cassandrateam
cassandrateam - Erectus - 52 Punti
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1)Nel suo scritto De Homninis Dignitate Pico della Mirandola esprime il desiderio che si raggiungano unione,pace e amicizia tra gli uomini.Com'è possibile a suo parere conseguire questo scopo?
2)Il naturalismo espresso tra Telesio e Bruno è formulato con alcune differenze.Prova a metterle in luce.
3)Metti a confronto i diversi caratteri dell'universo descritti nelle principali teorie che furono formulate dagli scienziati filosofi dell'epoca:Ariatotele--Talete-Copernico-Bruno
4)Cartesio cosa intende con il termine razionalismo?(massimo 3 righ)
5)Cartesio si trova davanti a due importanti questioni:Trovare il metodo e fondarlo ossia giustificarlo ricostruisci queste tappe
6)In che cosa consiste il dubito Cartesiano??(massimo 3 righ)
7)Come dimostra Cartesio la realtà delle cose corrispondenti alle idee,ovvero la realtà delle cose al di fuori di noi??(massimo due righ)

Grazie in anticipo
cichinella
cichinella - Genius - 5407 Punti
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1)Pico della Mirandola , indubbiamente uno degli ingegni più vivaci dell' Accademia platonica , dotato di una cultura immensa e disordinata e di una memoria divenuta proverbiale , riecheggia nell' orazione " de hominis dignitate " gli argomenti già in parte trattati dall' umanista Giannozzo Manetti , tuttavia con quella consapevolezza di natura teoretica che difettava nello scrittore precedente . Pico esalta l' uomo per una delle sue caratteristiche specifiche , il libero arbitrio , la libertà di innalzarsi sino a Dio oppure discendere sino ai bruti . Tale libertà gli é assicurata dal fatto che il Creatore provvide all' uomo sul finire dell' opera creativa , e lo pose perciò nel " centro indistinto " dell' universo , unico essere a cui fosse concesse di determinare da se stesso il proprio destino . Pare opportuno osservare che osservazioni come quelle dell' Oratio de hominis dignitate , sebbene ispirate ad una religiosità piuttosto astratta e generica , tale che permette la citazione così della Bibbia , come del Timeo e del Corano , non potevano neppure immaginarsi senza l' esperienza cristiana . Certe concise e solenni affermazioni degli umanisti sono incomprensibili senza la parola nuova del Vangelo : l' esaltazione dell' uomo é troppo più alta di quello che fosse possibile ai pagani . Interessante é l' epiteto che Pico attribuisce a Dio , chiamandolo " architectus " , che risulta molto simile a quello usato da Platone a riguardo dal Demiurgo , " che sempre geometrizza " . L' uomo non é stato fatto nè mortale nè immortale , nè celeste nè terreno perchè lui stesso possa scegliere la forma che gli é più cara , quasi come se " libero e sovrano artefice " del suo destino . Non sarebbe stato degno di Dio all' ultimo del generare , quasi per esaurimento venir meno : e così egli diede il meglio di sè creando l' uomo , decidendo che a lui non poteva essere dato nulla di proprio e che quindi gli fosse comune tutto ciò che alle singole creature era stato dato di particolare .

2)telesio:Pur rimanendo nel quadro di una filosofia della natura di impronta qualitativa, Telesio in qualche modo fu un precursore della posteriore scienza della natura: già il titolo della sua principale opera, il “De rerum natura iuxta propria principia”, certifica l’intenzione di T. di studiare la natura secondo le sue proprie leggi, individuate innanzitutte attraverso l’esperienza sensibile e non attraverso ardite costruzioni metafisiche.D’altronde l’uomo può conoscere la natura, perchè è formato dai suoi stessi “principi”, che sono materia, caldo e freddo, da cui deriva tutto il divenire delle cose. Tutto il cosmo, dunque, è animato dalle medesime forze, ed anzi si può parlare di esso come di qualcosa di sensibile e vivente, anche se solo gli animali propriamente hanno i sensi,che per T. sono gli unici strumenti conoscitivi: anche la conoscenza intellettuale deriva dalle “immutazioni” prodotte nell’anima dai sensi.
