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Giambattista Vico

Vico, nel 1700, contesta la filosofia cartesiana. Un'obbiezione di Vico, che in una sua orazione insiste sul concetto di educazione, che fa un tutt'uno con l'etica. Ciò che noi impariamo non sono altro che i principi dell'educazione
Dire che tutto è sototposto al dubbio, come faceva Cartesio, significa negare l'educazione. Questo è ciò che Vico reputa un pericolo nel metodo cartesiano. Cartesio intravvede il problema e cerca di prevenirlo con la morale provvisoria. Si ha il problema di capire com'è la vera realtà. Cartesio non scriverà mai un'etica.
Nel suo unico trattato, le passioni etiche non saranno una morale ma un discorso previo; da quel metodo, infatti, non è proprio possibile arrivare ad una morale. L'educazione non può essere spazzata via e il metodo deve essere trasmesso. La teoria di Cartesio, invece, annienterebbe la tradizione e quindi anche l'educazione. Per Cartesio tutto ciò ha portato ad un abbassamento delle passioni nei tempi moderni. Le passioni sono quelle affezioni nelle quali l'anima è integrata alla corporeità. La corporeità è chiusa nella nostra razionalità e le passioni dell'anima restano quindi lontane dalla morale.
Per poter operare liberamente, l'anima deve aiutarsi con la saggezza, ma Vico si rende conto che questo non può avvenire perchè nel cartesianesimo non esiste la retorica. Tacito fu molto importante per questa teoria e Vico lo cita insieme a Francesco Bacone. Vico infatti esce fuori dagli schemi cartesiani e li contesta.
I presupposti del metodo cartesiano impediscono di capire in che modo bisogna usare la saggezza.
Vico si pone anche il problema del "l'altro Io" (=lo vedo ma non so se esiste). L'"altro" è un dato razionale e non più un fondamento dell'etica.
L'etica moderna è un'etica deontologica, dedita al dovere di vedere la ragione e il proprio "Io". L'"altro" sparisce un pò dalla visione.

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