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Realtà: teoria della visione della realtà

Appunto sulla teoria della visione della realtà

E io lo dico a Skuola.net
La teoria è una visione della realtà
La parola teoria che significa “vedere”, “ contemplare” potremmo dire allora che una teoria è una specie di “visione”.

Un‘unica realtà può ammettere più ipotesi
Osservando un’immagine ci rendiamo conto che da una stessa situazione si possono ipotizzare diverse spiegazioni, formulare cioè su di essa diverse “ teorie” o “modelli” ci consentano di “vederla” in maniera diversa.
Nel caso del nostro grande cielo tutte le ipotesi risultano ugualmente plausibili e, a seconda di quale scegliamo , la realtà che abbiamo sotto gli occhi assumerà i tratti di un insieme di cerchi bianchi caotico, oppure ordinato secondo cerchi concentrici, o linee di fuga o spirali o figurazioni irregolari.

La teoria può modificare l’esperienza
Il nostro piccolo esperimento dovrebbe darci l’idea di quanto un’assunzione teorica posso modificare ciò che vediamo e sperimentiamo. Ma quale modello di realtà dovremmo allora accettare, perchè?
La scienza contemporanea ci ha messo di fronte a domande di questo genere perché modificando i modelli teorici che spiegano la nostra esperienza essa ha nello stesso tempo modificato profondamente la nostra idea di realtà.
Galileo disse che una teoria corrisponde alla realtà. Nel ‘900 le teorie sono solo medelli della realtà che cambia in funzione delle diverse conoscienze.

Olismo e paradigmi
C’è una certa indipendenza delle teorie scientifiche rispetto ai fatti osservati. Esse sono infatti nè vere nè false ma , solo più o meno comode o efficaci, a seconda dello scopo a cui devono servire.
Il matematico francese Poincarè era giunto a questa conclusione in seguito alla scoperta delle geometrie non euclidee. Fin dall’antichità la geometria euclidea era considerata un esempio di teoria scientifica “vera”. La scoperta della geometria non euclidea segnò la fine di questa convinzione. Questo portò alla considerazione del carattere puramente formale delle teorie.
Secondo Duhem esiste una scienza ipotetico-deduttiva. Infatti nelle scinze bisogna distinguere le leggi sperimentali che si riferiscono a eventi e grandezze direttamente osservabili dall’impalcatura teorica, ovvero dalla “teoria” su cui queste stesse leggi sono organizzate. Una teoria, quindi, si basa su ipotesi che non pretendono di enunciare relazioni vere tra proprietà reali dei corpi.

Paradigmi che modificano la visione della realtà
Con l’introdursi di un nuovo paradigma, fenomeni che prima venivano scritti in un certo modo vengono descritti in maniera completamente diversa quello che”vediamo”, insomma,non è un puro dato percettivo estrapolabile dalla teoria, ma è profondamente segnato da questo paradigma, nel senso che solo in base a esso è identificabile e descrivibile in un modo piuttosto che in un altro per Kuhn accede nella percezione della realtà qualcosa di simile a ciò che succede in un famoso esperimento della psicologia della forma nel quale una stessa figura viene vista in 2 modi completamente diversi. Secondo la psicologia della forma, da esperimenti di questo genere risulta evidente che le percezioni non sono il risultato o la somma di singoli dati sensoriali, ma presuppongono una configurazione, una “forma” che li organizza in questo o in quel modo. Allo stesso modo, secondo Kuhn, i mutamenti paradigmatici comportano ad una “trasformazione del mondo” sicchè “quelle che nel mondo dello scienziato prima della rivoluzione erano anatre appaiono dopo come conigli”.

L’osservazione è carica di teoria
Hanson mostra che la visione non è semplicemente uno stato fisico determinato dall’eccitazione della nostra retina a causa di impulsi luminosi, ma un’esperienza che presuppone un’elaborazione concettuale, “ sono le persone a vedere, non i loro occhi”.
Non è dunque il meccanismo percettivo a consentirci di identificare ciò che vediamo come un determinato oggetto o fenomeno:perchè questo sia possibili è necessaria anche una configurazione di tipo concettuale.

Una teoria ha quindi la funzione di fornire un quadro concettuale dello sfondo. Esse si formano per “retroduzione” e “abduzione” cioè riconducendo quanto viene osservato a una teoria che lo possa spiegare vale a dire a una congettura o ipotesi.
Verificazione ed enunciati osservati
Intorno agli anni Venti del XX secolo alcuni filosofi, dettero via a un movimento noto come “neopositivismo” o “neoempirismo”, che si proponeva di rifondare la conoscenza su basi empiriche.
Per questa impostazione i neopositivisti si rifacevano alla distinzione tra proposizioni scientifiche , che raffiguravano correttamente i fatti e proposizioni non scientifiche, che non si riferiscono in nessun modo a fatti possibili.Tra i fondatori e i maggiori esponenti del neopositivismo, Moritz Schlick tentò di precisare ulteriormente il concetto di concezione raffigurava in particolare cercando un criterio per decidere quali proposizioni sono riferibili a fatti e quali no.
Il punto da cui bisogna partire per un’analisi delle proposizioni è la considerazione che non tutte le proposizioni raffigurano stati di cose “c’è un anello su un libro” descrive una situazione. Ma una proposizione come “vi è un anello o non vi è” non dice assolutamente nulla, non descrive alcun fatto; essa infatti è una proposizione analitica, valida in virtù della sua semplice forma che esprime una verità formale. Noi però definiamo “conoscenza” una proposizione come “c’è un anello su un libro” e non come “vi è o non vi è un anello” la conoscenza non può ridursi a una verità formale; dunque le verità dotate di un contenuto conoscitivi rimandano all’idea di una corrispondenza di giudizi e fatti: proposizioni sintetiche.
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