kikkamilla92
kikkamilla92 - Habilis - 170 Punti
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Ciao a tutti...innanzi tutto mi scuso se non sono stata presente ultimamente ma sono appena
tornata a casa dalle vacanze...xD
cmq volevo chiedere se quqlcuno mi poteva aiutare nel fare l'analisi strutturale di due libri:
Tonio Kroger di Thomas Mann
Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati

la mia arpia di professoressa vuole ke nell analisi vi sia:
-spazio
-tempo
-ordine degli eventi
-personaggi
-tematiche
-tipologia testuale
-genere di narrativa
e la trama che però ho già trovato...^^

Grazie in anticipo...
Mario
Mario - Genius - 37169 Punti
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http://it.wikipedia.org/wiki/Tonio_Kr%C3%B6ger
http://it.wikipedia.org/wiki/Don_Giovanni_in_Sicilia_%28romanzo%29
kikkamilla92
kikkamilla92 - Habilis - 170 Punti
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Avevo già provato la ma non ho trovato nè trovo qll k cerco...
Mario
Mario - Genius - 37169 Punti
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AUTORE: Thomas Johann Heinrich Mann.
NAZIONALITÀ: Tedesco.
TITOLO DEL LIBRO: "Tonio Kröger"
LINGUA ORIGINALE: Tedesco.
CASA EDITRICE: Oscar Mondadori.
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1970 (prima pubblicazione 1903).
NUMERO DI PAGINE: 285
GENERE: Romanzo.
SINTESI DELLA VICENDA NARRATA: Una mattina, alla fine della scuola, Tonio Kröger aspetta l'amico Hans fuori dall'edificio, poiché gli aveva promesso di fare una passeggiata prima di tornare a casa. Quando lo vede, Hans rimane stupito perché si era dimenticato della promessa fatta, ma cerca di giustificarsi. Così i 2 ragazzi partono alla volta delle rispettive abitazioni, discorrendo ciascuno dei propri interessi. Per avvicinarlo al suo mondo, Tonio gli racconta la trama di un libro appena letto, ma quando riesce ad appassionarlo arriva un ragazzo a guastare l'atmosfera per parlare con Hans di equitazione, cosicché i ragazzi giungono a casa di Hans talmente in fretta che Tonio non riesce a finire di parlargli del libro.
Tempo dopo, durante una lezione di danza cui erano invitati i ragazzi delle famiglie ricche, Tonio vede la bella Ingeborg e se ne innamora a tal punto da dimenticarsi del suo amore per Hans. Sapendo che a lei non piace, preferirebbe evitarla, ma se la trova sempre di fronte ed ad un certo punto, ballando insieme la quadriglia, sbaglia e viene deriso pubblicamente dal maestro. Tutto ciò lo fanno vergognare cosicché scappa e cerca di dimenticare anche questo amore.
Si rifugia in casa a scrivere i suoi versi, intanto muoiono la nonna paterna, il padre e la madre si risposa con un pittore. La sua salute risente di questa chiusura, ma la sua natura d'artista si acuisce e incomincia a disprezzare tutto ciò che è banale.
All'età di trent'anni egli ancora si dedica alla composizione di poesie e trova nella pittrice Lisaveta un'amica a cui confidare tutta la sua stanchezza e l'invidia per gli uomini normali, cioè coloro che ignorano il tormento della poesia. Per questo l'amica lo critica e lo definisce un borghese sviato.
Il giovane, in viaggio per la Danimarca, si ferma nella città natale, ma la sua vecchia casa è stata trasformata in una biblioteca popolare. Un poliziotto, inoltre, lo scambia per un truffatore di Monaco, ma l'equivoco viene chiarito senza dover svelare l'identità di Tonio, che non voleva essere riconosciuto dai suoi vecchi amici. In un albergo sulla costa della Danimarca, nella città di Aalsgard, egli rivede per due volte la coppia Hans-Inge e, la sera, sulla veranda, si balla la quadriglia come quella volta in cui egli si era smarrito tra le dame. In una lettera scritta a Lisaveta egli riassume i termini del dilemma che ha condizionato la sua esistenza riconoscendo l'ambiguità della sua condizione: da un lato i borghesi che lo allontanano dalla loro società, dall'altro gli esteti che lo accusano di essere un borghese perché non rifiuta gli orizzonti limitati dalla mediocrità.
TEMPO STORICO IN CUI SI SVOLGE LA VICENDA: Tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900.
LUOGHI IN CUI SI SVOLGE LA VICENDA: Lubecca, quando Kröger è un ragazzo, Monaco quando ha 30 anni.
PERSONAGGI PRINCIPALI: Tonio Kröger è un sedicenne figlio di un distinto signore e di una donna straniera, è un ragazzo timido e introverso, a cui piace molto leggere, scrivere poesie e suonare il violino. A scuola non segue le lezioni, è svogliato e preferisce pensare a qualcos'altro, perciò non ha buoni voti. A trent'anni pensa che ogni sentimento sia privo di gusto e che per ciò ogni artista non debba seguire ciò che gli dice il cuore; inoltre pensa che il suo mestiere non sia una vocazione, bensì una maledizione perché fa capire di essere in contrasto con gli altri.
Hans Hansen è uno scolaro esemplare, va molto bene a scuola, sa cavalcare e gli piacciono molto i cavalli. Appartiene a una famiglia ricca ed è rispettato ed ammirato da tutti. Tonio lo ama e cerca di trovare qualcosa che li accomuni.
