flavia220590
flavia220590 - Sapiens - 370 Punti
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ciao raga mi potreste aiutare nel fare un commento sulle quattro nobili verità del buddismo...... grazie mille aiutatemi prima delle sette please vi prego

Questa risposta è stata cambiata da eleo (09-12-13 14:40, 2 anni 11 mesi 29 giorni )
sedia90
sedia90 - Genius - 9848 Punti
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aiutati con questi:
1)il budhismo non è in realtà una religione ma uno stile di vita,la sua nascita è antecedente alla
nascita del pensiero del creatore unico che si ha con ebrei,completato con il cristianesimo,e ingarbugliato con i musulmani; il budhismo, è un proseguo della mentalità del tempo che era politeista,non aveva ancora intravisto il creatore unico, ma si completa nelle tecniche di indirizzo del pensiero positivo, e nelle tecniche di rilassamento per il raggiungimento della pace assoluta, tutto questo va contro il concetto d'uomo moderno,problematico,pieno di dubbi,e alla continua ricerca di una verità,che forse ci è impossibile raggiungere.

2)Alla base della dottrina buddhista troviamo le Quattro Nobili Verità. Si narra che il Buddha, meditando sotto l'albero della bodhi, le comprese nel momento del proprio risveglio spirituale.

1.Duhkha: "esiste la sofferenza esistenziale".
2.Samudaya: "esiste un'origine della sofferenza esistenziale"
3.Nirodha: "esiste l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale"
4.Marga: "esiste un percorso di pratica da seguire per emanciparsi dalla sofferenza esistenziale".

spero di esserti stata d'aiuto
Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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Il "Dhammacakkappavattana Sutta" (od anche "Dharmaçakrapravartana Sutra" in sanscrito)
il "Discorso della messa in moto della ruota del Dhamma" (od anche Dharma in sanscrito)

È il primo discorso pubblico del Buddha, tenuto al parco dei cervi nei pressi di Sarnath vicino Varanasi (attuale Benares) nel 528 a.C. all'età di 35 anni, dopo che nei pressi del villaggio di Bodhgaya dello stato del Bihar (stato fra i più poveri dell'India) aveva raggiunto il "risveglio spirituale", detto "satori" nel Buddhismo Zen.

Questo discorso è quindi anche detto "Discorso di Benares", fondamentale per il Buddhismo, che da questo primo discorso pubblico prese le mosse e può considerarsi avviato anche come prima comunità iniziale buddhista (sangha) formata proprio da quei cinque asceti che lo avevano abbandonato anni prima sfiduciati, dopo essere stati a lungo i discepoli più vicini a lui.

In questo discorso si identifica il Buddhismo come "La Via di Mezzo" in cui si riconosce che la retta condotta risiede nella linea mediana di condotta di vita (majjhama patipada) evitando eccessi ed assolutismi.

Nell'occasione di questo sermone il Buddha rivela le "Quattro Nobili Verità", frutto del proprio "risveglio spirituale" testè raggiunto.

Eccone di seguito l'elenco:

