Mayc1989
Mayc1989 - Genius - 17364 Punti
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qualcuno sa aiutarmi???
Non riesco a capire Kant... il suo pensiero... il noumeno... la ragion pura ed anke la trascendentale.
Per favore aiutatemi...

Almeno scrivetemi qualke appunto
Kiakkia
Kiakkia - Erectus - 50 Punti
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a noi quest'anno il provveditorato non ha mandato il prof di storia e filosofia... quindi ora una matta di un'altra sezione sta facendoci supplenza e tenta di spiegarci Kant... tutto inutile... nn ci capirò mai niente >,<
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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allora il noumeno è la realtà come realmente è che l'uomo non può conoscere, mentre il fenomeno è la realtà come appare cioè la realtà percepita dai 5 sensi.
Il noumeno non è conoscibile tuttavia l'uomo puo tendere ad esso grazie alla Ragion Pratica: permette all'uomo di elevarsi al di sopra della conoscenza sensibile

ti incollo un mio appunto che parla della Ragion Pura per altri dubbi posta qui!
Critica ragion pura:

Scritta da Kant per analizzare i fondamenti del sapere proprio dopo che Hume aveva fatto crollare i pilastri della scienza. Hume aveva detto che lo spazio esiste per abitudine, ma l'abitudine non è una garanzia di esistenza. Kant vuole ridare i fondamenti del sapere. Le due domande da cui parte l'indagine kantiana sono:
1) La fisica è una scienza?
2) La Metafisica è una scienza?
alla prima domanda kant risponderà di si perchè si limita all'esperienza. Alla seconda domanda kant risponderà no, perchè va oltre l'esperienza anche e solo per definizione metata fisica.

Giudizi Sintetici: Kanti riprende in considerazione le due correnti filosofiche a lui precedenti:
- empirismo: secondo cui la conoscenza si fonda sui sensi, quindi sull'esperienza e sui giudizi sintetici mentre il predicaro non inerisce al soggetto, posteriore e contingente, essi non sono universali e sono sintetici e aggiungono qualcosa alla conoscenza.
- razionalismo: che si fonda su giudizi analitici in cui il predicato inerisce al soggetto, sono universali a priori, ma non aggiungono nulla di nuovo alla conoscenza.
Da queste correnti Kant deduce che la scienza deve basarsi su giudizi sintetici necessari a priori, sintetici perchè se il predicato non inerisce al soggetto da conoscenza e perchè la sinteticità è parte dall'esperienza.
I gudizi sintetici kantiani nascono dalle forme che garantiscono l'Universalità. Le forme sono la maniera di organizzare i dati dell'esperienza, ai dati è data una forma e sono captati intelligentemente. I dati kantiani sono la materia.
Sia i dati che le forme son presenti nell'uomo e non nella natura, quindi le leggi non sono nella natura ma nell'uomo (Prima Rivoluzione Copernicana kantiana: le leggi non sono nella natura, ma nell'uomo).

La Ragion Pura è divisa in due parti:

1 -Dottrina degli elementi: che a sua volta divisa in:
a) estetica trascendentale: secondo cui la conoscenza ha un contenuto ed una forma, l'estetica è lo studio della sensibilità.

b) logica trascendentale: ha per ogetto l'intelletto e le sue forme e consta di due parti:
- analitica trascendentale: studia l'intelletto e l'intuizione, l'intuizione da all'intelletto i dati gia organizzati spazialmente e temporalmente, l'intelletto prende i dati gia spazializzati e temporalizzati e formula i concetti e da questi i giudizi. la funzione dell'intelletto è sintetica. a differenza di Aristotele le categorie qui sono forme dell'intelletto. Kant riconosce dodici categorie. La deduzione trascendentale riconduce le cose dal generale al particolare. inoltre kant parla di una categoria delle categorie che chiama l'Io Penso, che è un'unità universale.
- dialettica trascendentale: si occupa delle tre idee della ragione
1) Dio
2) Anima
3) Mondo
Queste Tre Idee nn sono oggetti, ma esigenze dell'uomo ed hanno un uso regolativo, quando l'uomo, errando, ne fa un uso costitutivo vi fonda Tre Scienze:
1) cosmologia razionale
2) psicologia razionale
3) teologia razionale

Per Kant le idee non servono a conoscere, ma egli gli riconosce un uso regolativo ad esempio l'idea psicologica serve a creare legami tra fenomeni, quella cosmologica spinge ad andare da un fenomeno naturale all'altro, quella teologica aiuta ad avere l'idea di organizzazione perfetta e sistematica come se tutto dipendesse da un Creatore.
Le idee perciò non hanno un valore dogmatico, ma sono condizioni che impegnano l'uomo nella ricerca naturale e che sollecitano l'uomo ad estendere la sua esperienza.

2 -Dottrina del metodo
danusa89
danusa89 - Erectus - 50 Punti
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Mayc1989 : qualcuno sa aiutarmi???
Non riesco a capire Kant... il suo pensiero... il noumeno... la ragion pura ed anke la trascendentale.
Per favore aiutatemi...

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Questa risposta è stata cambiata da Francy1982 (14-10-07 21:53, 9 anni 2 mesi )
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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danusa89 : [quote]Mayc1989 :
qualcuno sa aiutarmi???
Non riesco a capire Kant... il suo pensiero... il noumeno... la ragion pura ed anke la trascendentale.
Per favore aiutatemi...

Almeno scrivetemi qualke appunto
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Daniela Anastasia
Daniela Anastasia - Sapiens Sapiens - 824 Punti
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1) spiegazione di kant:La gnoseologia di Kant mette in discussione i fondamenti del sapere per poter appurare quali ambiti della conoscenza possano dirsi validi. Tali riflessioni sono contenute nella celebre opera Critica della ragion pura.

