italocca
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chi mi sa dire qualcosa sugli Etruschi(storia dell'arte)??

Grazie 10000000000000000000!!!
rory911
rory911 - Sapiens - 370 Punti
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Le prime civiltà di cui si ha testimonianza sul territorio italiano sono quelle delle terramare (1500 a.C.) e quella Villanoviana (1000 a.C.) che si sviluppano nell'area della valle padana. Ai diversi popoli presenti sul resto del territorio italiano si aggiungono, tra il 900 e il 700 a.C., nuovi gruppi provenienti anche dal mare; dalla loro fusione con gli antichi abitatori si determina, verso la fine dell'VIII secolo a.C. una grande civiltà: la civiltà etrusca. L'area occupata dagli Etruschi è quella compresa tra il Tevere, l'Arno e il mare Tirreno, la pianura padana e il mare adriatico. L'economia etrusca è basata sul commercio, che si sviluppa attraverso il mare Mediterraneo, dove anche i Greci e Fenici esercitano i loro traffici. Questi popoli contribuiscono a determinare la crisi economica della civiltà etrusca; ostacolati nei loro commerci per mare, gli Etruschi sono infatti costretti a dedicarsi ad altra attività meno redditizie, come l'agricoltura. Dal III secolo in poi essi vengono progressivamente assorbiti dai Romani perdendo ogni autonomia.

Arte Etrusca

Le prime manifestazioni d'arte etrusca risalgono al VII secolo a.C. e si realizzano in un arco di tempo lungo circa seicento anni. Gli Etruschi hanno accolto molti elementi della tradizione greca, ma li hanno filtrati alle proprie esigenze. Nel mondo greco l'arte ha subito una notevole evoluzione, mentre nel mondo etrusco i modelli adottati inizialmente si sono ripetuti per tutto il periodo, mostrando soltanto alcune modifiche nei particolari delle decorazioni. La casa, la tomba, il tempio, le mura, si realizzano sempre secondo lo stesso schema; le soluzioni diverse adottate in rari casi sono dovute a particolari esigenze, quali la conformazione del terreno, la sua natura geologica, la capacità delle maestranze addette ai lavori, la necessità di concludere rapidamente i lavori di costruzione, ecc. L'arte etrusca in ogni sua manifestazione, ha caratteri legati alla vita quotidiana o alle pratiche magico-rituali del culto religioso ed appare comunque lontana da ogni idealizzazione. La gran parte della produzione etrusca conserva un carattere fortemente artigianale e decorativo e solo raramente raggiunge il livello di un'opera personale, eseguita da un artista consapevole del proprio ruolo, apprezzato dalla società in cui vive.

Le testimonianze dell'arte etrusca si riferiscono quasi esclusivamente ad opere di carattere funerario. Proprio all'interno delle tombe (realizzate soprattutto in pietra o scavate nella roccia), infatti sono stati trovati i dipinti parietali, le suppellettili ed i vasi, che costituiscono, in massima parte, ciò che abbiamo della civiltà etrusca. Per quanto riguarda l'architettura, di grande interesse sono i resti di mura cittadine: nelle loro porto viene introdotto un nuovo sistema costruttivo, l'arco, che sarà poi largamente recuperato dalla civiltà romana.

La lingua e l'arte permettono di trasmettere informazioni sulla vita di un popolo; tuttavia, per quanto riguarda gli Etruschi, le informazioni che possiamo avere sono soltanto parziali. Infatti della lingua si conoscono solo un ristretto numero di parole, in quanto i documenti pervenuti sono quasi esclusivamente iscrizioni funebri; pur essendo numerosissime (circa 15 000) esse forniscono pochi dati per la conoscenza degli usi e della vita del popolo etrusco. Anche la documentazione artistica è abbondantissima sono nel settore funerario; non rimangono infatti testimonianze di templi, case, edifici pubblici (all'infuori di pochi resti di mura e porta di città), poiché la maggior parte delle architetture era realizzata con materiali facilmente deperibili. Dalle testimonianze scritte lasciate dai Romani, possiamo tuttavia conoscere con un certa precisione le caratteristiche delle città e di alcuni edifici etruschi.