Ingeborg Holm è la ragazza bionda di cui si innamora Tonio. Non lo tiene in considerazione, soprattutto per la sua passione di comporre poesie.
Lisaveta Ivànovna è una pittrice che diventa amica di Tonio quando lui incomincia a chiudersi in se stesso. Gli dà buoni consigli quando è in difficoltà.
PERSONAGGI MINORI: Il padre di Tonio è un distinto signore dagli occhi azzurri, che nei confronti di Tonio dimostra sdegno e disappunto.
La madre di Tonio, Consuelo, è una donna straniera che rimane spensieratamente indifferente al comportamento del ragazzo.
Erwin Jimmerthal è un amico di Hans che incontra i 2 ragazzi quando stanno facendo la passeggiata. Anche lui è appassionato di equitazione ed è un disturbo per Tonio perché distoglie Hans dai suoi discorsi.
Maddalena Vermehren è l'unica ragazza che sembra in qualche modo interessarsi a Tonio, poiché lo ascolta sempre, lo guarda in continuazione e gli rivolge spesso la parola.
François Knaak è il maestro di danza dei ragazzi ricchi della città. E' ammirato da tutti per il suo atteggiamento, ma non perde occasione per irridere i ragazzi, cosa che fa anche con Tonio.
I TEMI: Il tormento della poesia e la contraddizione nell'esistenza del protagonista
LO STILE: Il romanzo è scritto con un linguaggio molto semplice e comprensibile da tutti.
kikkamilla92
kikkamilla92 - Habilis - 170 Punti
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Grazie va già meglio...mentre Don Giovanni???
Mario
Mario - Genius - 37169 Punti
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Vitaliano Brancati scrive il “Don Giovanni In Sicilia” nel 1940, durante la guerra. Il romanzo restituisce l'atmosfera di quegli anni nella Catania fascista, una città che tentava di non dar peso al conflitto imminente. Giovanni Percolla ha quarant'anni, vive segregato dal mondo con le tre sorelle che lo accudiscono e lo adorano. Con gli amici ama passare le giornate al bar fantasticando su rapporti amorosi che non osa poi concretizzare. Così i viaggi, ufficialmente fatti per lavoro, a Roma e poi in località di villeggiatura come Viareggio e Cortina, sono sempre alla ricerca di donne ed avventure. Ricordi, banali passatempi e sogni erotici scandiscono il tempo. Un giorno, però, una nobildonna, Ninetta di Marronella, gli sconvolge la vita. Dopo esser riuscito a conquistarla grazie all'aiuto di una guida "spirituale" che lo consiglia, la sposa e la segue, lontano da Catania e dalla sua routine. Giovanni diventa il capo di una grossa azienda di Milano, conosce la bella vita e tante donne. Pur essendo molto innamorato di Ninetta, la tradisce per il gusto di raccontare agli amici le sue avventure. La Sicilia, tuttavia, resta nel suo cuore e, in conflitto con se stesso, decide di tornarvi, per dormire e sognare.
Giovanni è un personaggio decadente, non sa affrontare il mondo e se ne tiene lontano grazie alle cure delle sorelle, unico rifugio dal disordine cosmico che lo circonda. Innamorato della vita, è incapace di viverla fino all'arrivo di Ninetta: non sopporta la stasi del conservatorismo né il caos del modernismo. Attraverso il suo personaggio, Brancati rappresenta la realtà della Sicilia alla metà del Novecento, tra storie di vita quotidiana ed indifferenza del regime fascista.
Grazie ad un sapiente uso dell'ironia, l'autore mette in scena le due anime del protagonista: la tendenza, tutta meridionale, alla vita tranquilla tra le proprie abitudini; l'esigenza di dare un senso alla propria vita impegnandosi nel lavoro, tipica di Milano. Entrambe convivono in Giovanni assieme ad un gallismo, leitmotiv dei romanzi di Brancati, fatto di chiacchiere e, soprattutto, di sguardi: “la storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi. La vita della città è piena di avvenimenti, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto, è povera e noiosa”. Il ritratto di una Sicilia inerte, d'una povertà politica ed intellettuale che mette a nudo il vuoto della propaganda fascista.
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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MANN

EVENTI:Scritto nel 1903, il racconto è la storia del lento pervenire del giovane Kröger alla coscienza della propria diversità dai coetanei. In una condizione di totale isolamento la sua sensibilità si dibatte nell'antinomia tra origini borghesi e attrazione per l'arte. Il contrasto fra arte-malattia da un lato e borghesia-normalità dall'altro - matrice della poetica di Thomas Mann - si manifesta nel silenzioso idillio con Ingeborg Holm e nell'incompresa amicizia per Hans Hansen: le due figure che costituiranno per sempre i limiti della solitudine e della gelosia di Tonio. Questo difficile equilibrio viene vissuto con drammatica inquietudine tra Lubecca, dove il giovane scrittore è nato e si è formato, e Monaco, dove diventerà celebre, senza sedare del tutto le proprie angosce.(tratto da: www.libreriauniversitaria.it)

TEMATICHE: In Tonio Kroger vive liricamente il dramma di un ragazzo lacerato, diviso tra i valori profondamente familiari e confortanti di un sereno amore per la vita e l’attrazione deliziosamente sublime verso l’artistica capacità di penetrazione negli eventi e nello sconfinato labirinto del mondo dello spirito. Tonio è un escluso, un emarginato e non oggettivamente ma perché tale egli si sente; ama di profondo amore chi è diverso da lui: il biondo compagno di scuola, semplice e concreto, interessato all’aspetto scientifico del sapere, estraneo a Schiller ed ai meandri in cui può sprofondare l’occhio penetrante dell’anima; e Inge, la bionda fanciulla dalla bonaria superficialità vitale che si realizza nel prendere lezioni di ballo e nel vivere la vita senza avvertire il bisogno di analizzarla e di scomporla.
