sua maggiore opera filosofica, una Apologia del cristianesimo. Ma la sua salute malferma lo portò precocemente alla morte nel 1662. i frammenti di quell'opera furono però raccolti e pubblicati dagli amici nel 1669 col titolo di Pensieri, che si rivelò subito per uno dei capolavori della letteratura universale.

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Baruch Spinoza
Introduzione
Il pensiero di Spinoza è un modello di rigore e di coerenza, che ha il suo problema cardine nella ricerca della felicità. Fin dal Trattato sull’emendazione dell’intelletto(1661), Spinoza si chiedeva : “Dopo che l’esperienza mi ha insegnato che tutto ciò che per lo più accade nella vita comune è vano e futile … mi sono alla fine deciso a ricercare se non potesse esserci qualcosa che fosse un vero bene e fosse anche comunicabile, e tale che, da solo, cioè quando tutti gli altri fossero respinti, bastasse ad appagare l’animo”. In altri termini, i beni desiderati dagli uomini – ricchezze, onori, piaceri – rendono schiava la mente quando vengono scambiati per il sommo bene e cioè quando sono impedimenti per il suo raggiungimento; Spinoza però non condanna i beni finiti ma solo la loro assolutizzazione e la loro trasformazione da mezzi a fini. L’unico bene, per Spinoza, capace di far riposare l’animo e di curare in profondità l’inquietudine umana è l’unione della mente con la Natura.



Deus sive Natura
Nel suo capolavoro, Etica, dimostrata secondo l’ordine geometrico, egli espone il suo pensiero procedendo per definizioni, assiomi, dimostrazioni ecc. Perché? Per diversi motivi : probabilmente perché l’esposizione geometrica gli sembrava dare più garanzia di precisione ed un maggiore distacco rispetto agli argomenti trattati; e forse anche perché egli concepiva tutto il reale come una struttura geometrica, ovvero necessaria, in cui tutte le cose sono collegate logicamente tra loro. In fondo, egli accettava l’assoluta razionalità ed unità delle cose. Ma tale atteggiamento non era fine a se stesso: serviva a risolvere il problema che gli stava a cuore, che era quello della salvezza, ovvero la scoperta della verità e della felicità.
Se il problema cardine è quello della salvezza, allora Dio non può che costituirne l’argomento primo e fondamentale. E infatti la prima delle cinque parti in cui è divisa l’Etica si intitola appunto De Deo. Spinoza intende per Dio “un essere assolutamente infinito, cioè una sostanza costituita da un’infinità di attributi, ciascuno dei quali esprime un’essenza eterna e infinita”. E che questo essere esista non c’è bisogno di dimostrarlo : Dio è ovviamente causa di sé, la sua essenza implica necessariamente l’esistenza; in altri termini, se definiamo Dio come suprema perfezione, non possiamo non attribuirgli anche quella dell’esistenza.
Abbiamo detto che Dio è sostanza. Ma allora quelle che noi comunemente chiamiamo sostanze – e che sono poi le molteplici cose del nostro mondo – non sono vere e proprie sostanze. In effetti, se la sostanza è intesa da Spinoza come una realtà autonoma, autosufficiente, che non ha bisogno di altri esseri per esistere, allora una tale sostanza può essere soltanto Dio. Dio è dunque una realtà increata (cioè per esistere non ha bisogno d’altri, essendo causa di sé, cioè tale che la sua essenza implica l’esistenza), eterna (possiede l’esistenza e non la riceve da altri) , infinita (se no dipenderebbe da qualcos’altro mentre la sua essenza non può avere limiti), unica (non possono essercene due uguali, entrambe infinite, eterne ecc.).
Attenzione adesso : questo Dio di Spinoza non è però il Dio della tradizione religiosa. La sostanza così concepita viene chiamata da lui Deus sive Natura (Dio ovvero la Natura): infatti, se la sostanza è unica, tutte le cose saranno o la sostanza stessa o manifestazioni di essa .In altri termini, Dio e il mondo non sono due enti separati, bensì uno stesso ente, giacché Dio non è fuori del mondo ma costituisce con esso un’unica realtà chiamata da Spinoza Natura. Il che equivale a dire che Dio è visto come “causa immanente, e non transeunte, di tutte le cose” (cfr. Lettera 73^). Dio e la Natura e le cose sono i modi della stessa sostanza divina.