Dei templi etruschi possediamo pochi resti (a Veio, Ardea, Marzabotto, Satrico, Pyrgi, Fiesole, Orvieto), che riguardano in genere i muri di fondazione e le terrecotte architettoniche che decoravano la copertura. Per ricostruire la struttura ci si è avvalsi di Modellini fittili, come per esempio, di quello rinvenuto nel santuario di Diana a Nemi e della descrizione che ne ha lasciato Vitruvio nella sua opera De Architectura. Era caratterizzato da un ampio sviluppo della parte frontale ed eretto su un alto basamento in pietra, il podio, che lo proteggeva dall'umidità e gli dava slancio, e a cui si accedeva attraverso una scalinata posta solo sul lato anteriore. La pianta era generalmente quasi quadrata e l'interno si componeva di due parti distinte: la pars antica o pronao, con più file parallele di quattro colonne di tipo tuscanico, rielaborazione della dorica, con base, fusto liscio, capitello a echino e abaco spesso circolare, molto distanziate tra loro, e la pars postica, o cella. La cella occupava tutta la larghezza del tempio e presentava all'interno tre ambienti, dei quali quello centrale più ampio, dedicati probabilmente a una triade divina, oppure era costituita da un unico ambiente, con ai lati due ambulacri coperti (alae). I tetti di legno erano a doppio spiovente, coperti da coppi e tegole, sostenuti da travi decorate da lastre di terracotta policrome impreziosite da bassorilievi. Antefisse qualche volta a forma di figure mitiche poste al termine delle file di coppi o tegole trattenevano la copertura del tetto. Acroteri con motivi vegetali o con figure decoravano il frontone, gli spioventi, il colmo. Uno dei resti acroteriali più famosi è l'Apollo del tempio di Veio (500 a.C.), attribuito al grande scultore Vulca.

Architettura

Verso il VII secolo le città ormai formate si completano con grandi mura costruite a blocchi squadrati di forma rettangolare. Nelle mura si aprono le porte di accesso alle città, costruite ad arco; esse sono generalmente tre, corrispondenti alle tre vie principali, cui fanno riscontro tre templi. L'origine dell'arco risale all'architettura orientale, probabilmente mesopotamica, e giunse in Italia, forse per opera dei Greci. Una chiara testimonianza del fatto che gli Etruschi credevano nella sopravvivenza del defunto nell'aldilà sono le tombe considerate come case, dove venivano deposti oggetti utili o i canopi (vasi funerari) che riproducevano le fattezze del morto. Le tombe etrusche si differenziano a seconda dei luoghi e della natura del terreno: a tholos con copertura a falsa cupola, o a ipogeo, camera murata o scavata nella roccia tufacea segnalata all'esterno, soprattutto nei secoli VII e VI a.C., da tumulti di terra leggermente conici, talora di grandi dimensioni, retti alla base da un anello in muratura. A partire dal VI secolo a.C. nelle tombe completamente scavate nella roccia come le tombe di Tarquinia la camera ha soffitto piano o a due spioventi o a cassettoni, talvolta sostenuto da pilastri o colonne per dargli maggiore solidità.