Tutto è materia, dunque, per T., sulla quale agiscono in varia misura caldo e freddo: e tuttavia T. parla di un’anima “superaddita”, immortale e adatta ad esplicare le esigenze religiose proprie dell’uomo.
bruno:Già dalla vita di Bruno possiamo riscontrare in lui tutte le inquietudini tipiche del rinascimento.Più volte infatti a causa dei suoi interessi per la filosofia e la magia rischiò condanne per eresia e quindi vagò per tutta l’Europa alla ricerca di protezione: quando finalmente si sentì al riparo nella tollerante Venezia, fu denunciato all’Inquisizione e per la sua intransigenza fu bruciato a Campo de’Fiori nel 1600.
I suoi primi scritti, tra cui il “De umbris idearum”, sono sostanzialmente neoplatonici: le cose sensibili, infatti, sono concepite come riflessi delle idee, le quali, combinate dalla mente umana, ci riportano al termine di un’ascesi conoscitiva all’unità divina.
Già nei primi “Dialoghi italiani”, però emerge il naturalismo di B., fondato sull’accettazione delle teorie di Copernico ma anche sulla negazione di ogni centro dell’universo: l’universo, per B., è infinito e non ha centro, ma anzi esistono infiniti universi, perchè l’infinita potenza di Dio non può non essersi realizzata in un cosmo infinito.Dio è quindi causa e principio del “creato”: in quanto principio, noi lo possiamo ritrovare nella perfezione della natura; in quanto causa, invece, Esso resta esterno ad essa, cioè trascendente e inconoscibile.Ma qual è il rapporto tra Dio e natura? Per B. Dio è la monade suprema, l’Unità di cui la natura è l’esplicazione”; le altre totalità parziali formulate dalla ragione sono invece dette “minimi” e sono delle monadi di più basso grado caratterizzate da un’indivisibilità solo relativa( es.:l’uomo).
In etica B. si occupò soprattutto di individuare il tipo di vita che meglio realizzasse l’essenza dell’uomo, e lo individuò nella vita contemplativa, in cui un “eroico furore spinge l’uomo alla conoscenza dell’universo, suo fine ultimo: B. identifica così filosofia e religione, essendo quest’ultima concepita come religione meramente razionale e naturale.

3)aristotele:La visione aristotelica dell'astronomia, e quindi il suo modello di universo, così come vengono presentati nella "Metafisica", nella "Fisica", nel "De Caelo" e nel "Commentario" di Simplicio, potrebbero apparire un po' strani al lettore moderno, e ciò perchè evidentemente basati sulla speculazione filosofica "a priori" assai più che sull'osservazione.
Benchè Aristotele riconoscesse l'importanza dell'astronomia "scientifica - lo studio delle posizioni, distanze e moti degli astri -, ciononostante egli trattò l'astronomia in maniera astratta, subordinandola alla propria visione filosofica del mondo. E' evidente che la distinzione moderna tra fisica e metafisica in Aristotele non esiste, e se vogliamo comprenderlo appieno dobbiamo cercare di abbandonarla anche noi.
Aristotele afferma che l'universo è sferico e finito. Sferico, perchè è questa la forma più perfetta; finito, perchè ha un centro, cioè il centro della Terra, e un corpo con un centro non può essere infinito. Anche la Terra è una sfera, per Aristotele. Relativamente piccola in confronto alle stelle, e, in contrasto con i corpi celesti, sempre immobile. A sostegno di quest'ultimo punto, tra le altre, portava una prova secondo lui empiricamente verificabile: se la Terra fosse in moto, un osservatore su di essa dovrebbe veder muoversi le "stelle fisse", proprio come vede muoversi i pianeti da una Terra stazionaria. Dato che non è così, la Terra dev'essere immobile. Per provare che la Terra è una sfera, egli adduce l'argomento che tutte le sostanze terrestri tendono a muoversi verso il centro. Si avvale anche di un'evidenza basata sull'osservazione. Se la Terra non fosse sferica, le eclissi lunari non mostrerebbero ombre dai bordi curvi.