Spinoza distingue in Dio gli attributi e i modi. Gli attributi sono le qualità essenziali e strutturali della Sostanza e sono infiniti (Perché sono infiniti? Perché, come il nulla non ha attributi perché è appunto il nulla, così, ciò che è qualcosa, proprio perché è qualcosa, ha degli attributi; di conseguenza, più un essere è qualcosa, più un essere è complesso, più ha molti attributi; Dio, che è l’essere più perfetto, deve dunque avere infiniti e perfetti attributi). Spinoza definisce Dio e gli attributi, considerati come causa, la Natura naturans. L’uomo, di tutti gli attributi divini, ne può conoscere però soltanto due : l’estensione e il pensiero, ovvero la materia esteriore delle cose e la coscienza (Perché soltanto due ? Spinoza non lo dice : è una aporia del suo sistema).
I modi sono invece le manifestazioni degli attributi, ovvero i singoli corpi e le singole idee, che non hanno vera e propria sostanzialità, in quanto esistono solo in virtù della Sostanza e dei suoi attributi. Essi sono, ad es., il movimento, l’intelletto, la volontà, quel determinato corpo, le varie cose ecc. L’insieme dei modi, visti come effetto, è chiamato da Spinoza Natura naturata.

Si noti ancora una volta : la natura non è intesa da Spinoza come la tradizione popolare e filosofica ci hanno abituati. Essa non è più, in Spinoza, una potenza dinamica e procreante, non è qualcosa che generale cose bensì è un ordine da cui seguono i vari modi; essa è l’ordine necessario e razionale del tutto, è l’ordine geometrico dell’universo, cioè il sistema o la struttura globale del tutto e delle sue leggi. In altri termini, la Natura o Dio è per Spinoza il complesso delle leggi universali dell’essere, l’ordine strutturale delle relazioni tra le cose.
Dio ovvero la Natura ovvero la Sostanza non crea le cose. Le cose singole non scaturiscono né per creazione né per emanazione; esse derivano piuttosto necessariamente come dalla definizione di una figura deriva necessariamente che ad es. la somma degli angoli interni è uguale a due retti. Insomma, le cose scaturiscono in modo necessario dalla Sostanza, come le conseguenze di particolari premesse.



La concezione della libertà
Allora nell’universo di Spinoza non vi può essere nulla di contingente, poiché in esso tutto ciò che è anche solo possibile si realizza necessariamente. Nella Sostanza stessa, coincidono libertà e necessità, nel senso che essa è libera perché agisce senza nessun condizionamento esterno ad essa (non c’è nulla di esterno alla Sostanza), ma è anche necessitata perché agisce necessariamente, in virtù delle leggi immanenti del suo essere. Non vi sono neppure, in un simile universo, le cause finali : è solo un pregiudizio dell’intelletto umano – dice Spinoza – credere nelle cose come dei mezzi per conseguire dei fini; da ciò nasce poi il pregiudizio che la divinità produca e governi le cose per gli uomini, per legare gli uomini a sé e per essere da essi onorata. Ma se Dio agisse per un fine, vorrebbe qualcosa di cui egli difetterebbe, e dunque Dio non sarebbe più perfetto. In realtà, per Spinoza, i valori, cioè il bene, il male, l’ordine, il disordine, il bello, il brutto ecc. non hanno un valore oggettivo ma esprimono solo il modo in cui le cose stesse colpiscono gli uomini. Del resto neppure l’uomo è libero. Gli uomini pensano di essere liberi perché sono consci dei loro voleri e dei loro desideri, mentre in realtà ignorano le cause che li hanno portati a desiderare qualcosa. L’uomo è spinto ad agire sempre in vista dell’utile, comunque venga inteso, ed appunto in questo senso non ci possiamo ritenere liberi ma determinati.
Tuttavia – dice Spinoza – vi è un’alternativa, tra l’agire per l’utile in modo istintivo ed emozionale (e quindi essere schiavi delle passioni, lasciandoci travolgere e guidare solo da esse), e l’agire per l’utile in modo intelligente (e quindi senza lasciarci travolgere dalle passioni). In questo senso l’uomo può essere libero, se sceglie di porsi come soggetto attivo e non puramente passivo nei confronti della propria tendenza all’autoconservazione.
Si badi : il saggio non pretende di avere un dominio assoluto sulle passioni, che Spinoza ritiene impossibile.
La libertà del saggio consiste, più concretamente, in una sempre più adeguata comprensione di esse, visto che di esse non ci possiamo totalmente liberare. La virtù è allora per Spinoza “agire secondo le leggi della propria natura”; è uno sforzo di autoconservazione divenuto cosciente e saggiamente diretto; è una tecnica razionale del vivere bene, in un calcolo intelligente circa ciò che si deve o no fare in vista della migliore sopravvivenza possibile. L’uomo morale è allora l’uomo sociale, in quanto la ragione spinge l’uomo ad unirsi ai suoi simili, per meglio conseguire un utile che, in tal modo, diventa un utile collettivo. In questo senso, dice Spinoza, “nulla è più utile all’uomo che l’uomo stesso” (cfr. Etica, 4,18, scolio). Compito della filosofia sarà allora quello di liberare l’uomo dalle illusioni e dall’ignoranza, in modo che possa giungere alla salvezza. Nella quinta e ultima parte dell’Etica (intitolata “La potenza dell’intelletto ossia la libertà umana”). Vi è un vero e proprio inno alla libertà, all’amore e alla beatitudine, come compimento di quell’itinerario di salvezza da cui la speculazione spinoziana aveva preso le mosse. Il filosofo del determinismo assoluto, senza rinnegare le sue premesse, è diventato il filosofo che auspica la perfetta libertà.