1. Duhkha: "esiste la sofferenza esistenziale".
Nella vita dell'Uomo è insita una sofferenza di tipo esistenziale: essa affligge l'Uomo a motivo dell'impermanenza della situazione esistenziale che lo accompagna dalla nascita e per effetto della sua nascita immersa nel "samsara".
Questa sofferenza esistenziale si rivela ed è percepita non solo quando si constata l'ineluttabilità di malattia, vecchiaia e morte, ma anche quando si è costretti al contatto con ciò che non si ama come, ad esempio, contatti, connessioni, relazioni, interazioni con persone, cose od eventi che ci dispiacciono.
Ma non solo in questi casi: la sofferenza esistenziale si rivela ed è percepita anche quando si è costretti alla separazione da ciò che si ama, come quando uno è privato di visioni, suoni, odori, sapori o sensazioni tattili desiderabili, gradevoli, attraenti, oppure come quando uno non riesce ad ottenere contatti, connessioni, relazioni, interazioni con persone, cose od eventi che producono il suo bene, il suo benessere, il suo agio, la sua libertà dalla schiavitù, od infine quando uno debba subire la forzata separazione da madre, padre, fratelli, sorelle o da amici, compagni, parenti amati. La frustrazione dei desideri è una delle più usuali percezioni del "duhkha", della cosiddetta "sofferenza esistenziale".
Più in generale, la constatazione che viene fatta nella "Prima Nobile Verità" è che esiste nella vita dell'Uomo una sofferenza esistenziale associata all'impermanenza di tutte le cose, al fatto che ogni cosa è destinata a finire.
2. Samudaya: "esiste un'origine della sofferenza esistenziale"
La sofferenza esistenziale non è colpa del mondo, né del fato o di una divinità; né avviene per caso. Ha origine dentro di noi, dalla ricerca della felicità in ciò che è transitorio, spinti dal desiderio (trsna, in pali: «tanha» o «brama») per ciò che non è soddisfacente. Si manifesta nelle tre forme di kamatrsna o «desiderio di oggetti sensuali»; bhavatrsna o «desiderio di essere»; vibhavatrsna o «desiderio di non essere».
3. Nirodha: "esiste l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale"
Per sperimentare l'emancipazione dalla sofferenza esistenziale, occorre lasciare andare trsna, l'attaccamento alle cose e alle persone, alla scala di valori ingannevoli per cui ciò che è provvisorio è maggiormente desiderabile.
4. Marga: "esiste un percorso di pratica da seguire per emanciparsi dalla sofferenza esistenziale".
È la strada da intraprendere per avvicinarsi al nirvana.
Esso è detto il «Nobile Ottuplice Sentiero»


* Il Nobile Ottuplice Sentiero

La "Quarta Nobile Verità" consiste nel "Nobile Ottuplice Sentiero" (ariyo atthangiko maggo) che conduce alla piena ed esaustiva realizzazione spirituale buddhista attraverso il superamento di quel condizionamento costituito dalla sofferenza esistenziale che si accompagna alla vita dell'Uomo sia dalla sua nascita e sia a motivo della sua nascita (samsara).


* Gli elementi del "Nobile Ottuplice Sentiero"

Possono essere considerati secondo tre tipologie. Questo ordinamento, però, non significa affatto che esista un albero gerarchico fra gli otto elementi, né tanto meno che esista un ordine di successione e di importanza fra di essi. Tutti quanti gli otto elementi sono coltivati comtemporaneamente nella pratica buddhista e ciascuno interagisce in una realizzazione sinergica con gli altri.

*
o la "prima tipologia" riguarda la «saggezza» (pañña).
1. Retto intendimento (samma ditthi) cioè il riconoscimento delle "Quattro Nobili Verità" attraverso la loro corretta conoscenza e la conseguente loro corretta visione.
2. Retta risoluzione (samma sankappa) cioè il corretto impegno sostenuto dalla corretta intenzione nel padroneggiare il trsna (l'attaccamento al desiderio di vivere, alla brama ed all'avidità di esistere, di divenire o di liberarsi, al desiderio di affermare il proprio «sé esistente») in modo da manterene la corretta aspirazione che consegue alla corretta motivazione, al fine di non lasciarsi condizionare dalla «sete di esistere», causa del Samsāra.
o la "seconda tipologia" riguarda la «moralità» (sila).
1. Retta Parola (samma vaca) cioè l'assunzione della personale responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che esse non producano effetti nocivi agli altri e di conseguenza a noi stessi; ciò significa anche che il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso.
2. Retta Azione (samma kammanta) cioè l'azione non motivata dalla ricerca di egoistici vantaggi, svolta senza attaccamento verso i suoi frutti. È anche "l'azione che si conforma correttamente alla situazione", nel senso in cui non c'è più distinzione fra l'azione individuale e personale e l'azione del karma cosmico in relazione all'evento in cui l'agire individuale e personale si determina. In questo caso il corretto agire individuale armonizza in modo talmente perfetto il karma specifico prodotto dall'azione individuale al karma cosmico, da non consentire più che il karma individuale si distingua da quello universale e di esso viene quindi a costituire una sua intima ed indistinguibile componente. Per questo motivo la "retta azione" è anche considerata un "agire senza agire".
3. Retta Condotta di vita (samma ajiva) cioè vivere in modo equilibrato evitando gli eccessi, procurandosi un sostentamento adeguato con mezzi che non possano arrecare danno o sofferenza agli altri. Questo comporta anche la corretta padronanza delle proprie intenzioni, in modo che esse siano sempre orientate e dirette lungo la linea mediana di condotta di vita (majjhama patipada) attraverso una corretta azione (samma kammanta).
o la "terza tipologia" riguarda la specificità della «meditazione buddhista» (samadhi).
1. Retto Sforzo (samma vayama) cioè lasciare andare gli stati non salutari e coltivare quelli salutari. Significa anche confidare nella bontà della propria pratica buddhista perseverando con un corretto ed equilibrato impegno nello sforzo, motivato dalla fede (saddhâ) che al buddhista praticante proviene dai risultati ottenuti nell'avanzamento lungo il persorso della propria personale realizzazione spirituale e nell'avanzamento verso una sempre maggiore capacità di esercitare una corretta azione (samma kammanta) nella propria pratica buddhista.
2. Retta Consapevolezza (samma sati) cioè la capacità di mantenere la mente priva di confusione, non influenzata dalla brama e dall'attaccamento (trsna)
3. Retta pratica della meditazione (samma samadhi) cioè la capacità di mantenere il corretto atteggiamento interiore che porta alla corretta padronanza di sé stessi durante la pratica della meditazione (dhyāna).
Nel Buddhismo Zen si usa il termine giapponese "zanmai" anziché il termine sanscrito "samadhi", con lo stesso significato di raggiungimento del livello più elevato di "unione", riunificazione, identificazione del sé individuale con la realtà esistente. L'uso del termine "zanmai" è particolarmente indicato nel caso dell'ottavo elemento dell'ottuplice sentiero, poiché esso implica uno stato interiore nel quale la mente è assolutamente libera da distrazione ed è assorbita in intensa e decisa concentrazione, la quale, correttamente applicata, è una specifica caratteristica richiesta nella "retta pratica della meditazione"