Inoltre, un viaggiatore che si sposti verso sud o verso nord, non vede proprio le stesse stelle ogni notte, nè le vede occupare lo stesso posto in cielo. Il fatto che i corpi celesti abbiano anch'essi forma sferica può essere determinato dalla semplice osservazione. Nel caso delle stelle, Aristotele argomentava che esse devono avere forma sferica, dato che questa forma, che è la più perfetta, permette loro di mantenere la propria posizione.
Al tempo di Aristotele, la concezione di Empedocle che vi fossero quattro elementi fondamentali - terra, aria, acqua e fuoco - era stata generalmente accettata. Aristotele, tuttavia, oltre a questi, postulava un quinto elemento chiamato etere, che egli riteneva il principale ingrediente dei corpi celesti.
Quest'elemento divino, secondo Aristotele, è incomposto, ingenerato, eterno, inalterabile, invisibile e privo di peso. Esso esiste nelle sue forme più pure nelle regioni celesti, ma si decompone nelle regioni al di qua della Luna. La concezione aristotelica dell'universo è gerarchica, ed egli fa una netta distinzione tra il mondo sublunare del cambiamento, ed i cieli eterni e immutabili.
Aristotele credeva che ogni pianeta seguisse una strada tracciata da un certo numero di sfere. Callippo prima di lui aveva calcolato 33 sfere in tutto, 4 ciascuno per Saturno e Giove, 5 ciascuno per Marte, Venere, Mercurio, il Sole e la Luna. Secondo Aristotele, il modello di Callippo non spiegava come si potesse impedire che il moto delle sfere esterne interferisse con il moto di quelle interne. Ragion per cui escogitò una spiegazione meccanica che considerava 22 sfere contrapposte, che avrebbero dovuto mettere le cose in equilibrio. E' generalmente accettato il fatto che l'aggiunta da parte di Aristotele di queste sfere contrapposte complicasse piuttosto che chiarire il problema dei moti planetari.
La complicata teoria del moto di Aristotele era una componente fondamentale della sua visione del mondo. La complessità della sua teoria è evidenziata dalle numerose interpretazioni offerte dai moderni studiosi. In questa sede ci limitiamo a presentarne la scarna ossatura.
Secondo Aristotele, vi sono tre tipi di moto: rettilineo, circolare e misto. I quattro elementi del mondo sublunare tendono muoversi in linea retta: la terra verso il basso, il fuoco verso l'alto, acqua ed aria stanno in mezzo.
L'etere, d'altra parte, si muove per sua natura in circolo. Egli asseriva ancora che tutto ciò che si muove dev'essere messo in moto da qualcos'altro,e quindi, per sfuggire ad un regresso all'infinito, propose un primo motore.
La descrizione. da parte di Aristotele, di questo "primo motore" dimostra in che modo egli mescolasse fisica e metafisica. Nel De Caelo, Aristotele equated il primo motore of all things with the sphere of the fixed stars, che si muove esso stesso di un moto incessante. Nella Metafisica, tuttavia, egli poneva un immobile primo motore "dietro" le stelle fisse. Egli descrive questo primo motore trascendente come eterno e privo di dimensione; dice che esso dà luogo al moto circolare, e che questo è il più perfetto tra i tipi di moto, dato che non ha nè principio nè fine;esso coincide col bene, e la sua attività è la forma più alta di godimento.
Pare che ad un certo punto Aristotele pensasse al primo motore come qualcosa che fosse esso stesso parte dell'universo, mentre in altri momenti lo considerasse fuori dallo spazio e dal tempo. Queste differenze possono rispecchiare i diversi obiettivi che Aristotele perseguì in momenti diversi della sua vita.
Il modello gerarchico dell'universo propugnato da Aristotele ebbe una profonda influenza sugli studiosi medioevali, che lo modificarono per adattarlo alla teologia cristiana.