L’amore intellettuale di Dio
Non siamo però ancora arrivati alla fine. L’esito finale della elevazione spirituale dell’uomo sarà dato da ciò che Spinoza chiama l’amore intellettuale di Dio. Per comprendere che cosa intende Spinoza con questa espressione, dobbiamo cominciare a dire che ai sensi il mondo appare molteplice, contingente, temporale, imperfetto; all’intelletto, invece, esso appare come un tutto unitario, necessario, eterno, dove il bene e il male, la perfezione e l’imperfezione sono soltanto punti di vista relativi e antropomorfici. La falsità – che è l’errore fondamentale a cui l’immaginazione può condurre l’uomo – è non vederele cose nella loro autentica fisionomia, cioè nella necessità, unità, eternità. Certo, anche l’errore, il male, l’illusione, in quanto sono qualcosa, dipendono necessariamente ed eternamente da Dio, ma altrettanto ne dipende la verità del loro oltrepassamento e del loro smascheramento. A questo riguardo, però, si badi : non si tratta per Spinoza né di deridere né di detestare gli affetti e le azioni degli uomini ma di comprenderle, come dicevamo già prima (non ridere, neque detestari sed intelligere).
Per Spinoza non ha senso un’etica in senso classico, prescrittiva, in cui sono date delle norme : l’etica spinoziana descrive, non prescrive. Detto questo, la via della sapienza è intesa come la conoscenza adeguata del Tutto e delle parti che lo compongono. Il processo conoscitivo, una volta abbandonata la fallacia della immaginazione, coincide col processo di liberazione, che non è fuga dal mondo ma riconoscimento del suo reale significato : “Quanto più noi conosciamo le cose singole, tanto più conosciamo Dio”. Il vertice della conoscenza è raggiungere il punto di vista di Dio stesso. Qui ha origine l’amore intellettuale di Dio, che è “una parte dell’amore infinito col quale Dio ama se stesso”. Non solo : “l’amore di Dio verso gli uomini e l’amore intellettuale della mente verso Dio sono una sola e medesima cosa”. La felicità nasce appunto dalla conoscenza di quell’ordine necessario che è la stessa sostanza di Dio. In altri termini, la conoscenza di ogni singola cosa come elemento o manifestazione necessaria di quell’ordine è appunto contemplazione di Dio e amore intellettuale di lui. Ecco la beatitudine per Spinoza : perseguire l’utile in maniera razionale e vivere la vita nel miglior modo possibile.
Ci si può certo chiedere : ma è possibile arrivare a quel punto ? Spinoza non fa mistero sulle difficoltà dell’impresa : “Tutte le cose sublimi sono tanto difficili quanto rare”. Tuttavia si può e si deve provare. Proprio per questo si può sempre sperare che ogni uomo, anche se adesso è schiavo della passione e dell’ignoranza, possa aprirsi alla via della salvezza. Dio – dice Spinoza – non pretese dagli uomini altra conoscenza al di fuori di quella della sua divina giustizia e della carità: conoscenza che non è necessaria alla scienza ma soltanto all’obbedienza. La virtù, che per il saggio consegue alla conoscenza, per il volgo è oggetto di obbedienza, che esso accoglie non in base all’evidenza intrinseca del comando ma sulla fiducia nella testimonianza stessa.