Scultura

Le espressioni migliori della scultura etrusca sono legate al culto funerario, canopi, stele, sarcofagi di pietra. I canopi erano vasi funerari di forma ovoidale o biconica, di terracotta o bronzo, che riproducevano schematicamente nei coperchi a testa umana le fattezze del morto. Sui corpi e sulle anse di questi vasi potevano essere accennate delle braccia. Negli esemplari più antichi a un coperchio normale veniva applicata una maschera di bronzo. In queste teste rese con un'intensità talvolta sconcertante, con i piani visivi bruscamente e assimetricamente giustapposti, sono riscontrabili i primi esempi in Italia di ritrattistica. E' evidente il loro legame con la civiltà villanoviana (secoli IX e VIII a.C.), la più importante della prima età del ferro in Italia, così denominata da una necropoli scoperta a Villanova vicino a Bologna. Le urne cinerarie villanoviane erano infatti coperte con ciotole o elmi, a simboleggiare attraverso oggetti d'uso il defunto. La produzione dei canopi si fece a partire dal VI secolo a.C. così ingente, da rendere inevitabile una standardizzazione: i volti dei coperchi non ebbero più ambizioni ritrattistiche e riprodussero tipi (il maschio, la femmina, il giovane, ecc.). La diffusione dei canopi termina con l'affermarsi delle tombe a camera e il prevalere dell'inumazione dopo la metà del VI secolo a.C. La celebrazione del morto poteva affidarsi anche ad altre forme artistiche, come le stele che riprendevano anch'esse la tradizione villanoviana. Molte, originariamente coloratissime, sono state ritrovate a Volterra e nel territorio bolognese. Erano per lo più a forma di ferro di cavallo, e la tematica era abbastanza ripetitiva: animali, scene di banchetto o danza connesse con i riti funerari, di addio fra il defunto e i sopravvissuti, di viaggio nell'oltretomba, rappresentato da figure alate. A partire dalla fine del III secolo a.C. prende l'avvio un'intensa produzione, più artigianale che artistica, anche se spesso raffinata, di urnette funerarie, cassette decorate a rilievo su tre lati o sulla facciata, e con coperchio raffigurante il defunto adagiato. Il prodotto più originale della ceramica etrusca è il bucchero, generalmente di colore nero, modellato prevalentemente a spessore sottile e decorato con estrema semplicità da graffiti e punteggiature a rilievo. I primi esemplari comparvero nel VII secolo a.C. a Cerveteri e Tarquinia. Nel V secolo a.C. acquistò una certa importanza la produzione di Chiusi. Unico nome di scultore etrusco tramandato da autori latini è quello del famoso Vulca di Veio. Insieme ai suoi allievi realizzò il gruppo di sculture del santuario del Portonaccio presso Veio, fra cui il celeberrimo Apollo, noto come l'"Apollo che cammina". La sua scoperta ha avviato una rivalutazione critica dell'arte etrusca, che manifesta in quest'opera una capacità di autonoma rielaborazione dei modelli greci. L'armonia delle proporzioni, la sapienza delle rifiniture cedono il passo a una tensione irrazionalistica che privilegia il movimento e la corporeità sulla perfezione formale e forza così il tegumento di razionalità dell'arte greca. In questo contesto possiamo situare la Lupa Capitolina (alla quale i gemelli furono uniti sono nel Quattrocento), una scultura in bronzo sobriamente modellata, tesissima, spirante dal corpo e dalle fauci aperte una contenuta ma quasi demoniaca vitalità. Commenti analoghi potremmo fare per la Chimera trovata ad Arezzo (metà del V secolo a.C.), un mostro con corpo leonino, cosa a serpente e sul dorso una testa di capra. Il corpo rivolto minacciosamente verso un nemico, la testa ruggente, le masse muscolari vibranti, è magistralmente modellato. Altri oggetti che ci informano sulla scultura etrusca sono i sarcofagi, casse di terracotta decorate a pittura o a bassorilievo, derivate da tipi più antichi in legno. Molto bello e famosissimo quello detto degli Sposi, proveniente da Cerveteri, databile al 520 a.C., conservato a Roma nel Museo nazionale di Villa Giulia. L'uomo, a torso nudo, poggia la mano sulla spalla della moglie che indossa il chitone e il mantello, porta un berretto di lana cupoliforme, il copricapo tipico etrusco detto tutulus e i calzari a punta detti calcei repandi: i due sono adagiati su un letto conviviale detto kline, stanno quindi partecipando a un banchetto. Le due teste sono state ottenute da un solo stampo e poi lavorate per diversificarle. Il III e il II secolo a.C. vedono la fortuna del ritratto. Si produssero molte teste fittili, ottenute con stampi e variamente ritoccate e riutilizzate, di difficile interpretazione per ciò che attiene ai personaggi rappresentati, ma esteticamente pregevoli. Opere di alto livello dette la statuaria in bronzo. Doveva appartenere a una statua intera il Bruto Capitolino, una testa bronzea, concepita come una massa compatta e geometricamente definita. Le guance tirate, gli zigomi netti, gli occhi taglienti, le linee appena segnate dei capelli e della barba le conferiscono una drammatica fierezza che probabilmente ha motivato l'identificazione del personaggio. Appartiene all'ultimo periodo della civiltà etrusca l'Arringatore, II secolo a.C., ritratto di Aule Metelli, detto appunto l'arringatore. Egli è rappresentato con il braccio destro appena flesso e con il volto calmo e persuasivo nell'atto di pronunciare un discorso. Il ritratto riflette la nuova presenza dei Romani nei territori degli Etruschi, dato che il realismo nella rappresentazione della figura sarà uno degli elementi più caratteristici della scultura romana. L'influenza della scultura classica greca (qualcuno ha citato Lisippo e il suo ritratto di Alessandro Magno) appare evidente in un torso di Apollo in terracotta che faceva parte della decorazione fittile di un tempio di Faleri, l'attuale Civita Castellana. Perfetto è l'equilibrio del torso e del volto, abilissima e raffinata la resa dei capelli.
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grazie mille!
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PuLcInA^^ - Mito - 14351 Punti
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