San Tommaso d'Aquino, per esempio, identificò i primi motori negli angeli. Assunto dall'autorità religiosa, il modello di Aristotele resistette per secoli. Sfortunatamente, ciò ebbe l'effetto di ostacolare il progresso della scienza, dato che ben pochi osarono sfidare l'autorità della Chiesa. Ciononostante, possiamo ben dire che Aristotele dette un contributo all'astronomia, anche semplicemente cominciando a porre certi problemi sull'universo, con ciò stimolando altre menti a fare lo stesso.
talete:Come astronomo, predisse un’eclisse, avendo probabilmente imparato il calcolo
dai Caldei. Talete considera l’universo come una gran massa d’acqua. Il principio delle cose è
l’acqua che evaporando produce l’aria e che condensandosi forma la Terra. La Terra è quindi dentro
una bolla d’aria di forma emisferica dove la parte concava è il cielo. La Terra galleggia sulla
superficie piana è ha forma di un cilindro. In questa cosmogonia sono evidenti le tracce di quella
egiziana.
copernico:La teoria cosmologica universalmente accettata prima dell'ipotesi copernicana concepiva l’esistenza di un universo geocentrico nel quale la Terra era fissa e immobile, al centro di diverse sfere concentriche rotanti. Queste sfere sorreggevano, a partire dalla Terra e procedendo verso l’esterno, i seguenti corpi celesti: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno; infine, vi erano le sfere finite più esterne, che sostenevano le cosiddette "stelle fisse" (l’ultima sfera si pensava oscillasse lentamente, dando conseguentemente origine alla precessione degli equinozi.
Un fenomeno aveva posto un problema particolare ai cosmologi e ai filosofi naturali sin dai tempi antichi: l’apparente moto retrogrado di Marte, Giove e Saturno, cioè un moto che sembra talora arrestarsi e procedere in direzione opposta. Cercando una spiegazione a questo fenomeno, la cosmologia medievale affermava che ogni pianeta si muove tracciando un’orbita circolare detta "epiciclo", il cui centro si muove intorno alla Terra secondo una traiettoria chiamata "circolo deferente".
Le premesse fondamentali della teoria copernicana consistono nell’asserzione che la Terra ruota per la durata di una giornata sul proprio asse e, nell’arco dell’anno, attorno al Sole. Copernico dimostrò inoltre che i pianeti ruotano attorno al Sole e che la Terra, ruotando, effettua una precessione sul suo asse (oscilla come una trottola). La teoria copernicana manteneva numerose caratteristiche della cosmologia, incluse le sfere che sostenevano i pianeti e le sfere finite più esterne, che sostenevano le stelle fisse. La teoria eliocentrica sul moto dei pianeti aveva tuttavia i seguenti vantaggi: dimostrava l’apparente moto giornaliero e annuale del Sole e delle stelle; forniva una spiegazione chiara del moto retrogrado di Marte, Giove e Saturno, nonché il motivo per il quale Mercurio e Venere non superavano mai una determinata distanza dal Sole. Le teorie copernicane affermavano anche che la sfera delle stelle fisse era immobile.
Un’altra importante caratteristica della teoria eliocentrica è che essa consentiva una nuova disposizione dei pianeti in base ai loro periodi di rivoluzione. Nell’universo di Copernico, diversamente da quanto accadeva in quello di Tolomeo, maggiore è il raggio dell’orbita di un pianeta, maggiore è il tempo impiegato dal pianeta per compiere un giro intorno al Sole. Il concetto di una Terra che ruota intorno al Sole non era però accettabile per la maggior parte dei lettori del XVI secolo, anche per quelli che comprendevano le rivendicazioni di Copernico; alcune parti della sua teoria furono tuttavia adottate, mentre il fulcro fu ignorato o comunque rifiutato.
Tra il 1543 e il 1600 esistevano solo dieci copernicani. La maggior parte di essi era estranea all’ambiente accademico e operava presso le corti di principi, nobili o sovrani; i più famosi, Galileo e l’astronomo tedesco Giovanni Keplero, riconducevano il loro favore al sistema copernicano a ragioni diverse. Nel 1588 una posizione intermedia fu sviluppata dall’astronomo danese Tycho Brahe.