Vivere significa non intellettualizzare e intellettualizzare significa incapacità di vivere tra le “bionde” creature, felici pur nella loro mediocrità esistenziale.
L’antinomia è possente: Tonio infatti ama le «creature bionde» e disprezza se stesso, perché non può che sentirsi un «borghese sviato», colui che non sta a suo agio in nessuno dei due mondi ed è emarginato tra i figli della vita e insoddisfatto tra gli artisti sviati e antiborghesi.
«Io amo la vita (…) e mai e poi mai potrò concepire che lo straordinario, il demoniaco vengano onorati come ideale. No, la “vita”, intesa quale eterno contrapposto allo spirito e all’arte, non si presenta a noi anomali come anomalia, come una visione di sanguinosa grandezza o di bellezza selvaggia, no, il regno delle nostre aspirazioni è proprio la normalità, la decenza, l’amabilità, insomma la vita nella sua banalità seducente». ( Tonio Kroger).
Tonio non è più un borghese, ma non ha cessato di esserlo. «Ammiro coloro – dirà – che, fieri e impassibili spregiando l’uomo, si avventurano sui sentieri che guidano alla grande demoniaca bellezza: ma non li invidio. Perché, se qualcosa è realmente in grado di fare di un letterato un poeta, è appunto questo mio borghese amore per l’umano, il vivo e l’ordinario. Ogni calore, ogni bontà, ogni sorriso proviene da esso». ( Thomas Mann, Tonio Kroger)
Nel suo amore per la normalità, Tonio riscatta se stesso e la borghesia dagli eccessi dell’arte, è un «borghese sviato» sì, ma è un borghese che si salva attraverso il rifiuto d un morboso attaccamento all’abnorme.
L’arte in sostanza è salva: per suo merito il normale, il sano, l’equilibrato non sono oggetto di disprezzo ma di disperata nostalgia e in questo anelito nostalgico di possesso, sta la salvezza di Tonio e quindi dell’artista.
Il conflitto, apparentemente risolto, torna nella Morte a Venezia, breve romanzo di cui, in origine, la Montagna Incantata doveva essere solo un’appendice.
Siamo ancora in un clima di morte: tisi o colera fa lo stesso, e anche qui, come nella Montagna, il paesaggio diventa stato d’animo e l’atmosfera, impregnata di odori malsani, induce allo scatenarsi di orge dionisiache, dove il gusto del proibito si affaccia prepotente. L’artista che, con faticoso impegno, si è elevato a educatore, a cultore della severa e pura legge formale, impregnato di “estetismo etico”, scopre, attraverso l’abbandono all’avventura vitale, che la forma dopo tutto ha due facce essendo nel contempo morale ed immorale, capace di asservire ogni moralità sotto il suo scettro dispotico.
Pessimistica conclusione per l’artista che, se in Tonio Kroger salvava il suo “essere diverso” attraverso l’umana nostalgia per la vita, qui “muore” fisicamente ma soprattutto simbolicamente, nella considerazione della sua incapacità a porsi come educatore di giovani.
Malattia e morte sono private di qualunque funzione positiva: esse preludono al dissolvimento dei valori, alla decadenza morbosa; arte non coincide con educazione, Goethe e il suo insegnamento sono lontani e il volgere le spalle ai valori borghesi un volgare tradimento, con il conseguente riacutizzarsi di una profonda tensione tra ciò che si era e ciò che ora si è.
Le emozioni morbose sono malattia che prelude alla morte e l’artista è ancora un emarginato che solo illusoriamente può interpretare la vita utilmente produttiva.(tratto da: www.libreriauniversitaria.it)
In “Tonio Kroger” vive liricamente il dramma di un ragazzo lacerato, diviso tra i valori profondamente familiari e confortanti di un sereno amore per la vita e l’attrazione deliziosamente sublime verso l’artistica capacità di penetrazione negli eventi e nello sconfinato labirinto del mondo dello spirito. Tonio è un escluso, un emarginato e non oggettivamente ma perché tale egli si sente; ama di profondo amore chi è diverso da lui: il biondo compagno di scuola, semplice e concreto, interessato all’aspetto scientifico del sapere, estraneo a Schiller ed ai meandri in cui può sprofondare l’occhio penetrante dell’anima; e Inge, la bionda fanciulla dalla bonaria superficialità vitale che si realizza nel prendere lezioni di ballo e nel vivere la vita senza avvertire il bisogno di analizzarla e di scomporla.
Vivere significa non intellettualizzare e intellettualizzare significa incapacità di vivere tra le “bionde” creature, felici pur nella loro mediocrità esistenziale.
L’antinomia è possente: Tonio infatti ama le “creature bionde” e disprezza se stesso, perché non può che sentirsi un “borghese sviato”, colui che non sta a suo agio in nessuno dei due mondi ed è emarginato tra i figli della vita e insoddisfatto tra gli artisti sviati e antiborghesi.
