ailuig
ailuig - Sapiens - 400 Punti
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sto ultimando la tesina ma...ho bissogno d alcune delucidazioni sui bisogni micro e macro..
se mi potete aiutare..ke sul motere di ricerca non trovo nulla ke mi possa andare a genio..
se no devo comprarmi un libro di economia politica!!

grazie mille aspetto numerose risposte
giulia
nikre
nikre - Genius - 4406 Punti
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(hai aperto 2 thead)cmq micro e macro in ke argomento???
Aghi90
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suppongo micro e macro economia...almeno io conosco solo questa di micro e macro!!:D:D
allora la MICROECONOMIA (micro=piccolo) analizza il comportamento economico del singolo consumatorem del singolo risparmiatore, della singola impresa e prende in considerazione le grandezze che fanno riferimento a un soggetto economico preso individualmente.

la MACROECONOMIA (macro=grande) ci dà una visione d'insieme dell'economia, infatti analizza l'intero sistema economico, le sue strutture, i suoi elementi più importanti.

Spero che era questo quello che cercavi!!...se non è chiaro chiedi pure!!ciau!!:hi:hi
ailuig
ailuig - Sapiens - 400 Punti
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è proprio qll ke stavo cercando ma mi serve qlcs in più x argomentarlo...cm posso fare?
nikre
nikre - Genius - 4406 Punti
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Microeconomia
1 INTRODUZIONE

Microeconomia Studio dell'economia delle singole unità: imprese, piccoli gruppi di consumatori ecc. L'economia è stata definita come lo studio dell'allocazione di risorse scarse rispetto a diversi fini concorrenti. Gli uomini hanno vari obiettivi, che vanno dalla soddisfazione dei bisogni primari quali cibo, vestiario e alloggio, fino ai bisogni più complessi, materiali, estetici e spirituali. Le risorse disponibili per soddisfarli sono limitate in funzione dell'offerta dei fattori di produzione (lavoro, capitale e materie prime) e della tecnologia esistente. La microeconomia è lo studio di come queste risorse vengono distribuite al fine di soddisfare i diversi bisogni, mentre la macroeconomia riguarda la misura in cui esse sono utilizzate e la loro crescita nel tempo. Non è sempre possibile però separare in modo netto la microeconomia dalla macroeconomia. Molte divergenze tra le scuole di dottrina macroeconomica sono dovute a diverse assunzioni di carattere microeconomico, come nel caso in cui differenti ruoli attribuiti al tasso d'interesse nel regolare l'attività economica – campo di indagine macroeconomica – riflettono diverse motivazioni poste alla base della domanda di moneta da parte degli individui, tema che rientra nella disciplina microeconomica.

2 DOMANDA, OFFERTA E EQUILIBRIO DI MERCATO

I concetti centrali della microeconomia descrivono il modo con il quale: 1) gli individui domandano beni e servizi; 2) le imprese decidono quali e quanti beni e servizi offrire e quale combinazione di fattori produttivi impiegare; 3) la domanda e l'offerta interagiscono sul mercato. Queste tre componenti della microeconomia possono essere riassunte, quindi, come domanda, offerta ed equilibrio di mercato. Una parte importante della teoria microeconomica include l'economia del benessere e la finanza pubblica.

I principi chiave usati nell'analisi della domanda, dell'offerta e dell'equilibrio di mercato sono quelli di scelte razionali e di ottimizzazione. La teoria microeconomica si sviluppa su alcune ipotesi semplificate del comportamento degli agenti economici, solo parzialmente valide, ma atte a consentire previsioni sufficientemente precise sul comportamento dei consumatori e dei produttori. Ad esempio, la teoria della domanda ipotizza che i consumatori siano razionali e tendano a massimizzare l'utilità, cioè a garantire la maggiore utilità. La scelta ottimale per un consumatore, quindi, è quella che, fra le differenti opzioni o scelte disponibili, massimizza la sua utilità. Le opzioni disponibili sono quelle determinate dal potere d'acquisto del consumatore (funzione del suo reddito e della sua disponibilità di capitale, incluso il credito) e dal prezzo dei beni e dei servizi. Data la disponibilità di informazioni su queste possibilità, la scelta che massimizza l'utilità dipenderà dalle sue preferenze – cioè da una classifica soggettiva delle differenti combinazioni di beni e servizi che influenzano l'utilità totale.