Dopo la condanna della teoria copernicana determinata dal processo intentato contro Galileo dalla Chiesa nel 1615-16, alcuni filosofi appartenenti all’ordine dei gesuiti rimasero segretamente fedeli alle tesi copernicane, mentre altri adottarono il sistema geocentrico-eliocentrico di Brahe. Nel tardo XVII secolo, con l’avvento del sistema della meccanica celeste proposto da Isaac Newton, i maggiori pensatori inglesi, francesi, olandesi e danesi divennero copernicani. I filosofi naturali viventi in altre parti d’Europa, tuttavia, mantennero una visione fortemente anticopernicana per almeno un altro secolo.
bruno:Giordano Bruno pose le basi filosofiche della Rivoluzione astronomica. Rifacendosi a Nicola Cusano, ma sostenendo con più decisione di costui l'infinità dell'universo, Bruno argomenta che l'universo è infinito proprio perché in esso si rispecchia l'infinità del Creatore: il mondo è effetto di Dio, che è la sua causa; ma Dio è causa infinita; dunque il mondo, come effetto di Dio infinito, dev'essere anch'esso infinito, poiché Dio non è solo causa dell'universo, ma principio immanente in esso, ovvero sostenne che la causa permane nell'effetto. L'infinità del mondo è spiegata da Bruno in due direzioni: sia nella direzione di un'assenza di limiti esterni dello spazio cosmico, sia nel senso del numero infinito dei mondi esistenti, cioè da infiniti «Soli» e pianeti, abitati da infiniti esseri intelligenti. Bruno accetta inoltre la teoria dell'astronomo Copernico (1473-1543), espressa nell'opera De revolutionibus orbium coelestium (1543), secondo la quale è la Terra a girare intorno al Sole, e non il Sole a girare intorno alla Terra. Tuttavia la visione cosmologica di Bruno non si riduce al Copernicanesimo. Sviluppando le intuizioni di Cusano, Bruno fa saltare i confini del mondo che Copernico considerava ancora finito. Il nostro sistema planetario eliocentrico non è che un'infinitesima parte dell'universo, dove ci sono infiniti altri sistemi con altri pianeti abitati come la Terra, tutti composti dai quattro elementi, tutti irradianti luce, e nessuno inferiore agli altri per dignità. Cosicché l'universo non possiede né centro né circonferenza, non è né alto né basso. Secondo Giordano Bruno, inoltre, il movimento cosmico non è dovuto a un motore immobile, come nel sistema astronomico aristotelico, ma a princìpi interni ai corpi celesti (dato che l'universo è infinito e quindi non c'è nulla "fuori" di esso): tali princìpi sono le anime dei singoli mondi, che muovono gli astri con la stessa spontaneità con cui la nostra anima dirige il nostro corpo verso il fine desiderato; perciò, il movimento è intrinseco nella natura stessa dell'universo. Dio non è altro che l'Anima delle anime, la Forza infinita presente nella natura, che imprime vitalità e ordine a tutta la materia (infinita) dell'universo, anche perché solo una forza infinita potrebbe muovere una massa infinita.

4)Il razionalismo cartesiano(1) consiste nel dare importanza fondamentale all’uomo inteso come depositario della facoltà di pensiero, della ragione, titolare della evidenza di coscienza; ecco anche che, come in Agostino, i suoi testi hanno sempre degli aspetti di tipo autobiografico. Dunque egli eredita e sviluppa sia la concezione di età umanistica della centralità dell’uomo, con la classica definizione dell’uomo come ‘animale razionale’; sia la recente (contemporanea) attenzione al problema del metodo, alla scienza e al metodo scientifico della seicentesca rivoluzione scientifica.
Di questa eredità fa parte comunque anche l’esigenza di verità e universalità.