“Io amo la vita(…) e mai e poi mai potrò concepire che lo straordinario, il demoniaco vengano onorati come ideale. No, la “vita”, intesa quale eterno contrapposto allo spirito e all’arte, non si presenta a noi anomali come anomalia, come una visione di sanguinosa grandezza o di bellezza selvaggia, no, il regno delle nostre aspirazioni è proprio la normalità, la decenza, l’amabilità, insomma la vita nella sua banalità seducente”. ( op. cit.).
Tonio non è più un borghese, ma non ha cessato di esserlo. “Ammiro coloro” dirà “che, fieri e impassibili spregiando l’uomo, si avventurano sui sentieri che guidano alla grande demoniaca bellezza: ma non li invidio. Perché, se qualcosa è realmente in grado di da fare di un letterato un poeta, è appunto questo mio borghese amore per l’umano, il vivo e l’ordinario. Ogni calore, ogni bontà, ogni sorriso proviene da esso”. ( Thomas Mann, op. cit.)
Nel suo amore per la normalità, Tonio riscatta se stesso e la borghesia dagli eccessi dell’arte, è un “borghese sviato” sì, ma è un borghese che si salva attraverso il rifiuto d un morboso attaccamento all’abnorme.
L’arte in sostanza è salva: per suo merito il normale, il sano, l’equilibrato non sono oggetto di disprezzo ma di disperata nostalgia e in questo anelito nostalgico di possesso, sta la salvezza di Tonio e quindi dell’artista
(tratto da: www.liberodiscrivere.it)

GENERE NARRATIVO: Romanzo della letteratura tedesca
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BRANCATI

SPAZIO TEMPO: 'Don Giovanni in Sicilia', ovvero della metamorfosi di Giovanni Percolla da scapolone impenitente di Catania a marito efficiente a Milano.
Il primo è siciliano doc, ossessionato dalle donne, come i suoi amici e come tutti gli uomimi suoi conterranei. Brancati non ce li presenta, però, come sterminatori di cuori femminili, ma piuttosto come fanciulloni assillati più che dalle donne, dal pensiero delle donne, infaticabili chiacchieroni sull'argomento che occupa la loro vita e che li proietta anche in un mondo popolato di vane fantasticherie,in cui ha libero sfogo la loro immaginifica quanto dettagliata ricostruzione di fatti amorosi mai avvenuti nella realtà. "I gruppi fermi parlavano visibilmente della Donna; le facce rosse e strette, quasi tempia contro tempia, intorno al narratore, dichiaravano apertamente qual era l'argomento del discorso" 99.
Per loro conta più apparire maschi che esserlo per davvero. Il mito del'gallismo'era esaltato dal fascismo e non è azzardato ritenere che Brancati lo demolisca anche per ragioni... politiche. L'Italia tronfia delle parate mussoliniane è la stessa impotente e velleitaria dei giovani dongiovanni.
Il Nostro è un maturo rampollo della borghesia bottegaia siciliana. E' accudito con amore, anche morboso, dalle tre sorelle nubili, che lo vezzeggiano e lo esaltano nel suo ruolo di maschio e di capo indiscusso della casa (una riedizione delle sorelle Materassi ?).
La famiglia ? E perchè mai, visto che le sorelle gliene offrono un ottimo surrogato, senza doverne assumere le tediose responsabilità ?
Il lavoro ? Un optional, qualcosa da fare con calma e che nella mattinata non deve intralciare il sacro sonno del giusto (persino a Milano, nei primi tempi, il principale si lamentava perchè non arrivava mai prima delle 11 ! ) e che non può privarlo delle lunghe ore di riposo pomeridiano. "Quell'anno, la sua pigrizia e il bisogno di dormire erano cresciuti talmente che, la sera, Muscarà non riusciva a fargli un discorso che durasse più di tre minuti: al quarto minuto, la testa di Giovanni, dopo aver tentennato, gli veniva addosso con gli occhi socchiusi e privi di vista. Così, quando gli leggeva una lunga notizia interessante, Muscarà aveva la cura di tenere una mano sotto il giornale e l'altra aperta davanti al viso, in modo da ricevere sulla palma la fronte del suo oscoltatore, e rialzarla piano piano" 32.
Vanno a Roma per affari, ma se ne dimenticano, ubriacati dal turbinio delle donne che si scoprono a rincorrere da un capo all'altro della città.
Brancati tratteggia i suoi personaggi alternando sentimenti diversi. Si passa dalla simpatia sottesa, all'ironia talvolta canzonatoria, talaltra corrosiva, che arriva fino al sarcasmo; non è però una prosa greve, anche perchè infiorata di accenti di schietto umorismo.
Non a caso il Pancrazi ha definito B. 'umorista serio', con un ossimoro che coglie nel segno. Il suo umorismo, infatti, non è occasione di mero divertimento fine a se stesso, teso a strappare la risata, quanto piuttosto il mezzo per mettere in luce vizi e comportamenti da redimere: "castigat ridendo mores". Si delinea così la figura del B.-moralista, profondo conoscitore dei suoi conterranei dei quali riesce ad individuare bene i difetti, grazie alla sua capacità di sprovincializzarsi e di osservarli da una prospettiva cosmopolita. Rimane una vena di indulgenza e lo stesso B. lo confesserà:' io non dirò che sono innamorato del popolo siciliano, ma ne sono senz'alcun dubbio amico, parente e ammiratore...' L'indulgenza, però, cede il passo ad una severa presa di coscienza, quando quei comportamenti diventano assurdi e paradossali.