Passando attraverso l'approfondimento della teoria di Isaac Newton approdò all'Illuminismo di cui Kant evidenzierà i meriti e i limiti della proclamata libertà di ragione nell'operetta Risposta alla domanda:che cos'è l'Illuminismo? (1784). Il decisivo incontro con lo scetticismo di David Hume (che, secondo le parole dello stesso Kant, lo "risvegliò dal sonno dogmatico";), che aveva teorizzato l'impossibilità di fondare la conoscenza ed il sapere, lo indusse ad indagare sui fondamenti della conoscenza.

Su questa via, Kant indagò la ragione come strumento di conoscenza, per scoprirne i limiti e le potenzialità. L'innovazione conseguita consistette nel rovesciamento del rapporto tra l'oggetto e il soggetto conoscente: nella gnoseologia kantiana non è più il mondo sensibile che forgia il pensiero umano, ma viceversa è l'uomo che modella la realtà applicandovi le proprie leggi conoscitive.

Il perimetro della conoscenza in una filosofia post-kantiana esclude l'io, la cosa-in-sé (ovvero la materia, di cui nemmeno la scienza dà definizione) e Dio. Per l'io e Dio il motivo è che "la ragione che pretende di parlare dell'incondizionato cade in contraddizione" e l'incondizionato in quanto libero può porsi al di sopra del principio di non-contraddizione, tenendo condotte incoerenti. Senza questo principio, come mostrava Aristotele, resta solo l'opinione e non si da verità necessaria; per ragionare dell'io e di Dio, la filosofia dovrebbe negare la libertà che è la loro essenza.

Il paradosso delle due totalità che la filosofia si portava dietro fin dall'inizio, viene accantonato dicendo che è inevitabile che vi sia un paradosso, e che questo compare all'inizio del pensiero filosofico perché è all'inizio del dispiegamento dell'Assoluto che è la storia della filosofia.
Le opere fondamentali di Kant sono la "Critica della ragion pura", la "Critica della ragion pratica" e la "Critica del Giudizio". Esse sono precedute da una notevole serie di opere minori in età giovanile (circa 20).
Kant da giovane aveva due interessi di fondo: la fisica di Newton e la metafisica di Leibniz. È cosciente del fatto che sono due discipline totalmente diverse, ma tenta di conciliarle.

È possibile dividere le opere di Kant in due grandi periodi: nel primo periodo, che va fino al 1760, prevale l'interesse per le scienze naturali; nel secondo, che va fino al 1770 (anno in cui fu pubblicata la dissertazione De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis), prevale l'interesse filosofico.

L'opera principale del primo periodo, che risponde agli interessi naturalistici propri della sua formazione universitaria è "Storia naturale universale e teoria dei cieli" pubblicata nel 1755.

Il secondo periodo invece segna il decisivo prevalere nel pensiero di Kant degli interessi filosofici, ed iniziano inoltre a delinearsi i temi che confluiranno nel criticismo. Le opere più famose di questo periodo sono "La falsa sottigliezza delle quattro figure sillogistiche", un'esplicita critica al valore della logica e aristotelica, e "Unico argomento possibile per una dimostrazione su Dio".

Il noumeno "essenza pensabile, ma inconoscibile della realtà in sé" nella filosofia di Kant, posto che i sensi umani siano limitati nelle loro percezioni, è l'oggetto inconoscibile nella sua natura intellegibile , "la cosa in sé" quello che può definirsi con la proposizione "uti sunt". Dunque il noumeno è l'oggetto dell'intelletto, della conoscenza pura, ovvero ciò che si può conoscere utilizzando null'altro che le capacità intellettuali, contrapposto agli oggetti dell'esperienza comune, conosciuti in modo più immediato per mezzo dei sensi (il fenomeno). Il noumeno si identifica nella realtà inconoscibile e non raggiungibile attraverso la conoscenza diretta, ma solo grazie all'intuizione della sua semplice esistenza. La separazione netta tra fenomeno e noumeno venne criticata nella metafisica concreta di Pavel Aleksandrovič Florenskij.

Il tema principale trattato da Kant nella Critica della ragion pura è quello della conoscenza e della correlazione sussistente tra metafisica e scienza. Gli interrogativi che si pone sono come siano possibili la matematica e la fisica in quanto scienze e la metafisica in quanto disposizione naturale e in quanto scienza.

Il giudizio corrisponde per Kant all'unione di un predicato ed un soggetto tramite una copula, distingue quindi i giudizi analitici, i giudizi sintetici a posteriori e i giudizi sintetici a priori.

Il giudizio analitico è un'affermazione formulata a priori la cui validità è universale e necessaria e quindi non necessita della verifica sperimentale, in quanto il concetto che funge da predicato si puo' ricavare dal soggetto. Questi tipi di giudizi sono pero' tautologici perché affermano solamente ciò che è già noto e quindi non danno alcuna informazione aggiuntiva. Ad esempio, la frase "i corpi sono estesi" è un giudizio analitico. Un giudizio analitico puo', semmai, aiutare a comprendere più facilmente i concetti impliciti contenuti in un soggetto. Questo è il tipo di giudizio usato dai razionalisti.

Il giudizio sintetico è un giudizio in cui il concetto che funge da predicato non si trova implicito nel soggetto anche se vi è connesso, è un giudizio estensivo (estende la conoscenza).

Il giudizio sintetico a posteriori dà sempre delle informazioni aggiuntive riguardo il soggetto considerato. Queste informazioni, pero', derivano dall'esperienza e non sono quindi né universali né necessarie, perché soggettive. Questo è il tipo di giudizio usato dagli empiristi.

