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  • LA DONNA NELLA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E LA TEORIA DEL TAYLORISMO

xmalik
xmalik - Erectus - 64 Punti
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Ciao ragazzi,stavo scrivendo la tesina che avrà come tema principale:I DIRITTI DELLE DONNE.Il contesto storico parte dal 1800 e arriva ad oggi,quindi mi aiutate ad aggiungere a storia,il percorso di tecnologia riguardante il TAYLORISMO?Grazie c:



Durante la Rivoluzione Industriale il passaggio dal lavoro artigianale alla produzione di massa fece si che le donne entrassero in fabbrica come salariate, un ulteriore passo verso la conquista di una maggiore autonomia; nell’ambito della fabbrica, infatti, le donne lottarono per ottenere la parità di salario con gli uomini, migliori condizioni di lavoro, riduzione dell’orario di lavoro che si combinarono con la richiesta del suffraggio alle donne appartenenti alla classe media e alta.
La condizione della donna in epoca industriale fu un argomento fortemente analizzato da un’importante storica americana Joan Wallach Scott la quale nel suo saggio intitolato “la donna lavoratrice nel XIX secolo” analizza come causa prima del processo discriminatorio nei confronti della donna il passaggio della produzione dal nucleo domestico alla fabbrica nel quale il lavoro femminile era valutato in misura inferiore rispetto a quello maschile; ma la scrittrice pone inoltre in evidenza, riportando alcune parole che Marx espresse nel Manifesto, che nel momento in cui la donna entrava a lavorare nella fabbrica era perché il datore di lavoro aveva deciso di risparmiare sul capitale variabile, secondo convinzioni dell’epoca l’industria si sviluppava in misura maggiore tanto più il lavoro maschile era soppiantato da quello della donna e dei fanciulli.
In questo periodo la Chiesa si oppose duramente al femminismo ritenendo che distruggesse la famiglia patriarcale per cui il movimento femminista si diffuse maggiormente e con minori difficoltà nei paesi di religione protestante. A capo di tale movimento si posero donne qualificate della classe media tra cui: Lucrezia Mott (che tenne pubblicamente la prima assemblea sui diritti delle donne), Elisabeth Stanton e Emmeline Pankhurst (che insieme ad un gruppo di donne dell’Indipendent Labour Party fondò nel 1903 il Women’s social and political union, Wspu).
Le femministe inglesi si riunirono per la prima volta nel 1855 per ottenere pari diritti di proprietà.
In Gran Bretagna la pubblicazione dell’opera del filosofo J.S.Mill intitolata “Schiavitù delle donne” richiamò l’attenzione sulla questione femminile e condusse alla concessione, nel 1870, dei diritti di proprietà alle donne sposate, successivamente furono introdotte le leggi sul divorzio, sul mantenimento e sostegno economico dei figli ecc…..
Ruolo determinante nell’affermazione dell’uguaglianza fu assunto dalle “Suffraggette” che fiorì dal 1860 al 1930 riunendo donne di diversa classe sociale, di diversa istruzione attorno ad un comune obbiettivo la conquista del diritto al voto. Era particolarmente attivo in Inghilterra e negli Usa dove organizzava vere e proprie manifestazioni di protesta che divennero via, via sempre più violente fino alla cosiddetta “guerra delle vetrine” in cui presero di mira le proprietà rompendo a sassate le vetrine dei negozi.
Le caratteristiche di tale movimento furono evidenziate da Sheila Rowbotham che nel 1974 pubblico il libro “Esclusa dalla storia”, all’interno di tale opera la scrittrice evidenzia le caratteristiche del ciclo completo del Wspu, e il ruolo delle sue principali attiviste. Inizialmente, come evidenzia la scrittrice e studiosa inglese, il Wspu si costituì come movimento radicale che attraverso proteste e tentativi di riforma riuscì a spaccare in due il parlamento inglese composto dal Labour party e dal Liberal Party cercando, semplicemente, di strappare il diritto al voto ai partiti sopra elencati; successivamente si trasformò in una mera organizzazione illegale il cui centro operativo risiedeva a Parigi e le cui attiviste operavano clandestinamente effettuando vere e proprie azioni dimostrative (atti incendiari ecc…) contro obbiettivi di carattere simbolico e con lo scopo di dividere la classe maschile dominante.
Tale movimento ebbe nel 1913 la sua martire Emily Davison che si lanciò sotto la carrozza del sovrano durante un affollato derby rimanendone uccisa.
Tale agitazione fu più efficace quando il movimento si legò ai sindacati operai e al partito socialista; questo legame fu evidente soprattutto in Italia.
Nel nostro paese il movimento femminista si fece avanti dopo l’Unità (1861) e si sviluppò per opera di due importanti personalità: Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff (quest’ultima proveniente dalla russia, laureata in medicina e di cultura marxista, fu arrestata e poi rilasciata per i tumulti di Milano del 1898, proseguì la sua milizia nel partito socialista che contribuì a fondare insieme a Turati con il quale era legata da una relazione sentimentale), ma divenne formalmente un’oganizzazione solo nel 1908 durante il congresso delle donne tenutosi in quell’anno a Roma. Le due inizialmente amiche videro divergere i loro obbiettivi nel momento in cui la Mozzoni decise di non entrare a far parte del partito ritenendo (questo viene espresso in una lettera che la stessa invia al direttore della rivista l’Avanti), che quest’ultimo poco si interessava alla questione delle donne cercando inoltre di rintanarla nel focolare domestico per farla così morire di fame; tali affermazioni furono duramente contestate dalla Kuliscioff nell’articolo “In nome della libertà della donna. Laissez faire, laissez passer!” nel quale dichiarava che il partito socialista cercava di risolvere la problematica connessa alla questione femminile tendendo a rendere libera quest’ultima a partire dal miglioramento delle condizioni del suo lavoro in fabbrica, riportando alla mente della sua “amica”la legge che venne fatta approvare dallo stesso partito nel 1902 e che tutelava la donna nell’ambito lavorativo introducendo:
l’orario di lavoro a 12 ore con 2 ore di riposo;
due mesi di congedo dopo il parto;
il divieto di lavoro notturno per le ragazze di età inferiore ai 17 anni.
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