Niente di drammatico, intendiamoci. Il B. del Dongiovanni non è il moralista severo che narra una storia di contrasti violenti, con approfondite introspezioni; preferisce piuttosto atteggiamenti quasi burleschi, sicchè la vicenda indugia lieve nel bozzetto, anche quando due mondi, Nord e Sud, vengono a confronto, per la comparsa nella scena di Ninetta, una donna risoluta che, in vista del matrimonio, lo impegna al contratto delle dita, in ognuna delle quali lei incide le sue libertà.
E' per amore di lei che G accetta tutto, persino il trasferimento a Milano, nonostante le premurose esortazioni della sorella Barbara: 'Non ci andare a Milano, fratello mio ! Quella nebbia e quel freddo non ti faranno bene ! Tu sei un tipo reumatico" 106.
Ed ecco il secondo Giovanni, il marito 'milanesizzato', che diventa efficiente, rinuncia ai pasti pantagruelici, alle lunghe ore di sonno, dimagrisce visibilmente e si adegua persino alla crudeltà del clima, sopportando in casa sua il salotto letterario animato da un mondo colto, ma spesso fatuo.
Il punto di non ritorno, con cui si seppellisce il siciliano è mirabilmente descritto nell'eroica decisione di sottoporsi alla doccia fredda mattutina: "Tutto il suo sangue, cullato da lunghi sonni pomeridiani sotto le coperte, tutta la sua pelle accarezzata dalla lana anche durante l'estate,le radici stesse della sua vita profondate nel tepore, saltarono su, alla frustata dell'acqua fredda. Gli parve di morire, di perdersi nel gelo, e poi di ritrovarsi in un forno acceso".
Il trasferimento lo trasforma nel profondo, lui che "sveniva alla vista di una caviglia" 30, ora fa cilecca con le donne che gli rinfacciano la delusione: 'Che siciliano siete ?'. Ma la spiegazione è semplice. Il culto dell'ìdeale femminino va coltivato con calma, senza assilli di tempo, deve riempire la mente, accendere la fantasia. Non c'è spazio e non c'è tempo a Milano per tale culto e anche una pianta robusta come G è destinata ad avvizzire. Qui sono altri i miti che gli uomini inseguono in una corsa trafelata e a volte disperata: velocità, efficienza, funzionalità,
Il Nostro, trapiantato per amore, ha la forza e la capacità di adattarsi, ma al ritorno al tepore della terra natia, il siciliano che sonnecchia sotto la crosta del milanese, si risveglia e si riapre come i petali di quei fiori che si richiudono per sopravvivere ai rigori del freddo e che si riaprono non appena il sorriso del sole torna a riscaldarli.(Tratto da: garganofantastico.interfree.it)

ORDINE EVENTI: Vitaliano Brancati scrive il “Don Giovanni In Sicilia” nel 1940, durante la guerra. Il romanzo restituisce l'atmosfera di quegli anni nella Catania fascista, una città che tentava di non dar peso al conflitto imminente. Giovanni Percolla ha quarant'anni, vive segregato dal mondo con le tre sorelle che lo accudiscono e lo adorano. Con gli amici ama passare le giornate al bar fantasticando su rapporti amorosi che non osa poi concretizzare. Così i viaggi, ufficialmente fatti per lavoro, a Roma e poi in località di villeggiatura come Viareggio e Cortina, sono sempre alla ricerca di donne ed avventure. Ricordi, banali passatempi e sogni erotici scandiscono il tempo. Un giorno, però, una nobildonna, Ninetta di Marronella, gli sconvolge la vita. Dopo esser riuscito a conquistarla grazie all'aiuto di una guida "spirituale" che lo consiglia, la sposa e la segue, lontano da Catania e dalla sua routine. Giovanni diventa il capo di una grossa azienda di Milano, conosce la bella vita e tante donne. Pur essendo molto innamorato di Ninetta, la tradisce per il gusto di raccontare agli amici le sue avventure. La Sicilia, tuttavia, resta nel suo cuore e, in conflitto con se stesso, decide di tornarvi, per dormire e sognare.
Giovanni è un personaggio decadente, non sa affrontare il mondo e se ne tiene lontano grazie alle cure delle sorelle, unico rifugio dal disordine cosmico che lo circonda. Innamorato della vita, è incapace di viverla fino all'arrivo di Ninetta: non sopporta la stasi del conservatorismo né il caos del modernismo. Attraverso il suo personaggio, Brancati rappresenta la realtà della Sicilia alla metà del Novecento, tra storie di vita quotidiana ed indifferenza del regime fascista.
Grazie ad un sapiente uso dell'ironia, l'autore mette in scena le due anime del protagonista: la tendenza, tutta meridionale, alla vita tranquilla tra le proprie abitudini; l’esigenza di dare un senso alla propria vita impegnandosi nel lavoro, tipica di Milano. Entrambe convivono in Giovanni assieme ad un gallismo, leitmotiv dei romanzi di Brancati, fatto di chiacchiere e, soprattutto, di sguardi: “la storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi. La vita della città è piena di avvenimenti, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto, è povera e noiosa”. Il ritratto di una Sicilia inerte, d’una povertà politica ed intellettuale che mette a nudo il vuoto della propaganda fascista.