Il giudizio sintetico a priori è un giudizio che pur ampliando la conoscenza, dal momento che il predicato non è implicito nel soggetto, presenta i caratteri di universalità e necessità, perché non deriva dall'esperienza. La validità universale e la certezza che caratterizzano il giudizio sintetico a priori derivano infatti dalla possibilità dell'intelletto di «uscire a priori dal concetto», rivolgendosi all'intuizione pura attraverso la «guida» di un termine medio, cioè dello schema prodotto dall'immaginazione trascendentale. Quando cioè si passa da un concetto ad una intuizione per ottenere un giudizio sintetico a priori occorre stabilire un rapporto con la forma del senso esterno (forma pura spaziale) da parte del senso interno (forma pura temporale) autodeterminata intellettualmente attraverso l'identità dell'appercezione.

I giudizi sintetici a priori sono i fondamenti su cui poggia la scienza poiché accrescono il sapere (in quanto sintetici), ma non necessitano di essere riconfermati ogni volta dall'esperienza perché universali e necessari. In questo caso Kant ha una posizione nettamente distinta da quella di Hume, in quanto il filosofo scozzese, essendo empirista, riterrebbe necessaria ogni volta una conferma giacché a suo parere non si sarebbe in grado di dire che le cose in futuro non potrebbero cambiare.

Giunto a questo punto Kant stabilisce un nuovo sistema conoscitivo per determinare da dove arrivino i giudizi sintetici a priori, se questi non derivano dall'esperienza. Questa nuova teoria della conoscenza è una sintesi di materia (empirica) e forma (razionale ed innata). La prima è la molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili che provengono dall'esperienza. La seconda è invece l'insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente umana ordina tali impressioni. In questo modo la realtà non modella la nostra mente su di sé, ma è la mente che modella la realtà attraverso le forme tramite cui la percepisce. La realtà come ci appare in base alle forme a priori è il fenomeno, mentre la realtà così com'è è indipendente da noi ed è per noi inconoscibile. Quest'ultima è detta noùmeno.

Kant definisce quindi la conoscenza come ciò che scaturisce da tre facoltà: la sensibilità, l'intelletto e la ragione. La sensibilità è la facoltà con cui percepiamo i fenomeni e poggia su due forme a priori, lo spazio e il tempo. L'intelletto è invece la facoltà con cui pensiamo i dati sensibili tramite i concetti puri o categorie. La ragione è la facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà oltre il limite dell'esperienza tramite le tre idee di anima, Dio e mondo. Su questa tripartizione del processo conoscitivo si articola la Critica della ragione pura suddivisa in dottrina degli elementi e dottrina del metodo. La prima si occupa di studiare le tre facoltà conoscitive tramite l'estetica trascendentale (sensibilità) e la logica trascendentale, a sua volta suddivisa in analitica (intelletto) e dialettica (ragione).

Kant usa il termine "estetica" intendendo il suo significato etimologico: aisthesis in greco significa "sensazione", "percezione". Infatti, in questa parte della Critica, Kant si occupa della sensibilità e delle sue forme. La sensibilità svolge due ruoli nel processo conoscitivo. Il primo di questi è recettivo (passivo) ed è il procedimento attraverso cui prende i propri contenuti dalla realtà esterna. In seguito la sensibilità svolge il suo secondo ruolo (attivo) e cioè riordina le informazioni empiriche tramite le forme a priori. Queste sono lo spazio e il tempo. Lo spazio è la forma del senso esterno e si occupa dell'intuizione della sola disposizione delle cose esterne. Il tempo è la forma del senso interno e regola la successione delle cose interne. Spazio e tempo,secondo Kant, sono quadri mentali a priori entro cui connettiamo i dati fenomenici, sono trascendentali, cioè "reali" ed "oggettivi" rispetto all'esperienza, ma non derivano da essa in quanto essa presuppone le rappresentazioni di spazio e di tempo. Questi hanno natura intuitiva, cioè non subiscono la mediazione delle categorie, e non discorsiva in quanto non concepiamo lo spazio dai vari spazi, ma intuiamo i vari spazi come un unico spazio (dimostrazione metafisica dell'apriorità dello spazio e del tempo). Secondo Kant la matematica e la geometria sono sintetiche e a priori in quanto la loro validità è indipendente dall'esperienza e aggiungono qualcosa di nuovo al soggetto. La geometria usa intuitivamente lo spazio e la matematica fa lo stesso con il tempo, cioè di successione, senza ricavarli da altro (dimostrazione matematica dell'apriorità dello spazio e del tempo).

Di conseguenza essendo aritmetica e geometria basati su spazio e tempo, così come la sensibilità umana, allora possono essere applicate al mondo fenomenico.

Kant ritiene che le intuizioni siano delle affezioni (passive) mentre i concetti sono funzioni (attive) che riordinano e unificano più rappresentazioni.

I concetti possono essere empirici, cioè derivare dall'esperienza, o puri, cioè essere contenuti a priori dall'intelletto. Ciascun concetto è il predicato di un giudizio possibile ( es: il metallo [soggetto] è un corpo [predicato])e tutti questi sono posti in alcune caselle a priori che sono i concetti puri. I concetti puri coincidono con le categorie aristoteliche. Differentemente da Aristotele, le categorie in Kant hanno valore esclusivamente gnoseologico-trascendentale, quindi si applicano solo al fenomeno e non alle cose in sé. A ciascun giudizio Kant fa coincidere una categoria.

Dopo aver formulato questa teoria, Kant ne deve dimostrare la validità (deduzione trascendentale). In questo caso il termine deduzione implica la dimostrazione della legittimità di una pretesa di fatto. La deduzione riguarda il quid iuris (le cose come le giudichiamo) e non il quid facti (le cose come sono in realtà).