La politica
Questo ci porta alla concezione spinoziana dello Stato. Egli parte dalla considerazione del cosiddetto stato di natura. Per esso, ogni uomo è di diritto altrui finché è sotto il potere altrui, ed è nel proprio diritto quando può respingere ogni violenza, quando può vendicare il danno che gli è stato fatto e quando può vivere come gli pare. Ora, quanti più individui si associano, tanto più cresce la loro potenza e quindi il loro diritto, così la loro associazione determina un diritto più forte, che appartiene a ciò che chiamiamo “governo”. Il sorgere di un diritto comune fa sorgere le valutazioni morali che, al di fuori di esso non hanno senso. Il diritto dello Stato limita il potere dell’individuo ma non annulla del tutto il suo diritto naturale. La differenza tra lo stato di natura e lo stato civile è che in quest’ultimo tutti temono le stesse cose e per tutti c’è una sola garanzia di sicurezza ed un solo modo di vivere (ciò non toglie all’individuo la facoltà di giudizio). I vantaggi dello stato civile sono comunque tali che la ragione consiglia a tutti di sottomettersi alle sue leggi. Vi è comunque un limite all’azione dello Stato : esso è sottomesso alle leggi, nel senso che è obbligato a non distruggere se stesso. Poiché il fine dello Stato è la pace e la sicurezza della vita, la legge fondamentale che limita l’azione dello Stato deriva da quella sua intrinseca finalità, senza la quale viene meno allo scopo per cui è sorto, cioè alla sua stessa natura. In qualsiasi comunità politica, l’uomo conserva una parte dei propri diritti; e il diritto più geloso è la facoltà di pensare e di giudicare liberamente.
Il fine dello Stato – dice Spinoza – è quello di garantire che la mente e il corpo degli uomini adempiano con sicurezza la loro funzione, che essi si servano della libera ragione e non si combattano con odio, ira o inganno, né si affrontino con animo iniquo (cfr. Trattato teologico-politico, 20). In quanto alla religione, se la fede è vista da Spinoza come essenzialmente obbedienza e se l’unico precetto della Scrittura a cui si può ricondurre tutto è l’amore per il prossimo, allora la religione è riconducibile a pochi capisaldi che esprimono appunto le condizioni necessarie e sufficienti dell’obbedienza. Così è tolto ogni pericolo di dissenso religioso ed è reso impossibile ogni conflitto tra fede e ragione, teologia e filosofia.