2.1 Teoria della domanda

La teoria microeconomica della domanda dimostra quindi, sulla base di accettabili presupposti psicologici sul comportamento dei consumatori, come la scelta del consumatore di massimizzare l'utilità vari in funzione del suo potere d'acquisto, dei prezzi e delle sue preferenze. Ad esempio, è possibile fare delle previsioni sulla misura in cui certe caratteristiche dei beni o differenti situazioni influenzeranno l'elasticità della domanda in relazione ai prezzi. La teoria microeconomica spiega inoltre certi fenomeni paradossali: ad esempio, perché in alcuni casi la domanda non sia inversamente proporzionale ai prezzi o perché i diamanti, beni non indispensabili come l'acqua, siano molto più costosi.

L'individuo non è considerato semplicemente un consumatore. Al fine di procurarsi potere d'acquisto sotto forma di reddito egli deve vendere il proprio lavoro: la prima scelta che dovrà quindi compiere sarà tra lavoro e tempo libero. Egli farà una scelta ottimale quando l'utilità marginale del reddito e del tempo libero sarà uguale al relativo prezzo, cioè il salario. Attraverso la microeconomia, ad esempio, è possibile spiegare perché a un incremento dei salari non sempre corrisponda un incremento dell'offerta di lavoro. Il consumatore deve fare poi delle scelte di consumo nel tempo: egli potrà scegliere di investire oggi per avere la possibilità di consumare di più domani. Tutto questo riguarda la teoria delle scelte intertemporali (cioè tra due momenti determinati) che, a sua volta, introduce la questione del rischio nelle scelte di risparmio e di consumo. Parte della microeconomia, dunque, si occupa della scelta ottimale in condizioni di incertezza, ricollegandosi alla teoria dei giochi; essa viene applicata, ad esempio, allo studio delle polizze di assicurazione.

2.2 Teoria dell'offerta

La teoria dell'offerta, a differenza della teoria della domanda, cerca di spiegare il comportamento degli agenti economici in qualità di produttori, ossia di 'impresa'; la teoria dell'impresa si basa sul presupposto che essa tenda a massimizzare il profitto. Questa ipotesi (che corrisponde a quella di massimizzazione dell'utilità per il consumatore) risulta essere meno applicabile, in quanto le imprese sono controllate da manager le cui motivazioni possono non essere limitate al profitto, ma, ad esempio, riguardare la propria remunerazione, gli incentivi, il potere e il prestigio. Tutto questo può dipendere tanto dalla grandezza dalle imprese quanto dalla redditività delle operazioni, sebbene, a lungo andare, il potere degli azionisti possa indurre l'impresa a seguire il modello di lungo periodo di massimizzazione del profitto.

Anche se si adotta un semplice modello di massimizzazione del profitto, permangono molti ostacoli alla definizione di un modello di determinazione dell'offerta di beni. Nel breve termine e a una data capacità produttiva, l'ipotesi di massimizzazione del profitto porta abbastanza chiaramente a prevedere la scala della produzione e il modo in cui l'impresa utilizzerà i diversi fattori produttivi, per lo meno in condizioni di concorrenza perfetta. Si possono formulare ipotesi ragionevoli sulla relazione esistente fra le variazioni nella quantità dei fattori impiegati e le conseguenti variazioni del prodotto. Queste assunzioni tecnologiche, incorporate nella 'funzione di produzione', corrispondono alle ipotesi formulate nella teoria della domanda a proposito della relazione tra il consumo di un bene e la sua utilità marginale. Una data funzione di produzione consente di evidenziare come i costi medio e marginale variano con la quantità prodotta, e quindi consente di determinare il livello di produzione e la combinazione dei fattori produttivi in grado di garantire il maggiore profitto.

La teoria dell'offerta fornisce inoltre una solida base per prevedere come le imprese variano la propria domanda di fattori produttivi nel breve periodo in funzione dei prezzi relativi. Una consistente parte della teoria tratta le modalità di contrattazione delle imprese con i dipendenti e la misura in cui il loro impiego è motivato da semplici valutazioni relative ai salari piuttosto che da complesse considerazioni relative alla personalità e alla formazione che l'impresa ha impartito ai lavoratori. Tali teorie contribuiscono a spiegare perché generalmente le imprese non siano favorevoli all'introduzione di nuova forza lavoro a più basso salario, se questo comporta una riduzione del personale già impiegato.