Per giustificare quindi ciò che ci garantisce che la natura obbedirà alle categorie, manifestandosi in esperienza come noi crediamo, Kant procede secondo questo ragionamento:

l'unificazione del molteplice non è fatta dalla molteplicità (che è passiva), ma da un'attività sintetica che ha sede nell'intelletto;
distinguendo l'unificazione dall'unità, Kant identifica la suprema unità fondatrice della conoscenza con il centro mentale unificatore, denominato "Io penso", che è comune a tutte le persone ed è quindi oggettivo;
l'io penso opera tramite i giudizi e cioè il modo in cui il molteplice dell'intuizione viene pensato;
i giudizi si basano sulle categorie, cioè sui vari modi in cui l'io penso agisce.
Di conseguenza un oggetto non può essere pensato senza ricorrere alle categorie. Riassumendo:

i pensieri presuppongono l'io penso;
l'io penso opera tramite le categorie;
gli oggetti pensati presuppongono le categorie.
L'io penso è quindi il principio supremo della conoscenza umana, ma non deve essere inteso come creatore della realtà, ma solo come colui che la ordina. kant afferma "l'Io è il legislatore della natura".Di conseguenza l'interiorità necessita dell'esteriorità per essere concepita.

Kant deve quindi spiegare come le categorie possano operare sulla realtà fenomenica. Ciò avviene in quanto il tempo condiziona gli oggetti, ma è a sua volta condizionato dall'intelletto. Di conseguenza, tramite il tempo, l'intelletto è in grado di condizionare gli oggetti fenomenici. Questa soluzione richiama la dottrina dello schematismo, intendendo per schema la rappresentazione intuitiva di un concetto.

Con la dottrina dello schematismo trascendentale Kant abbina a ogni categoria aristotelica(quantità, qualità, etc.) una forma spazio-temporale, facendo vedere che le categorie sono leggi della mente in quanto lo spazio e il tempo senza oggetti sono un'astrazione che esiste solo nell'io-penso che li colloca sulla cosa-in-sé per ordinare il mondo.La sensibilità è la ricezione della cosa-in-sé,la sua modellazione-ordinamento inconsapevole con lo spazio e il tempo e la visione cosciente del risultato. Esso non è un sogno scelto dall'io, ma un'interpretazione che dipende e varia con gli input che vengono dalla cosa-in-sé che è indefinita, ma non indeterminata.

Da qui Kant definisce i principi dell'intelletto puro, cioè le regole di fondo tramite cui avviene l'applicazione delle categorie agli oggetti. Questi sono quattro come le categorie:

Assiomi dell'intuizione (categoria della quantità): affermano a priori che tutti i fenomeni intuiti costituiscono delle quantità estensive e per tanto sono conoscibili solo attraverso la sintesi successiva delle sue parti;
Anticipazioni della percezione (categorie della qualità): affermano a priori che ogni fenomeno percepito ha una quantità intensiva e per tanto sono suddivisibili indefinitamente;
Analogie dell'esperienza (categorie della relazione): affermano a priori che l'esperienza costituisce una trama necessaria di rapporti basata sui principi:
a) della permanenza della sostanza;
b) della causalità;
c) dell'azione reciproca;
Postulati del pensiero empirico in generale (categorie di modalità): stabiliscono
a) ciò che è possibile;
b) ciò che è reale;
c) ciò che è necessariamente.
Le leggi particolari possono essere desunte soltanto dall'esperienza.

Il conoscere ha come limite l'esperienza, in quanto, procedendo oltre questa, non vi sono prove della sua fondatezza. Noi possiamo quindi solo conoscere la realtà fenomenica, cioè la realtà per-noi, ma mai la realtà in-sé. Questo in-sé, che per noi è precluso, può essere conosciuto solo da un'eventuale intelligenza divina superiore, ma non può essere in rapporto conoscitivo con noi. Kant identifica l'in-sé con il termine greco noumeno.

Kant distingue l'esperienza secondo due accezioni. La prima implica la sola esperienza sensoriale, la seconda invece comprende la totalità della conoscenza fenomenica, cioè la conoscenza sensoriale tramite le forme a priori della mente.

In quest'ultima parte dell'opera Kant si occupa del problema della metafisica come scienza. Il termine dialettica assume il significato di logica della parvenza, arte sofistica in grado di dare alla proprie illusioni l'aspetto della verità, a prescindere dal sapere fondato. Nella dialettica trascendentale Kant intende motivare la necessità profonda che spinge l'uomo ad indagare su argomenti che vanno oltre l'esperienza tramite ragionamenti fallaci. Ciò è dovuto al desiderio innato della mente umana che la spinge a voler trovare una conoscenza totale della realtà. Questo si fonda su tre idee trascendentali:
l'anima: totalità dei fenomeni interni;
il mondo (o cosmo): totalità dei fenomeni esterni;
Dio: totalità di tutte le totalità e fondamento di ogni cosa.
A ciascuna di queste tre associa una scienza che, procedendo erroneamente oltre il limiti del pensiero, giunge a conclusioni sbagliate.