Il razionalismo applicato alla conoscenza, cioè alla coscienza stessa, porta all’affermazione dell’innatismo: ci sono contenuti di coscienza innati che vengono prima di qualunque percezione. Il razionalismo applicato al mondo (alle cose) porta al meccanicismo: gli oggetti rimandano a relazioni necessarie preesistenti (come dice Galileo dei numeri scritti da Dio nel mondo stesso). Tali elementi pre-esistenti rispetto alla coscienza e al mondo sono ovviamente universali, cioè necessariamente e universalmente veri.
Dunque, l’obiettivo, ma anche la convinzione di base mai messa in discussione, è che esista un metodo universale, ancora prima che contenuti universali di verità: la mathesis universalis, che è lo strumento logico-metodologico veramente nuovo e capace di sostituire le vecchie e deludenti logica (sillogistica) e filosofie, è l’eldorado della filosofia moderna.
(1)Il termine razionalismo viene attribuito da Hegel a Cartesio, riconoscendolo come iniziatore di una tendenza contrapposta all’empirismo (anti-innatistico già in Locke e con risultati scettici in Hume): la filosofia cartesiana è tendenza ad una unità di pensiero, di verità, di metodo, ad una “metafisica dell’intelletto”.
In effetti il dualismo fra pensiero e materia non è percepito come tale da Cartesio, ma dai suoi successori.

5)http://www.skuola.net/filosofia-moderna/cartesio-metodo.html

6)Cartesio arriva ad una certezza davvero inconfutabile: se dubito vuol dire che penso e se penso vuol dire che esisto: cogito, ergo sum. Tuttavia non mancarono le critiche mosse a questa verità apparentemente inconfutabile e sono assai importanti perchè testimoniano come Cartesio amasse il dibattito e come le sue idee dessero adito a numerosi interventi; é bene ricordarne soprattutto 3: la prima critica mossa a Cartesio é di plagio. Lo si accusava in sostanza di non aver scoperto nulla di nuovo con il cogito ergo sum, bensì di aver solamente ripetuto ciò che già aveva detto parecchi anni prima Agostino. Cartesio non tardò a rispondere a questa critica dicendo che era vero che in fin dei conti diceva lo stesso di Agostino, ma che lui c' era arrivato per conto suo, senza neppure leggere Agostino ! Anzi, gli faceva piacere che qualcun' altro fosse arrivato alle sue stesse conclusioni perchè ciò significava che il suo era un ragionamento lineare cui tutti gli uomini potevano pervenire. Resta però da chiarire se Cartesio fosse sincero quando diceva di non aver plagiato Agostino, anzi, di non averlo neppure mai letto. Gli studiosi di oggi sono propensi essenzialmente per una via di mezzo: Cartesio era solito frequentare ambienti di frati agostiniani e quindi quelle teorie dovevano ronzargli nelle orecchie, doveva già averle sentite dire da qualcuno ed ecco che finì per assorbirle e farle sue inconsciamente, pur senza aver mai letto Agostino. D' altronde il punto d' arrivo di Cartesio e di Agostino é simile, come simile é il metodo, ma diverso é l' obiettivo: Agostino intende fondare una teologia salda, Cartesio vuole fondare una metafisica meccanicistica. La seconda critica mossa a Cartesio era di aver derivato il cogito ergo sum da un sillogismo, ma di averlo espresso, paradossalmente, in forma non sillogistica. Ecco che, gli si faceva notare, se il sillogismo é espresso per intero regge, ma se vengono occultati dei passaggi ( come si accusava Cartesio di aver fatto ) non regge più ! In realtà il sillogismo completo doveva essere: tutto ciò che pensa esiste; io penso; dunque esisto. In altre parole, Cartesio prende per certo senza dimostrare che il fatto di pensare implichi una esistenza; Cartesio ha tolto dal cogito ergo sum la premessa maggiore ( tutto ciò che pensa esiste ) e così il cogito ergo sum, la prima pietra dell' evidenza per costruire il nuovo edificio del sapere, si rivelerebbe instabile. Ma Cartesio fa notare che il rapporto tra pensare ed esistere é immediatamente intuibile, non