Se le curve d'offerta sono ben fondate nel breve periodo e possono quindi fornire spiegazioni e previsioni attendibili del comportamento dell'impresa, nel lungo periodo il loro fondamento è molto meno solido. Ciò dipende dalle ampie possibilità di variare la capacità produttiva, dalla difficoltà di formulare plausibili ipotesi sulle economie di scala e sui cambiamenti tecnologici, nonché dall'arbitrarietà della durata che si assegna al cosiddetto 'periodo lungo' (quello in cui si ritiene che la capacità produttiva sia modificabile). Collegando le curve di domanda, desunte dalla teoria del consumo, e quelle dell'offerta, desunte dalla teoria dell'impresa, si possono costruire dei modelli di funzionamento del mercato che, per le ragioni sopra analizzate, sono in grado di fornire valide previsioni riguardo al modo in cui offerta e domanda reagiranno nel breve periodo a variazioni nelle determinanti di queste due curve. Questo ramo della teoria prende il nome di 'statica comparata' ed è grazie a questa che si possono quindi formulare previsioni abbastanza precise, ad esempio, sull'effetto esercitato da variazioni nelle preferenze dei consumatori o nella tecnologia sulla domanda, sull'offerta e sulla produzione di equilibrio, ma solo in condizioni di concorrenza perfetta.

Generalmente i mercati non sono caratterizzati da concorrenza perfetta, nonostante questa ipotesi sia il punto di partenza della teoria microeconomica dell'offerta, bensì da concorrenza imperfetta, che va dal monopolio (esiste un solo produttore sul mercato) all'oligopolio (l'offerta è concentrata nelle mani di poche grandi imprese). Oltre a questi casi limite, si ha una situazione di concorrenza imperfetta quando, ad esempio, per il consumatore è impossibile ottenere informazioni su prezzi e qualità dei beni offerti da imprese tra loro concorrenti; la concorrenza perfetta, infatti, implica che tutti i compratori conoscano tutti i prezzi praticati dai venditori. Chiaramente, questa condizione non si verifica quasi mai, tranne, forse, in mercati di dimensioni ridotte. Infine, fattori quali vicinanza, abitudine, affidabilità e lealtà, in quanto capaci di condizionare i comportamenti di acquisto dei consumatori, possono dare luogo a condizioni di mercato imperfetto.

2.3 Equilibrio di mercato

La terza componente teorica fondamentale della microeconomia, quella che spiega come i mercati operino per raggiungere l'equilibrio tra domanda e offerta, studia i meccanismi di mercato in situazioni di diverso grado di concorrenzialità. Il caso di monopolio puro è il più semplice, e anche il più raro. Ad esempio, sebbene l'elettricità sia di solito fornita da un unico monopolista, si ha sempre qualche minaccia di concorrenza rappresentata da fonti alternative di energia – quali gas e petrolio – in grado di porre un limite al comportamento di massimizzazione del profitto del monopolista, soprattutto nel lungo periodo. In condizioni di oligopolio, l'analisi si sposta sul terreno della teoria dei giochi.

La microeconomia fornisce le basi per ogni ramo dell'economia. In finanza pubblica, l'analisi degli effetti dell'introduzione di un'imposta dipende da modelli microeconomici: un'imposta sui redditi, ad esempio, può scoraggiare l'offerta di lavoro, mentre un'imposta sui profitti può disincentivare gli investimenti. Analogamente, i principali teoremi dell'economia del benessere si basano su ipotesi riguardanti i meccanismi di funzionamento dei mercati.

Macroeconomia
1 INTRODUZIONE

Macroeconomia Branca dell’economia che studia il comportamento delle variabili aggregate, quali la produzione e il reddito nazionale, la disoccupazione, la bilancia dei pagamenti e il tasso di inflazione. Si distingue dalla microeconomia, che esamina invece la composizione del prodotto, ossia la domanda e l’offerta di specifici beni e servizi, delle dinamiche del mercato e della formazione dei prezzi.

Oggetto principale della macroeconomia è la determinazione del prodotto totale del sistema economico, ossia del reddito nazionale o della nozione affine di prodotto nazionale lordo (PNL). Questa grandezza misura la produzione “finale” di beni e servizi prodotti all’interno di un paese, nota anche come “domanda finale” o “prodotto finale”. La misurazione in termini di “prodotto finale” è essenziale per evitare il doppio conteggio dei beni intermedi, ossia di quei beni che vengono utilizzati per produrre altri beni.