Vi sono quattro dhyāna (sanscrito) o jhana (pali).

1. Il primo dhyāna è una condizione di soddisfazione dovuta alla riflessione e all'investigazione.
2. Il secondo stadio è la tranquillità senza riflessione nell'investigazione.
3. Il terzo porta all'assenza di ogni condizionamento proveniente dal trsna che sta alla base della sofferenza, premessa questa indispensabile al conseguimento del successivo stadio.
4. Il quarto consiste nel nirvana, cioè nel superamento della sofferenza esistenziale attraverso il "pensiero-senza-pensiero" e l' «agire-senza-agire» conseguenti alla realizzazione del perfetto «risveglio spirituale buddhista», la cosiddetta "buddhità", vale a dire la «qualità di Buddha» presente in ogni essere umano, talvolta anche definita con il termine «vacuità».

La parola dhyāna è all'origine della parola sinogiapponese zen: quando il Buddhismo arrivò in Cina, fu adattata alla lingua cinese (chan). In seguito il Buddhismo fu introdotto in Giappone e un'importante scuola porta questo nome.
(tratto da Wikipedia)


La dottrina buddhista si fonda sulle Quattro Nobili Verità, che Buddha comprese sotto l’albero della Bodhi (= illuminazione), e sugli strumenti pratici attraverso i quali ogni discepolo può realizzare la liberazione dal dolore-esistenza, cioè l’Ottuplice Sentiero che porta alla meta salvifica.

Per realizzare le quattro Sante Verità (sul dolore, sull’origine del dolore, sulla soppressione del dolore, sulla via che porta alla soppressione del dolore) il discepolo deve passare dalla sua condizione di ignoranza a quella di conoscenza liberatrice attraverso una via lunga e difficile.

La verità sul dolore fa emergere il carattere negativo dell’esistenza nella sua condizione fluttuante dalla nascita alla malattia, alla vecchiaia e alla morte. Distruggere il dolore, l’esistenza, il samsara (che è il circolo della vita: sam-sar = girare intorno; nascita-morte-rinascita) è pervenire alla consapevolezza delle quattro Verità.

La prima Verità (durka) fa prendere coscienza che la nascita è dolore, la malattia è dolore, la vecchiaia è dolore, la morte è dolore, la separazione da ciò che si ama è dolore, l’impossibilità di soddisfare i propri desideri è dolore.