PERSONAGGI:"Don Giovanni in Sicilia" si apre con la presentazione di Rosa, Barbara e Lucia, le tre sorelle di Giovanni Percolla, che lo amavano teneramente. È una presentazione che offre spunti divertenti: Rosa, la più piccola delle tre, afferma di essere "vedova di guerra", tutto perché, forse, un ufficiale, un sera del 1915, l’aveva seguita per una piccola strada buia, fino al portoncino di casa, ma poi era partito per la guerra e non se ne era saputo più nulla. Questi discorsi, però, non avvenivano mai in presenza del fratello Giovanni, uno scapolo di quarant’anni: era l’uomo di casa e le donne avevano nei suoi confronti una sorta di soggezione della quale non erano mai riuscite a liberarsi. Esse ammiravano quest’uomo, un lavoratore che guadagnava le sue duemila lire al mese, ma che rincasava molto tardi la notte e non si alzava prima delle nove e mezza. Le tre sorelle rispettavano in tutto e per tutta la vita di Giovanni e, soprattutto, il suo sonno che si concludeva con il risveglio mattutino del nostro personaggio, culminante nella frase, tanto ammirata dalle sorelle: "Vado a lavorare". Ma la verità era ben altra: la vita di quest’uomo era dominata dal pensiero della donna! A questo punto del romanzo viene narrata, retrospettivamente, la sua vita. Giovanni, o meglio Giovannino, era nato in ritardo, ma era bello. Fu un bambino molto precoce e si dedicò ben presto alle fantasie sulla donna, tanto da arrossire ogni volta che una mano di donna gli sfiorava la testa. Comincia, così, quel processo di costruzione fantasmatica della donna che, alimentata dalla cultura isolana, si esprime in un’accesa sensualità. Dopo un po’ di tempo, abbandonate queste brutte abitudini, Giovanni preferisce passare alle sensazioni più dolci e prolungate offertegli dai discorsi sulla donna. Per questi discorsi trova facilmente a Catania degli ottimi compagni: Ciccio Muscarà, con i suoi uhuuu, a commento di ogni donna formosa, e Saretto Scannapieco. I discorsi e le promesse sulle donne non sono sempre corrispondenti a verità: a dominare questa Catania assolata e soffocata dallo scirocco è, infatti, la "malattia" del gallismo. In una città come Catania i discorsi sulle donne davano un maggior piacere che le donne stesse, ma non era raro che i giovani si trovassero davanti ad una vecchia e bitorzoluta meretrice, piuttosto che ad una bella e fresca quindicenne. Un doppio lutto si era abbattuto, negli anni giovanili, sulla vita del protagonista: a Catania era arrivata la "spagnuola", che risultò letale per entrambi i genitori di Giovanni, che da quel momento in poi diventò sempre più solitario. Furono, come sappiamo, le tre sorelle ad occuparsi di lui, che comincia a lavorare nel negozio dello zio. Terminato il lungo excursus sulla vita di Giovanni Percolla, ormai quarantenne, il narratore riprende l’azione dal romanzo dove l’aveva lasciata, cioè al 1939. All’inizio del quarto capitolo, ritroviamo il quadro iniziale, con le tre sorelle che cercano ipocritamente di convincere il fratello ad ammogliarsi. Proprio quell’anno la pigrizia e il desiderio di dormire avevano raggiunto l’apice nel nostro personaggio. I mesi primaverili trascorrono come sempre, finché ecco profilarsi, all’improvviso, un cambiamento sorprendente: un giorno […]il buon Giovanni rincasò, come al solito, alle due del pomeriggio. Ma, invece di andare a chiudersi nella propria camera, con una maglia sotto l’ascella andò nello stanzino da toletta, e chiese dell’acqua calda. Questa scena del bagno sembra richiamare un rito iniziatico, un bagno purificatore ad inizio di un processo di conversione. Ed è proprio come se Giovanni si risvegliasse dall’abituale torpore. Si assiste ad una metamorfosi del personaggio, che abbandona le vecchie abitudini riducendo il lungo riposo pomeridiano ad un breve sonnellino e viene anche udito cantare canzoni d’amore. Alla sorella Barbara, che gli domanda cosa abbia, egli risponde di non avere nulla, ma, invece, era accaduto a Giovanni un fatto così enorme che, se l’avesse semplicemente sognato, egli sarebbe rimasto per un mese sottosopra. […] La signorina Maria Antonietta, dei marchesi di Marconella, lo aveva guardato!. È davvero un fatto sorprendente, Giovanni è stato guardato da una ragazza, forse la più bella ragazza di Catania, e non l’aveva guardato di sfuggita, bensì aveva posato gli occhi su di lui. Giovanni è interamente assorbito dal pensiero di Ninetta: diventa distratto, smemorato e inetto. Il perno della sua vita è l’incontro con la donna e quando questo si realizza, la vita di Giovanni si riempie di una luce mai conosciuta prima. Il "nuovo" Giovanni non ha nulla in comune con il "vecchio", del quale non gli piace più nulla, persino gli antichi amici non gli piacciono più. Sono troppo volgari. E così Giovanni Percolla, quarantenne perfettamente integrato in questa vita e in questa mentalità, è l’unico del gruppo ad evadere, grazie al matrimonio con una delle più belle ed amabili ragazze di Catania, la baronessa Marconcella appunto, che lo spinge a trasferirsi a Milano. Qui, il nostro protagonista