2 IL PRODOTTO NAZIONALE LORDO

La teoria macroeconomica si occupa sostanzialmente della determinazione del valore del PNL, dei fattori che contribuiscono alla sua stabilità e delle loro relazioni con le altre variabili. Il valore del PNL potenziale di un paese in un dato momento dipende dai fattori di produzione – lavoro e capitale – e dalla tecnologia. Lo studio e la determinazione dell’andamento di lungo periodo di questi fattori e del loro effetto sul potenziale produttivo di un paese fa parte di un settore della teoria macroeconomica noto come “teoria della crescita”. D’altra parte, in un determinato momento la produzione effettiva di un paese, dati il suo stock di capitale, la specializzazione e il livello di qualificazione delle sue forze di lavoro e la tecnologia esistente, dipende dall’intensità con cui questi fattori vengono utilizzati. La produzione effettiva può risultare infatti inferiore a quella potenziale se esiste disoccupazione o sottutilizzazione del capitale.

3 LA DISOCCUPAZIONE

La disoccupazione, le sue cause e le sue conseguenze costituiscono uno dei principali campi di indagine della scienza macroeconomica. Prima della pubblicazione, avvenuta nel 1936, della Teoria generale di John Maynard Keynes, il fenomeno della disoccupazione veniva spiegato con la rigidità del mercato del lavoro: secondo questa ipotesi la disoccupazione si manifesta allorché i salari non scendono in misura sufficiente a consentire l’equilibrio del mercato.

Alla base di tale modello del mercato del lavoro è sottesa l’idea di un meccanismo di riequilibrio: in caso di disoccupazione su vasta scala, le pressioni esercitate dai lavoratori in cerca di occupazione fanno scendere i salari al livello in cui, da un lato, alcuni di loro sono costretti a uscire dal mercato (facendo quindi diminuire l’offerta di lavoro) e, dall’altro, le imprese sono maggiormente disposte a utilizzare il fattore lavoro in seguito alla riduzione del suo costo, che lo rende più remunerativo. Tuttavia, la disoccupazione permane quando le rigidità impediscono al salario di scendere al livello di equilibrio, in corrispondenza del quale l’offerta e la domanda di lavoro si eguagliano. Una delle cause di rigidità del mercato del lavoro, ad esempio, è data dall’azione dei sindacati volta a garantire un minimo salariale.

La principale innovazione di Keynes consiste nell’affermare che la disoccupazione può essere causata dall’insufficienza della domanda di beni, anziché da uno squilibrio nel mercato del lavoro. L’insufficienza della domanda potrebbe essere generata dall’incapacità degli investimenti programmati di assorbire per intero i risparmi programmati. Infatti, il risparmio costituisce una “perdita” per il flusso circolare entro il quale i redditi generati dalla produzione di beni e servizi vengono reimmessi nella domanda di altri beni e servizi. In questo senso, quindi, una perdita in tale flusso circolare dei redditi tende a ridurre il livello della domanda totale.

Gli investimenti reali (definiti “accumulazione di capitale fisico”), ossia produzione di macchinari, stabilimenti, case ecc., hanno l’effetto opposto – costituiscono cioè un’iniezione in quel flusso circolare che collega il reddito alla produzione – e quindi tendono ad aumentare il livello della domanda.

Nei primi modelli classici della disoccupazione, come quello sopra descritto, l’insufficienza della domanda aggregata di beni e servizi (definita in breve “mercato dei beni”) non veniva considerata, poiché si credeva che eventuali squilibri tra risparmi e investimenti fossero riequilibrati da variazioni dei tassi di interesse, cosicché, ad esempio quando il risparmio programmato eccede l’investimento programmato, il tasso di interesse si riduce; ciò, a sua volta, riduce l’offerta di risparmio e al tempo stesso accresce il desiderio delle imprese di prendere a prestito denaro per investirlo in macchinari, costruzioni ecc.

Nel modello keynesiano sono invece le variazioni del prodotto e del reddito il fattore di riequilibrio che determina l’uguaglianza delle decisioni di risparmio e di investimento e, quindi, il livello di equilibrio del reddito e del prodotto nazionali. Tale livello di equilibrio di reddito e prodotto non corrisponde necessariamente al livello della produzione in cui la domanda e l’offerta di lavoro si eguagliano. Inoltre, secondo Keynes, una riduzione dei salari in una situazione di questo tipo non avrebbe alcuna ripercussione positiva sulla disoccupazione, per una serie di ragioni che l’economista ha illustrato nel XIX capitolo della Teoria generale.