L'anima è studiata dalla psicologia razionale che è fondata, secondo Kant, su un paralogisma, cioè su un ragionamento errato che consiste nell'applicare la categoria di sostanza all'io penso rendendolo così una realtà eterna, spirituale, immortale, incorruttibile e personale. In realtà l'io penso è un'unita formale che non ha nessuna prova empirica e di cui quindi non è possibile conoscere nulla, ma è soprattutto una funzione logica a cui non si possono applicare le categorie che agiscono solo sugli elementi di derivazione empirica.
Il mondo è studiato dalla cosmologia razionale che pretende di riuscire a spiegare il cosmo nella sua totalità, cosa impossibile a partire dal fatto che è impossibile avere un'esperienza di tutti i fenomeni, ma si può avere solo di alcuni. Pertanto i metafisici, quando tentano di spiegarlo, cadono in procedimenti razionali contraddittori con sé stessi (antinomie) e cioè due ragionamenti egualmente validi e dimostrabili dal punto di vista razionale, ma opposti tra di loro e tra cui è quindi impossibile operare una scelta poiché manca un criterio valido. Le antinomie sono quattro: finità/infinità del mondo, semplicità/complessità del mondo, libertà/non libertà della causalità delle leggi di natura, ente necessario/contingente delle cause cosmiche.
Dio è invece l'oggetto di studio della teologia razionale, ma è al tempo stesso una concezione che trae le proprie origini da semplici passaggi razionali e non empirici. Per tanto nulla può essere detto sulla sua natura, ma, i teologi, hanno elaborato per colmare questa mancanza tre prove dell'esistenza di Dio:
Ontologica: Questa dimostrazione di Dio viene proposta per la prima volta da Anselmo d'Aosta. Delle tre prese in considerazione da Kant, questa è forse la più raffinata dal punto di vista logico, basandosi su di un solido ragionamento deduttivo a priori. Se Dio viene definito come l'essere perfettissimo, del quale non si può pensare niente di maggiore, non può esistere solo nella mente ma anche nella realtà. Da ciò segue che non si può pensare Dio come essere perfettissimo, senza postulare la sua esistenza, in quanto potrei pensare a un essere uguale, ma non esistente nella realtà, ma questa è una contraddizione interna al mio ragionamento, perciò Dio deve esistere anche nella realtà. Kant dice che questo ragionamento si basa su di un salto mortale metafisico, che dal piano logico passa al piano ontologico. L'idea di perfezione non contiene al suo interno l'esistenza, che quindi non può essere dedotto a priori, ma solamente a posteriori; Anselmo considerava l'esistenza un predicato, mentre è un quantificatore, come dimostrato da Gottlob Frege nei suoi Scritti postumi del 1986.
Cosmologica: La prova cosmologica dell'esistenza di Dio si basa sulle cinque vie di Tommaso d'Aquino. Queste si basano sulla logica aristotelica. È evidente che il mondo sia regolato sul principio di causa-effetto, e risalendo a ritroso la catena causale si deve ammettere la presenza di una causa prima incausata, poiché se non esiste la causa, non esisterebbe l'effetto, ma se esiste l'effetto, deve necessariamente esistere la causa, che coincide con Dio. Kant sostiene che questo argomento è fondato sull'errata applicazione della categoria di causalità, utilizzata per passare dal mondo fisico-fenomenico al piano metafisico. Inoltre questa dimostrazione di Dio richiama implicitamente la prova ontologica, in quanto la causa è necessaria e perfetta non può fare a meno di esistere;
Fisico-teleologica o teleologica: Delle tre, questa è la prova più intimamente accettabile, poiché afferma l'esistenza di una realtà ordinata e strutturata, deve esserci una mente ordinatrice, che viene associata con Dio. Per spiegare l'ordine della natura, bastano le sole leggi scientifiche e non un essere metafisico. Da questo punto di vista, basterebbe soltanto un dio ordinatore e non creatore, quindi il Demiurgo platonico e non il Dio creatore cristiano. Perciò si ricade nella prova cosmologica, in quanto questo essere sarebbe la causa della natura.
L'uomo ha sempre preteso di dimostrare l'esistenza di un Essere che abbia le stesse caratteristiche del mondo (mirabile, saggiamente conformato, ecc...), ma trascura che queste caratteristiche sono determinate e relative a noi, che in quanto finiti non possiamo fare esperienza dell'infinito. È comunque importante notare che Kant non assume una posizione atea, in quanto non nega l'esistenza di Dio, ma semplicemente nega la possibilità di dimostrarla: egli è pertanto agnostico. La figura di Dio viene ripresa all'interno della Critica della Ragion Pratica.

Così, all'interno della sua speculazione filosofica, le idee trascendentali o metafisiche hanno soltanto funzione regolativa, e non certo costitutiva. Queste rappresentano come idea limite verso le quali dirigere la conoscenza del mondo. Da questo il concetto di noumeno perde il suo attributo di esistenza, ma rappresenta solo il concetto limite di ogni nostra idea, assumendo soltanto valenza logica. Per questo la filosofia kantiana viene chiamata filosofia del limite.

Da queste deduzioni, Kant opera un nuovo concetto di metafisica intendendola come scienza dei concetti puri.Questa è divisa in metafisica della natura (studia i principi a priori della conoscenza della natura) e la metafisica dei costumi (studia i principi a priori dell'azione morale).

Contrapposta alla ragione teoretica è la ragione pratica. Una volta negata la possibilità di una comunione universale, di un "mondus intelligibilis" (Kant non può che distinguere, secondo l'analisi eseguita sulla ragion pura, il mondo in fenomeno e cosa in sé), viene introdotta l'ipotesi di un'unità morale. La morale che propone Kant è uno studio sul giusto agire degli uomini che non prescinde dalle regole dettate dalla ragione, ossia l'etica per essere giusta deve seguire i percorsi della ragione, ed è pur sempre ragione, non teoretica, ma pratica.

In particolar modo Kant introduce il concetto di imperativo categorico, ovvero un comportamento è da considerare morale in modo categorico "senza possibilità di smentita" quando è universalmente riconosciuto, giusto in ogni momento ed in ogni situazione umana. Questo comportamento diventa allora vincolante per la morale di tutti gli uomini, ed una sua mancata applicazione significherebbe azione immorale.

L'idea è che l'uomo possa farsi guidare dalla ragione non solamente nel campo delle scienze ma anche nel campo della pratica morale dell'etica. In particolare l'imperativo categorico che deve guidare l'uomo come necessità volontaria non è una costrizione ma un aderire ad una legge razionale che l'uomo stesso ha formulato per mezzo della propria ragione.