deve essere mediato da ragionamenti ( sillogismi ); é immediato e subitamente coglibile al pari della verità che 2 + 2 = 4. Nessuno oserebbe pensare che 2 + 2 non é uguale a 4 così come nessuno oserebbe pensare che ciò che pensa non esiste. La terza critica mossa a Cartesio é che in realtà lui presenta il cogito ergo sum come punto di partenza per la conoscenza certa, ma in realtà a fondamento della conoscenza vanno posti i principi logici ( identità: A = A; contraddizione A non é = non A; del terzo escluso A o é A o non é A ). Cartesio risponde che tutto dipende dai punti di vista; i principi logici su cui dovrebbe fondarsi la conoscenza stando agli avversari di Cartesio in un certo senso fondano la conoscenza perchè mi dicono che cosa una cosa é e che cosa non é, ma non mi garantiscono l' esistenza della cosa ! In altre parole, i principi della logica vanno benissimo per ragionare e indagare, ma per essere certo degli oggetti su cui indagare occorre il cogito ergo sum. Sarebbe infatti assurdo indagare con i principi logici qualcosa di cui non si é nemmeno certi se esista o meno ! Prima bisogna appurarsi se esista ( con il cogito ergo sum ) e poi bisogna indagare ( con la logica ). Ci fu poi chi fece notare che l' argomentazione usata da Cartesio per dimostrare l' esistenza di Dio ( se dubito non sono perfetto perchè ciò che é perfetto non può dubitare; ma non posso concepire il concetto di imperfezione se non in base a quello di perfezione; se sono imperfetto e posseggo l' idea della perfezione, essa deve derivare da qualcosa che sta al di fuori di me che sono imperfetto: Dio ) non funzionava: noi finiti abbiamo l' idea di infinito quindi l' infinito ( Dio ) deve averci dato quest' idea. Ma tra infinito e idea di infinito c' é una bella differenza, così come c' é una bella differenza tra qualsiasi cosa e l' idea stessa di quella cosa: un libro ha un tasso di essere ben superiore rispetto all' idea di libro. Si obiettò a Cartesio che in realtà lui confondeva l' idea di infinito con un' idea infinita: l' infinito per definizione é infinito, ma l' idea di infinito no, proprio perchè é un' idea, un segno finito. E' un grave errore parlare dell' idea di infinito come dell' infinito stesso. Cartesio fece notare che effettivamente tra idee e cose c' é una bella differenza ontologica: le idee hanno una x in meno di essere rispetto alle cose di cui sono idee proprio perchè le cose hanno essenza ed esistenza reale, le idee hanno essenza ma non esistenza reale. Ma nel caso dell' infinito tutto cambia proprio perchè siamo nell' infinito: Cartesio intendeva dire che é vero che il cavallo ontologicamente pesa di più dell' idea di cavallo, ma é altrettanto vero che l' idea di infinito ( pur essendo un' idea ) ontologicamente pesa di più del cavallo ( e di qualsiasi altra cosa finita ). Ma in realtà bisogna ammettere che Cartesio non aveva ragione perchè una cosa é l' infinito, un' altra l' idea di infinito: l' infinito é effettivamente infinito, l' idea di infinito é finita proprio perchè é un segno, un' idea.

7)Partendo dal cogito ergo sum ("penso quindi sono";), certezza inattaccabile perchè il dubbio, come unico punto debole di partenza della mente umana, è realtà del pensiero (dubitare è pensare, e pensare è essere). Dunque la filosofia di cartesio si suddivide in due rami:
-res cogitans: è intesa da Cartesio come la realtà all'interno della mente umana, il "me pensante". Realtà non per forza logica, che porti a conclusioni razionali (contenuti della res extensa), ma come principio di partenza per la ricerca della validità di tutto ciò che gli è attorno.
-res extensa: corrisponde invece, secondo Cartesio, alla realtà fisica, il mondo esterno, ciò che appunto rappresenta la creazione divina, perfetta (nella sua matematicità) ed esistente (eliminando così l'ipotesi del vuoto).

....prego
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