inizia una vita del tutto differente, che lo avvince poco a poco in una routine organizzatissima e molto attiva, che lo fa sentire diverso, realizzato, ma alla lunga non intimamente soddisfatto. Anche le avventure erotiche, in questo clima di lavoro stressante, si rivelano in definitiva inappaganti. Giovanni si rende conto di tutto questo riassaporando, durante una vacanza, il letto e l’atmosfera rilassata e protettiva della casa paterna, la noia soleggiata e pigramente sensuale della sua città, il risorgere delle antiche fantasie galliste, tanto più colorate della realtà. Il romanzo si chiude con la scena del sonno ritrovato del protagonista, che si infila a tentoni sotto la spessa coltre di coperte e lenzuola del suo letto, per riposare dieci minuti e si risveglia dopo ben cinque ore. "Cinque ore? Mi è sembrato un minuto!" – afferma al suo risveglio. "Ninetta" – aggiunse Barbara nella penombra – "non ha voluto svegliarti ed è andata in casa del padre." "Nel tempo che staremo a Catania" – disse egli voltandosi bocconi e ponendo il mento sul cuscino caldo – "credo sia meglio che lei dorma a casa sua, e io qui, a casa mia!" Con questa scelta di Giovanni si conclude il romanzo. È l’amara sconfitta di un uomo che aveva cercato di riscattarsi dall’abulia e dall’indolenza, grazie alla forza dell’amore. Ma si tratta di un finale ancora aperto, in cui non si assiste ad una tragica conclusione, come sarà per i successivi romanzi del gallismo. Nel "Don Giovanni in Sicilia" il fascismo non è un’astrazione generica, ma si concretizza in usi e costumi, in modi di pensare di personaggi catanesi: il miles gloriosus non è un simbolo astratto dal piccolo borghese italiano, ma è Giovanni Percolla, catanese e, a parole, grande seduttore di donne. La figura del fanfarone, tutto fumo e niente sostanza, è colta da Brancati come la figura tipica dell’Italia fascista: "Che differenza può esserci tra il gallismo puramente verbale dei giovanotti catanesi e la potenza puramente verbale degli 8 milioni di baionette e dei colli fatali?" Il gallismo nei romanzi di Brancati è contemporaneamente una verità di fatto e una metafora, la metafora della società tronfia e vanagloriosa, millantatrice di avventure impossibili, conquistatrice a parole del mondo, ma nella realtà impotente e ridicola." Nell’opera Brancati delinea, dunque, il prototipo del siciliano innamorato di se stesso e delle proprie piccole comodità al punto da anteporre il suo egoismo alla concreta esperienza dell’amore, che richiede una generosità di cui i "dongiovanni" brancatiani sono privi. Essi si limiteranno a parlare delle donne, a mitizzarle fingendosi grandi amatori, ma tenendole in realtà lontane, per paura e per pigrizia, fino ad accontentarsi dello sterile sogno, più appagante di ogni vissuta realtà: rivide le signore lombarde; ma al paragone di come le aveva viste, sembrava che proprio allora fossero ricordi dilavati e ora invece donne vere. E che donne! […] "Uhuuu! Adesso dormo un minuto!" e, infatti, chiuse gli occhi. Dopo un minuto di sonno, duro come un minuto di morte, li riaprì freschissimi. La similitudine che relaziona sonno e morte suggerisce alla nostra memoria le parole, segnate dall’ancor più scettica e dolente amarezza epocale ed esistenziale, del principe di Salina. "Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi vorrà svegliarli." Per Giovanni Percolla, siciliano ritratto in chiave comico-umoristica, il sonno nel proprio letto è l’indolente torpore della provincia contro i ritmi incalzanti della metropoli industrializzata, è il rassicurante rifugio dall’ostentato attivismo del regime, ma è anche fuga dalla responsabilizzazione, segno dell’inettitudine e della inconcludenza di fronte alla tragedia che, nella realtà attorno a lui, si consumava. (Tratto da [url=http://209.85.135.104/search?q=cache:oZ_sywpk-M4J:82.89.22.27/liceocutelli/didattica/ipertesti/brancati/DON%2520GIOVANNI%2520IN%2520SICILIA.htm+liceocutelli+brancati&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it]qui[/url])

TEMI:I temi, anche se scritti nel 1940, restano di grandissima attualità come l’emigrare verso luoghi più aperti e culturalmente attivi. E’uso ancora attuale, soprattutto tra i giovani quello di scappare via dalla Sicilia, è una triste realtà ma l’attaccamento all’isola resta sempre e comunque forte. (Tratto da www.girodivite.it)
Ricompare, anche in questo romanzo, il tema del “gallismo”, argomento tanto caramente reiterato nei contenuti dell'autore, affrontato sempre con scottante e sadica ironia. Spiritoso, quindi, poiché ancora di comoda identificazione per molti uomini dell’oggi, ma spesso fastidiosamente pungente.
C’è un momento in cui l’esistenza di Giovanni cambia. La sua vita non ha più i contorni delle futili chiacchiere da bar e dei commenti squallidi sulle passeggiate femminili. Giovanni s’innamora di Ninetta, donna bellissima nella figura, e con essa va via. Abbandona Catania, gli amici ciarlieri, maliziosi e inconcludenti, impregnati della “maniera” siciliana e raggiunge uno sfondo dai toni fortemente diversi.
