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L’equivalenza di calore e lavoro

Verso la metà del XIX secolo i dubbi di Rumford e di altri (Young, Davy, Ampère) sulla natura del calore erano stati pressoché dimenticati e la teoria del calorico dominava incontrastata, nonostante tutti da Rumford a Ampére avessero ormai sconfessato la verità di questa teoria, nessuno si era preoccupato di portare avanti la rivoluzione in merito a questa e il processo era morto apparentemente. Tra 1842 e il 1847 tuttavia diversi ricercatori,operando indipendentemente, a proporre una completo rovesciamento della descrizione: il calore in quanto tale non si conserva; se e a sue spese si produce forza viva (energia cinetica), esso diminuisce; quando scompare forza viva, come nel caso dell’attrito, ulteriore calore nasce, e tutto ciò secondo proporzioni fisse.
Le figure più notevoli, che operarono questa rivoluzione furono Julius Robert Mayer, James Joule, e Hermann Helmoltz. Non è facile capire cosa mosse quasi contemporaneamente tanti ricercatori a convergere sulo stesso risultato.

Probabilmente i tempi erano maturi, perché i loro percorsi furono molto diversi.
Mayer fu mosso da considerazioni generali sulla unitarietà soggiacente alla varietà dei fenomeni, tesi sostenuta dalla Naturphilosophie di Schelling, che permeava l’ambiente germanico all’epoca; Joule fu mosso dall’evidenza sperimentale; Helmoltz fu mosso da una visione riduzionistica impregnata di meccanicismo, che implicava un’estensione ai fenomeni non strettamente meccanici della legge di conservazione dell’energia meccanica.

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