La seconda Verità (samudaya) insegna che il dolore ha origine nella sete del piacere, nella sete dell’esistenza, nell’attaccamento agli esseri e alle cose.

La terza Verità (nirvana) insegna che la sete dell’esistenza può essere soppressa di struggendo totalmente il desiderio, rinunciandovi: si raggiunge così il Nirvana.

La quarta Verità (marga) spiega in che modo si può spegnere la sete dell’esistenza. Preferiamo illustrarla attraverso la spiegazione di uno studioso del buddhismo, G. Tucci. "L’individuo muore ed è soggetto a vecchiezza; morte e vecchiezza esistono solo in quanto esiste una vita, e la vita c’è in quanto c’ è una esistenza; l’esistenza c’è in quanto c’è un attaccamento, questo presuppone la sete, e la sete c’è siccome c’è la sensazione. La sensazione a sua volta esiste in quanto esiste il contatto, noi diremmo la percezione, e questa è possibile in quanto ci sono gli organi sensori; ma questi, a loro volta, presuppongono un individuo, e l’individuo presuppone il vijnana (coscienza) che ne costituisce l’individualità vera e propria. Il vijnana, però, è condizionato dalle predisposizioni o forze, le quali, a loro volta, sono in quanto c’è l’ignoranza".



Conseguenze

Conseguentemente, l’ignoranza, riferita in modo concreto alla non conoscenza della dottrina delle Quattro Verità, è la causa prima del ciclo dell’esistenza e del dolore. Ogni fenomeno sensibile ha una causa, che a sua volta è l’effetto di una causa anteriore: perciò è condizionato e dipendente. Allo stesso modo ogni condizione di vita è assoggettata a tutte le cause che la precedono nella catena e a tutte le cause che la seguono; di essa si può solo affermare l’impermanenza, il carattere di precarietà e di transitorietà. E solo una fase del divenire. La stessa legge di condizionamento si applica ai fenomeni della coscienza e alla personalità: ogni individuo ha delle predisposizioni, cioè è condizionato dalla catena delle cause, dal flusso dell’esistenza (la catena nascita-morte-rinascita = samsara). Egli è formato da anima e coscienza, non sono mai separabili e sono composti da cinque gruppi di aggregati fenomeni:

rupa, la parte corporea o sensibile;

vedana, la sensazione di piacere e di dolore;

samjna, la percezione, la rappresentazione;

sankhara, le predisposizioni, le forze attive ed elementari che si originano dal karma (la legge di causa ed effetto) e determinano la vita;

vijnana, la coscienza.



L'Ottuplice Sentiero

Dopo il faticoso cammino della presa di coscienza delle tre Verità, la quarta Verità indica al discepolo la via per raggiungere la salvezza, il nirvana (= estinzione), inteso come totale liberazione dal dolore e dalla catena delle esistenze. Gli strumenti o Ottuplice Sentiero sui quali si fondano l’etica e le tecniche ascetiche buddhiste sono:

1. la Retta Fede, cioè l’incondizionata adesione alle quattro Verità;

2. la Retta Risoluzione, cioè l’impegno a tenere lontano da sé ogni desiderio, odio o malizia;

3. la Retta Parola, cioè l’astensione dalle parole false;

4. la Retta Azione, cioè l’astensione dall’uccidere esseri viventi, dal furto dall’adulterio;

5. il Retto Comportamento di vita, cioè la pratica di tutte le norme del parlare e dell’agire ;

6. il Retto Sforzo, cioè la volontà di incrementare le qualità buone;

7. il Retto Ricordo, cioè la condizione della mente priva di confusione che aiuta a perseverare nella via di salvezza e a non cedere ai desideri;

8. la Retta Concentrazione, cioè il raccoglimento della mente che disperde la falsa concentrazione e porta allo stato di abolizione della coscienza e alla non-coscienza.

La liberazione quindi non dipende soltanto dalla conoscenza dell’ignoranza, ma anche dall’osservanza delle norme (sîla) di comportamento.
([url=http://209.85.135.104/search?q=cache:XILq5zXKMX0J:www.astori.it/religione/Buddismo/buddism3.htm+quattro+verit%C3%A0+nobili+buddismo&hl=it&ct=clnk&cd=4&gl=it&lr=lang_it]tratto da qui[/url])
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