Keynes ovviamente non fu il primo economista a spiegare la disoccupazione in termini di insufficienza della domanda aggregata nel mercato dei beni. Thomas Malthus aveva già avanzato simili congetture, ma la “rivoluzione keynesiana” implica un’ipotesi ausiliare incentrata sulla compatibilità tra equilibrio del mercato e disoccupazione.

Nella seconda metà del XX secolo furono apportati numerosi perfezionamenti alla teoria keynesiana. Ad esempio, sebbene l’argomento della rigidità salariale sia ancora molto controverso, sono state studiate determinanti diverse dall’azione dei sindacati o delle legislazioni. Ampliando la gamma di variabili che l’individuo cerca di ottimizzare, includendovi la ricerca di un lavoro che massimizzi il benessere nel tempo, o variabili psicosociologiche quali la lealtà e la stima di se stessi, diventa più semplice riconciliare lo squilibrio del mercato del lavoro con le tradizionali ipotesi sui comportamenti tendenti a massimizzare l’utilità individuale, ad esempio con l’ipotesi secondo la quale molte persone sono disposte ad accettare salari inferiori pur di ottenere un lavoro.

L’enfasi della teoria keynesiana sulla domanda, quale fattore determinante del livello di produzione nel breve periodo, stimolò sviluppi in altri campi della macroeconomia: creò ad esempio i presupposti per la formalizzazione dei principi di contabilità del reddito nazionale, definiti utilizzando le fondamentali categorie sostitutive della “domanda finale” – spesa per consumi, spesa per la formazione di capitale, spesa pubblica, esportazioni e importazioni – così denominata per contrapposizione a quella dei beni intermedi.

4 IL TASSO D’INTERESSE

La funzione, già esaminata, del tasso di interesse nella determinazione dell’equilibrio nei mercati dei beni porta al centro dell’indagine macroeconomica la teoria monetaria, oggetto di acute dispute teoriche tra le diverse scuole di pensiero. Dal punto di vista keynesiano, il tasso di interesse è una variabile monetaria, e quindi il suo ruolo in condizioni di incertezza è quello di equilibrare la domanda e l’offerta di liquidità, piuttosto che le decisioni di risparmio e investimento. Tale concezione implica che la disponibilità degli agenti economici a detenere liquidità muti con il variare del tasso di interesse, provocando simmetriche variazioni nella velocità di circolazione della moneta.

L’importanza data alle determinanti di breve periodo dei tassi di interesse si contrappone al punto di vista secondo cui, nel lungo periodo, il tasso di interesse viene determinato da forze reali quali produttività e propensione al risparmio. Questa teoria è conforme al modello tradizionale del mercato del lavoro, che fa dipendere il livello dell’occupazione da due forze “reali”: 1) la disponibilità dell’individuo a sacrificare tempo libero in cambio di reddito, che determina l’offerta di lavoro, e 2) la produttività del lavoro, che ne determina la domanda.

L’ipotesi di Keynes secondo cui il tasso di interesse è soprattutto un fenomeno monetario è sostanzialmente coerente con un’analisi di breve periodo, mentre la maggior parte degli economisti concorda sul fatto che, nel lungo periodo, l’interesse reale medio – corretto da distorsioni dovute a inflazione e pressione fiscale – tende ad approssimarsi al rendimento medio di lungo periodo del capitale.

Al contrario, l’ipotesi che la domanda di moneta sia stabilmente correlata al livello di ricchezza ha portato a individuare una relazione secondo cui un aumento nell’offerta di moneta innesca una riduzione dei tassi di interesse, effetto che, a sua volta, tende a stimolare gli investimenti e quindi la domanda globale; un altro mezzo per ridurre la disoccupazione potrebbe essere l’espansione dell’offerta di moneta. Nonostante le diverse interpretazioni dei meccanismi per cui la moneta influisce sul sistema economico, i sostenitori del monetarismo sono sostanzialmente concordi nell’affermare che gli incrementi della produzione determinati dall’espansione dell’offerta di una moneta sono solo temporanei, poiché una tale espansione, a parità di condizioni, porta a un aumento dell’inflazione.