Milano è l’ambientazione della “seconda esistenza” di Giovanni Percolla che, un po’a fatica, alla fine s’inserisce («Mi cambierò, vedrai!” aveva detto rabbiosamente a Ninetta appena giunto a Milano “esasperato contro se stesso, la propria natura, la Sicilia, la vecchia casa di Catania…»). Prende ad odorare di abitudini che non gli appartengono e, si scoprirà da ultimo, non gli apparterranno mai. E, così, egli migra: dal “calduccio” del suo letto siciliano, alle gelide docce delle fredde mattine milanesi («Tutto il suo sangue, cullato da lunghi sonni pomeridiani sotto le coperte, tutta la sua pelle accarezzata dalla lana anche durante l’estate, le radici stesse della sua vita profondate nel tepore, saltarono su, alla frustata dell’acqua fredda»). Si ammala tanto da trascorrere intere notti a respirare a bocca aperta e a risvegliarsi con la lingua di sughero. L’amore per Ninetta è vero, grandemente sincero. Giovanni s’accorge della straordinaria bellezza della moglie, ne è ossessivamente geloso fino a sospettarne la buona fede, ma non disdegna, poi, le scappatelle che quasi si convengono ad un degno “uomo del nord”, così come Brancati lo rappresenta.
Il suo salotto si popola di letterati e “continentali” ( tutti i “non siciliani” per Giovanni); essi lo imbarazzano, rendendolo silenzioso nel timore di sfigurare. Un giorno, d’un tratto, di lui o, meglio, del suo dialetto siciliano, viene fatta mostra ed egli, oltre a catturare l’attenzione, diventa giullare, scatena risa e divertimento. «La sua vita divenne più attiva, veloce, asciutta», commenta senza troppo farsi notare l’autore, ma il suo pensiero, se chi legge vuol vederci più chiaro, si scopre sempre, intimamente legato ai ricordi: «Era maggio e il sole di Milano non riusciva ancora a riscaldare (…). Ricordò che in quei giorni, a Catania, il gatto dorme nei balconi».
Non si può certo dire che Brancati tratti garbatamente il suo protagonista: di questi lascia trasparire l’immagine d’un uomo che fa la spola da sentimenti a emozioni a bandiere e opinioni diverse. E’ perennemente influenzato dalla moglie, dall’ambiente che lo strattona da un eccesso all’altro come una marionetta, dagli altri. Ma Giovanni, in verità, che cosa pensa? Al lettore una risposta viene presto in mente, quando s’accorge d’avere di fronte l’esempio vivente d’una realtà che in queste pagine diventa dogma: alle proprie radici non si sfugge. Le si può ignorare per poco o molto, le si può scansare, criticare ( «come si può vivere qui?», dice Giovanni a Ninetta, viaggiando verso il sud), ma non si lascia questo mondo senza, prima o poi, ritornarvi. Chi meglio di Giovanni porta il vessillo di tale verità? Alla fine di tutto, il ritorno alle simboliche, calde coperte e al sonno ristoratore dopo il lauto, “meridionale” pasto, che non ha nulla a che fare con la stonata magrezza del Giovanni “finto settentrionale”, è inevitabile.
Il tutto condito da uno stile fluido, il solito scorrevole senso della prosa tipico di Brancati, ricco di metafore che rendono le parole oggetti, i personaggi carne viva. E non si possono udire i suoni, attraverso le parole scelte dall’autore, ma di profumi e immagini la narrazione è colma.
Il finale dà sfogo alla fantasia. In seguito al rientro a Catania, dovuto alla gravidanza di Ninetta, forse Giovanni non tornerà più nella sua casa milanese, o forse sì. Al lettore, la possibilità di scegliere l’epilogo che più lo soddisfi. Nella vita, d’altra parte, questo non può mai farsi; ma con i libri, se da essi si è in grado di prendere tutto quanto possono dare, ciò diventa incredibilmente possibile.(Tratto da: www.italialibri.net)

GENERE DI NARRATIVA:
on Giovanni in Sicilia è un classico della nostra letteratura e, come tale, gode delle molteplici conseguenze che questa posizione comporta: l’eterna memoria, tanto per dirne una, così come l’acquisito marchio del “capolavoro”. Con ciò non s’intende affibbiargli il tributo de “il romanzo d’una vita” ma, se Brancati si fosse limitato solo ad esso, probabilmente sarebbe risultato molto più che un buon progetto portato a termine. (Tratto da: www.italialibri.net)

P.S. Ricorda che i personaggi di Brancati ono quasi tutti pervasi da una forte ironia!
kikkamilla92
kikkamilla92 - Habilis - 170 Punti
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Grazieeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!!Sei grande...
paraskeuazo
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Bravissimi francy e mario!!
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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Grazie para anche tu! :lol
mitraglietta
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mitka la nostra Filosofa....evvai!!! saresati da spossare!!!!! :love:love:love:love
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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;););););););)GRAZIEEE;););););););)
IPPLALA
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Brava Francyyyyy... sei mitica... chiudo?
mitraglietta
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si poi dopo ke dico di niente alla mitika Fra!!!! anzi dai fai kiudere a me!!! please????
IPPLALA
IPPLALA - Mito - 101142 Punti
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Ok!

Pagine: 12

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