Kant distingue fra imperativi ipotetici e imperativo categorico. Il rischio di una morale utilitaristica come quella cui più tardi pervenne l'inglese Bentham, portò il filosofo a cercare il fondamento della morale in un comando non condizionale.

Dimostrato che la ragione che pretende di parlare dell'incondizionato cade in contraddizione, una fondazione razionale e non contraddittoria della morale doveva escludere un imperativo non condizionale. Kant arriva a concludere che l'etica non è fondabile razionalmente ma che è un imperativo categorico che la volontà deve darsi liberamente.

Il fondamento dell'etica è lo stesso che fonda la ragione, quel principio di non-contraddizione scoperto da Aristotele, che, prima che una legge logica, è una legge etica dell'Io. Una vita conforme alla ragione equivale ad un obbligo di coerenza che vale sia nel pensiero che nell'essere. L'Io è libero di negare questo principio, ma si limita a vivere nel mondo dell'opinione (non razionale) e della stoltezza (non etico).

Non si tratta soltanto di una libera scelta, variabile da io a io, l'etica kantiana rientra nell'ambito filosofico e necessario; il rispetto della morale deducibile come una necessità dell'essere in altre costruzioni filosofiche, è qui impedito con l'esclusione di comandi condizionali e non.

Kant parte dalla volontà di dimostrare che l'io è legato al rispetto dell'etica, che considera un giudizio sintetico a priori che la ragione, dunque, conosce e può dimostrare. Lo vuole dimostrare perché è convinto che l'io è legato al rispetto dell'etica, quanto lo è del paradosso della sofferenza del giusto.

Non stupisce che postuli l'esistenza di un imperativo categorico o voce della coscienza, simile al demone socratico, che universalmente in ogni individuo spinge al rispetto di regole morali universali che si traducono in azioni differenti fra i vari contesti. Così il giudizio etico come il giudizio estetico varia nel tempo a seconda della situazione, ma è sempre riconducibile in ogni individuo all'applicazione di regole universali che fanno agire per il giusto e contemplare per il bello, senza variare da individuo a individuo: le regole etiche ed estetiche sono le stesse in ogni individuo ed egualmente la loro applicazione: qualunque individuo purché razionale, nella stessa situazione, avrebbe fatto la stessa cosa e considerato bella una certa opera.

La ragione diventa l'ambito dell'universalità di tutti i giudizi, etici ed estetici, del loro tradursi in atti pratici. Il metro di valutazione del giusto può variare al massimo da una generazione di umani ad un'altra, nel senso della loro applicazione; le regole alla base sono sufficientemente generali da considerarle comuni agli essere umani di ogni spazio e tempo, trascendentali ad ogni spazio ed ad ogni tempo.

Come si vede le scelte etiche e la fruizione del bello che sono tradizionalmente fatti personali, sono ricondotti a principi collettivi: Kant non ha mai parlato dell'io singolare (sé stesso o gli altri, ad es.); quando parlava dell'io, si riferiva sempre all'io trascendentale che da Duns Scoto in poi è rimasto il limite della filosofia.

Un'etica con principi indipendenti dallo spazio e dal tempo (universali per entrambi) che sono posti in essere dall'io, viene prima ossia a priori dell'io, e si può pensare innata. Invece, l'applicazione dei principi dipende dallo spazio e dal tempo, dal contesto in cui l'Io si trova ad agire; tuttavia, spazio e tempo sono anch'essi realtà trascendentali, rispetto agli individui: l'etica dipende dallo spazio-tempo solamente in un contesto oggettivo, comune a tutti, dove oggettività è per Kant intersoggettività; nei sogni, che sono uno spazio-tempo soggettivo, diverso fra individui, ognuno è libero dall'etica entro certi limiti). Se l'individuo non domina su questa etica, poiché L'Io soggiace a principi universali, nemmeno ne è dominato, dato che l'io il protagonista del Regno dei Fini dove ogni persona è il fine delle azioni degli altri.

Scontrandosi con l'affermazione della libertà dell'uomo, l'etica kantiana non ha trovato esseri che necessariamente agiscono per il giusto; ha creato un ambito, quello della ragione, in cui l'io entrato liberamente ha accettato di "farsi costringere" dalla ragione al rispetto di certe regole, pena la perdita del godimento del bello che è negato ai bruti e di una consolante universalità dell'agire umano.

L'imperativo categorico in questo sistema è un postulato non fondabile, che forse lo sarebbe altrove; per Kant era prima di tutto un dato di fatto per il pietismo tedesco, la forte educazione materna che lo portavano ad avere un forte senso etico. Filosofiche sono però le sue conseguenze: l'idea per la quale sarebbe contraddittoria una ragione che comanda cose che siamo costretti a raggiungere, da cui la fondazione della libertà della volontà umana:

che comanda cose irraggiungibili la cui affermazione si scontra con il paradosso della sofferenza del giusto, e richiede una vita ultraterrena nella quale si afferma la giustizia fra gli io, ripagando le ingiustizie, bloccando l'attività degli ingiusti, riservando il tempo e la libertà a chi ha scelto dalla parte della ragione di vivere secondo giustizia: da cui l'immortalità dell'anima;
l'esistenza di un Dio, più forte degli altri io, con il ruolo di porre una compensazione alle ingiustizie terrene e privare gli empi della libertà, impedendo il ripetersi di soprusi ultraterreni che riprorebbero la contraddizione all'infinito; una divinità la cui azione si svolgerebbe principalmente o esclusivamente nell'altra vita, sensibilmente diversa dalle concezioni tradizionali che non concepirono mai una sorta di "Provvidenza ultraterrena".
Dunque, l'imperativo categorico è un dato di fatto, un postulato, un giudizio sintetico a priori, un comando di razionalità che viene dalla ragione in quanto essa è universale.