Alcune scuole di pensiero, in particolare la scuola delle “aspettative razionali”, arrivano a sostenere che gli agenti economici sono in grado di riconoscere il legame tra l’offerta di moneta e il livello dei prezzi, con il risultato che qualsiasi tentativo di ridurre la disoccupazione con politiche monetarie espansive (espandendo la circolazione monetaria) potrebbe non avere effetti neppure nel breve periodo.

5 IL TASSO D’INFLAZIONE

La teoria monetaria è quindi strettamente correlata anche a un altro fenomeno macroeconomico, l’inflazione. Per decenni, dopo la seconda guerra mondiale, le teorie sull’inflazione erano divise in due modelli principali, a seconda che ne ravvisassero la causa nella domanda o nei costi. Le teorie di quest’ultimo tipo enfatizzavano il ruolo di incrementi salariali eccessivi rispetto alla crescita della produttività come causa di continua inflazione, mentre quelle del primo tipo tendevano a ricondurre l’inflazione a un eccesso di domanda di beni, peraltro spesso ascrivibile a un’eccessiva espansione dell’offerta di moneta.

Intorno alla metà degli anni Cinquanta la teoria sull’inflazione è stata formalizzata nella “curva di Phillips”, che collega il livello di disoccupazione al tasso di inflazione. Alla base del modello vi è l’ipotesi che una minore disoccupazione comporti un più alto livello salariale. In tal caso, si potrebbe supporre che la società possa scegliere tra diverse combinazioni di tasso di inflazione e livello di disoccupazione. Senonché l’esistenza di tale correlazione è tuttora oggetto di accese controversie da parte degli economisti.

6 EVOLUZIONE DEI MODELLI

Altro oggetto di indagine macroeconomica sono gli investimenti “reali” (ossia in beni fisici, quali macchine o stabilimenti) e quelli in strumenti finanziari (sostanzialmente titoli che influiscono solo indirettamente sul livello della domanda finale), la spesa pubblica e la politica fiscale, di cui gli economisti cercano di individuare un’ipotetica funzione di stabilizzazione dell’economia in condizioni di piena occupazione senza inflazione.

La macroeconomia studia infine, fra le principali componenti della domanda finale, l’equilibrio esterno – tra esportazioni e importazioni – e le sue determinanti, in particolare il tasso di cambio. Le esportazioni, infatti, producono sostanzialmente lo stesso impatto degli investimenti nello stimolare la domanda, mentre le importazioni costituiscono una perdita nel flusso circolare dei redditi, dal momento che soddisfano quote di domanda interna mediante beni prodotti all’esterno, senza quindi generare redditi interni, dovuti all’occupazione dei fattori produttivi del paese.

I meccanismi individuati dalle teorie macroeconomiche sul modo di operare delle determinanti della domanda finale stanno alla base di importanti modelli utilizzati per formulare previsioni economiche, per delineare scenari futuri su produzione, occupazione e altre variabili correlate. Tuttavia, ben poche previsioni sono state confermate dai fatti, e ciò ha portato a continue revisioni dei modelli di base. Ad esempio, si è posta molta attenzione sia sul ruolo che il credito e la ricchezza esercitano nel determinare i comportamenti di spesa e di risparmio dei consumatori, sia sul ruolo delle aspettative in condizioni di incertezza.

Alcuni dei perfezionamenti apportati alla teoria potranno ovviamente risultare errati e condurre su false piste, ma senza dubbio i modelli macroeconomici continueranno a essere rielaborati ogniqualvolta si verificheranno errori di previsione, sebbene non sia affatto scontato che la teoria possa venire perfezionata fino al punto di consentire la formulazione di previsioni economiche affidabili: si potrebbe scoprire che i quesiti macroeconomici non possono ricevere risposte certe.
Aghi90
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ma più argomentato in che senso?cioè solo sulla micro e sulla macro oppure collegato ad altre cose?
ailuig
ailuig - Sapiens - 400 Punti
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solo sulla micro e macro e in generale i bisogni xkè il resto ke m avete mandato l'ho già studiato e messo nella tesina..
Aghi90
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ho cercato un po' sul mio libro ma non c'è niente che parli dei bisogni della micro e della macro, mi dispiace!
ailuig
ailuig - Sapiens - 400 Punti
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grazie mille...cmq...
avete già fatto tanto!!
un bacio alla proxima
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