NOTE BIOGRAFICHE

La vita di Spinoza fu, sotto ogni aspetto, esemplare. Fu l’esistenza di un uomo modesto e lieto, raccolto nella meditazione, schivo di onori, sprezzante della ricchezza, del tutto alieno da risentimenti e rancori, ma non scevro da quel fondo di passionalità che è il contrassegno stesso della partecipazione alla vita, anche se il pensiero e l’esistenza di Spinoza hanno quale meta il dominio razionale delle passioni. Vi è in lui una profonda coerenza tra l’uomo reale e quel modello umano che aveva tracciato nell’Etica. Il suo modello di uomo è quello di un essere che si lascia guidare soprattutto dalla ragione. E ragione significa intelligere : il comprendere spinoziano è il tentativo di purificare le passioni per rendere la mente più limpida dal punto di vista del Tutto.
Spinoza scelse per sé un modo assai semplice e frugale di esistenza perché, pur avendo quelle qualità che aveva in sommo pregio – come la fermezza morale, la forza d’animo e la gaiezza senza eccessi – non desiderava avere soverchi fastidi e intendeva dedicarsi senza distrazioni al proprio lavoro intellettuale e a quella meditazione della vita in cui faceva consistere la vera filosofia. Era ben consapevole di vivere in una società fanatica e intollerante, ma rimase sempre sereno, deciso a salvaguardare la propria tranquillità interiore, non volendo perdere la cordialità e la cortesia nei confronti di chiunque, ricchi o no, gente semplice o esimi dotti. Spinoza proveniva da una famiglia benestante e stimata di commercianti appartenenti alla florida e colta comunità ebraica portoghese, rifugiatasi in Olanda per sfuggire le persecuzioni. La sua cultura fu vasta e profonda ( otto lingue tra antiche e moderne, conosceva bene la Bibbia, il Talmud, la filosofia ebraica e araba oltre a quella a lui contemporanea, e tutto il pensiero scientifico, teologico e politico della sua epoca ) ed ebbe relazioni di alto livello con molti uomini illustri del suo tempo (Leibniz, Enrico Oldenburg, Simone de Vries ecc.), ma non disdegnava in alcun modo gli uomini di buonumore, amanti della vita e attenti al proprio utile.
Educato nella comunità ebraica, visto il talento e la cultura di Spinoza nel quale avevano riposto le più grandi speranze, quando il giovane Spinoza manifestò le sue idee “eterodosse”, fecero di tutto per fargli cambiare idee : giunsero ad offrirgli una pensione annua pur di evitare lo scandalo di una apostasia. Alla fine però venne scomunicato e bandito dalla comunità il 27/7/1656. Da allora vivrà tutto dedito ai suoi studi e provvederà al proprio mantenimento vendendo lenti da lui stesso molate con grande perizia. Si stabilirà prima a Rijinsburg, poi a Voorburg e quindi all’Aja, dove morirà il 21/2/1677.
Spinoza rappresentò l’uomo della tolleranza e della ricerca instancabile, l’avversario di ogni dogmatismo, di ogni chiusura intellettuale e morale, di ogni ortodossia teologica, ecclesiastica o politica che ostacoli o vieti la libertà di pensare e quella, non meno importante, di esprimere le proprie idee e di insegnare.

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Speriamo ke siano giusti...anke se non sono brevi!!!
ely90
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Si...certo questi sono giusti ma io dicevo proprio una riga del tipo "questo dice così mentre l'altro..." oppure "entrambi pensano che"! Sul genere "mentre Spinoza è panteista e vede che Dio è in tutto, Hume è un ateo ma contraddicendosi ritiene che un popolo senza culto sia un popolo bruto"...
Cmq grazie lo stesso...
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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eh....vabbè!!!
ely90
ely90 - Genius - 4638 Punti
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Si...ok!!!
Se qlcn le sapesse...grazie cmq!
ippo94
ippo94 - Genius - 19568 Punti
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Prego, mu sul link che ti ha dato diego....ci dovrebbe essere!!!
ely90
ely90 - Genius - 4638 Punti
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No...anke in quel caso mi dà tutto il pensiero degli autori...
(compreso nel riassunto)!!!!
indovina
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servirebbe anche a me, non è che qualcuno lo può vedere anche dal proprio libro?
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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Scrivo alcune analogie e differenze che mi vengono in mente:
Analogie:
* Spinoza = Pascal -> parla della vita caratterizzata dallo stordimento che fa dimenticare la vera vita

* Spinoza = Pascal -> entrambi riconoscono l'esistenza di Dio

* Spinoza = Pascal -> importanza alla mate e alla fisica

* Pascal = Hume -> Incertezza che per Pascal è incertezza della vita: L'unica certezza è la morte


Differenza:
* Spinoza = Pascal -> Il Dio di Spinoza diversamente da Pascal è Panteistico ovvero "Deus sive natura".

* Spinoza = Hume = Pascal -> Spinoza riconosce due "natura": Natura Naturans = Dio e Natura Naturata = la natura Hume e Pascal no

* Spinoza = Hume -> La sostanza per S è Dio, per Hume essa non esiste

* Spinoza = Hume = Pascal -> Hume sostiene che spazio, tempo nn esistono di per se, la scienza non è nella natura ma nell'uomo

Inoltre Hume parla di Fenomenismo = conosco una cosa nn per quella che è realmente, ma solo per come mi appare!
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