La critica del giudizio analizza il sentimento attraverso una visione finalistica.I giudizi sentimentali costituiscono il campo dei giudizi riflettenti, i quali si limitano a riflettere su una natura già costituita mediante i giudizi determinati ed ad interpretarla attraverso le nostre esigenze di finalità ed armonia. Mentre i giudizi determinanti sono oggettivamente validi quelli riflettenti esprimono un bisogno che è tipico di quell'essere finito che è l'uomo. La critica del giudizio quindi è un'analisi dei giudizi riflettenti. I giudizi riflettenti sono di due tipi: estetici e teleologici ed entrambi ci pervengono a priori. I giudizi estetici vengono vissuti immediatamente e intuitivamente dalla nostra mente in relazione con l'oggetto e riguardano la bellezza della cosa. I giudizi teleologici invece attraverso un ragionamento pervengono al fine dell'oggetto in relazione al mondo.Per esempio riflettendo sullo scheletro di un animale diciamo che esso è stato prodotto al fine di reggere l'animale.

Kant nella Critica del giudizio analizza il bello dando quattro caratteristiche/definizioni principali:

il disinteresse: secondo la qualità un oggetto è bello solo se è tale disinteressatamente quindi non per il suo possesso o per interessi di ordine morale, utilitaristico ma solo per la sua rappresentazione
l'universalità: secondo la quantità il bello è ciò che piace universalmente, condiviso da tutti, senza che sia sottomesso a qualche concetto o ragionamento, ma vissuto spontaneamente come bello
la finalità senza scopo: secondo la relazione un oggetto è bello non perché fosse il suo scopo esserlo ma è come se vedere un oggetto bello sia vedere la sua compiutezza anche se in realtà non vi è alcun fine
la necessità: secondo la modalità è bello qualcosa su cui tutti devono essere d'accordo necessariamente ma non perché può essere spiegato intellettualmente, anzi Kant pensa che il bello è qualcosa che si percepisce intuitivamente quindi non ci sono dei principi razionali del gusto tanto che l'educazione alla bellezza non può esistere in un manuale ma solo nella contemplazione delle cose belle.
Ovviamente Kant cerca di far luce su quella che è l'universalità del bello facendo la distinzione tra il piacevole legato ai sensi e quindi dato da giudizi estetici empirici privi di universalità e il piacere estetico puro che invece non subisce condizionamenti di alcun tipo (quindi universale); tra bellezza aderente riferita ad un determinato modello come un edificio o un abito e bellezza libera appresa senza alcun concetto come la musica senza testo(ovviamente solo quest'ultima è universale).

Il filosofo trovandosi di fronte il problema della legittimizzazione dell'universalità del giudizio estetico decide di spiegarlo affermando che quest'ultimo nasce dall'armonia tra immaginazione (irrazionale) e intelletto (razionale); questo meccanismo, uguale in tutti gli uomini, dimostra che il gusto gode di universalità. Qui risiede la "rivoluzione copernicana" della Critica del Giudizio: il bello non è più qualcosa di oggettivo e ontologico ma l'incontro tra spirito e cose attraverso la mediazione della nostra mente (perché è sempre il soggetto alla base di tutto). Se la bellezza fosse contenuta esclusivamente nell'oggetto non sarebbe universale perché imposta dalla natura.

La prima opera d'interesse per la concezione della filosofia della storia in Kant è l' Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico del 1784. Compaiono nel titolo le concezioni illuministe della storia considerata universale, nel senso che si prescinde dalle singole storie delle singole nazioni, volendo indicare la storia come appartenente a tutti gli uomini senza distinzioni: quindi essa non può essere che universale e cosmopolita così come nel suo Saggio sui costumi la definiva Voltaire, a cui d'altronde risale anche l'espressione filosofia della storia (in La philosophie de l'histoire del 1765).

La riflessione kantiana sulla storia troverà poi un ulteriore approfondimento nello scritto Per la pace perpetua: un progetto filosofico del 1795, dove si terrà conto della situazione storica contemporanea profondamente mutata con lo scoppio della Rivoluzione francese.

Il discorso sulla filosofia della storia troverà infine la sua conclusione ne Il conflitto delle facoltà (1798), dove si analizza lo scontro tra le facoltà universitarie per conquistare il primato nel mondo accademico. Quest' ultimo scritto sembrerebbe estraneo al tema della filosofia della storia se non si considerasse quanto dice Kant in un breve frammento: «Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio.» Qui comincia ad apparire una certa vena di scetticismo per cui Kant inizia, con la visione del Terrore giacobino sotto gli occhi, ad avere dei dubbi sull'effettivo valore della Rivoluzione francese.

In particolare nell' Idea per una storia universale... Kant afferma che «poiché gli uomini, nei loro sforzi, non si comportano semplicemente in modo istintivo, come gli animali, ma neppure in modo prestabilito [...] di loro non pare possibile una storia sistematica, come ad esempio quella delle api o dei castori» per cui non esiste una storia progressiva ed eterna, quasi regolata da quelle stesse leggi che regolano la natura, poiché l'uomo è in grado di costruire liberamente la sua storia ma non è detto che lo faccia perseguendo il bene. Aggiunge Kant: «non si può trattenere un certo fastidio a vedere rappresentato il loro [degli uomini] fare e omettere sulla grande scena del mondo, e pur con l’apparenza, di tanto in tanto, della saggezza [...] si trova il fare e omettere intessuto di vanità infantile», tanto che le azioni umane, sia pure talora guidate dalla razionalità, il più delle volte sembrano dirette a mettere in opera il male, quasi senza rendersene conto, come fanno i bambini nella loro ingenuità. Allora «Per il filosofo non c’è altra via d’uscita [...] che quella di tentare se, in questo assurdo andamento delle cose umane, possa scoprire uno scopo della natura»: il filosofo cioè non può rinunciare ad avere fiducia negli uomini e quindi si domanda se alla fine, nonostante l'infantile e stupido agire degli uomini , non vi sia una sorta di laica provvidenza storica che, incarnatasi nella natura, guidi gli uomini e le loro azioni verso i migliori fini («tutte le disposizioni naturali di una creatura sono destinate a dispiegarsi un giorno in modo completo e conforme al fine») . Una storia dove gli uomini come marionette sono manovrati per mettere in atto «una storia secondo un determinato piano della natura» che persegue i suoi fini anche contro la stessa volontà degli uomini. (cfr.Jacques Derrida, Il diritto alla filosofia dal punto di vista cosmopolitico, a cura di Regazzoni S.,Il Nuovo Melangolo, 2003)

Dubitando che «il genere umano sia in costante progresso verso il meglio», quale sarà allora , si chiede Kant, il futuro della storia umana ? Ragionevolmente si possono ipotizzare tre strade:

1) quella terroristica: una storia cioè indirizzata al sempre peggio , con una conclusione visionaria apocalittica e con la vittoria dell' Anticristo , che segni la fine della storia.

Concezione questa poco accettabile, poiché in questo modo la storia «distruggerebbe se stessa» a meno che non la si intenda come millenarismo, per cui dalla massima negatività e dalle macerie della vecchia storia non avvenga la nascita di una nuova e migliore storia;

2) quella abderistica, della follia e stupidità degli abitanti di Abdera. Gli uomini si aggirano in una storia senza senso, in un guazzabuglio caotico compiendo azioni insensate: «si rovescia»– dice Kant – «il piano del progresso, si costruisce per poter abbattere». Come il mitico Sisifo, gli uomini si affannano a costruire l'edificio della storia che però essi stessi distruggeranno, per ricominciare poi daccapo.

Una storia ferma quindi, che si muove per tornare su i suoi stessi passi. Una storia naturale come quella degli animali, che non può essere progressiva perché dominata dall'istinto che li guida sempre allo stesso modo; una storia questa che non può appartenere agli uomini perché essi seguono nelle loro azioni il lume della ragione.

3) quella eudemonistica, quella felicemente, ma non inevitabilmente, progressiva. Poiché l'uomo è libero, osserva Kant, non è detto che egli scelga sempre e comunque di realizzare il bene per cui se «quand’anche fosse provato che il genere umano [...] abbia a lungo progredito e possa ancora progredire [...], nessuno può sostenere che non possa ora iniziare il suo regresso».

L'uomo è un legno storto, una mescolanza di bene e male, che rende difficile, ma tuttavia non impossibile, una visione ottimistica della sua storia . Kant vuole a tutti i costi avere fiducia nell'uomo e cerca riscontri in avvenimenti storici che confortino la sua speranza che da un legno storto possa nascere un albero dritto.

Questo evento storico che possa dare conforto alla fiducia in una storia progressiva, Kant lo identifica nella Rivoluzione francese che va considerata in modo distaccato – secondo un giudizio storico, avrebbe detto Benedetto Croce – e non lasciandoci trascinare da un passionale giudizio morale che ce la farebbe considerare come una congerie di «fatti e misfatti». Una giusta visione sarà quindi quella per cui «La Rivoluzione di un popolo di ricca spiritualità [...] può riuscire o fallire, essa può accumulare miseria e crudeltà tali che un uomo benpensante esiterebbe a ripeterla», ma essa «trova negli spiriti di tutti gli spettatori [...] una partecipazione ed aspirazione che rasenta l’entusiasmo» (Kant, Scritti politici a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, Torino, Utet, 1952, p. 219). Questo consenso universale è il segno che anche un fatto storico così imbevuto di violenza segna comunque un progresso della storia.

Secondo Kant, il diritto consiste nella "limitazione della libertà di ciascuno alla condizione che essa si accordi con la libertà di ogni altro."

La libertà di ognuno coesiste con la libertà degli altri. Ovviamente l'uomo kantiano non può non avere bisogno di un padrone, data la facilità con cui cede all'istinto egoistico. Ma il padrone non è un altro uomo, bensì il diritto stesso.

Kant analizza l'uomo e in lui trova una tendenza egoistica, ovverosia una "insocievole socievolezza": gli uomini tendono a unirsi in società, ma con una riluttanza a farlo davvero, con il rischio di disunire questa società. In poche parole: si associano per la propria sicurezza e si dissociano per i propri interessi. Ma è proprio questa conflittualità a favorire il progresso e le capacità del genere umano, perché lottano per primeggiare sugli altri, come gli alberi: "si costringono reciprocamente a cercare l'uno e l'altro al di sopra di sé, e perciò crescono belli dritti, mentre gli altri, che, in libertà e isolati fra loro, mettono rami a piacere, crescono storpi, storti e tortuosi".

Kant non ignora affatto le tesi lockiane sul liberalismo, perché anche lui afferma che lo Stato mira a garantire la libertà di ogni persona contro chiunque altro. Lo "Stato repubblicano" che delinea si basa su "Tre principi della ragione":

La Libertà.
L'Uguaglianza di tutti quanti di fronte alla legge.
L'Indipendenza dell'individuo (in quanto cittadino).
Questa visione dello Stato va in conflitto con un qualsiasi dispotismo presente, anche paternalistico. Secondo Kant infatti, "un governo paternalistico è il peggiore dispotismo che si possa immaginare", dato che costringe i sudditi ad attendere che il capo dello Stato giudichi solo mediante la sua bontà.

C'è solo una soluzione a questo problema: "essere liberi per poter esercitare le proprie forze nella libertà".
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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chiudo, riprendere una richiesta così vecchia, mi sembra fuori luogo
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