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Umanesimo

Periodo: L’età dell’Umanesimo e del Rinascimento va dalla fine del Trecento alla metà del Cinquecento, quando il Concilio di Trento (1545) apre la fase della Controriforma e la pace di Cateau-Cambresis (1559) quella del dominio spagnolo in Italia. Al suo interno si distinguono due fasi divise dal 1492 (morte di Lorenzo il Magnifico e scoperta dell’America): la prima raggiunge il massimo splendore nella Firenze di Lorenzo de’ Medici; la seconda manifesta forti momenti di crisi religiosa con la nascita della Riforma protestante (1517) e in Italia un periodo di crisi politica per la crescente debolezza del particolarismo. Diverso il discorso per la letteratura. Nell’età che va dalla fine del ‘300 al Concilio di Trento si distinguono tre momenti:
1. il primo, detto Umanesimo civile, va dalla fine del Trecento all’ascesa, come signore di Firenze, di Lorenzo de’ Medici (1469). Vi prevalgono gli interessi umanistici nel senso stretto della parola: il latino diventa la lingua letteraria dominante e la trattatistica, lo studio delle letterature antiche e la filologia hanno il sopravvento sull’attività creativa in senso stretto. In realtà si pongono in questo periodo le basi filosofiche e culturali della nuova civiltà;
2. il secondo momento, detto Umanesimo volgare o Umanesimo accademico-cortigiano corrisponde all’età di Lorenzo dei Medici (1469-1492) ed è caratterizzato dalla rinascita della letteratura in volgare a cui si aggiunge una forte produzione di “letteratura umanistica” in latino;
3. il terzo momento, dalla morte del Magnifico al Concilio tridentino, costituisce il Rinascimento vero e proprio con la sua massima fioritura nel primo trentennio del XVI secolo. In esso l’attività creativa ed artistica è predominante, il volgare ritorna la lingua letteraria per eccellenza e si giunge ad una complessiva riformulazione dei canoni e dei generi letterari.

Dove si sviluppa: La culla dell’Umanesimo e poi del Rinascimento è l’Italia e in particolare Firenze. Il nostro paese continua così a mantenere la sua funzione di guida nel campo culturale, delle arti e dei costumi che già era emersa nel ‘300 grazie a Dante, Boccaccio e Petrarca. Tuttavia l’Umanesimo è un fenomeno sovranazionale: mira a costituire una comunità internazionale di dotti che usano tutti la stessa lingua, il latino, e si riconoscono negli stessi valori. Infatti l’Umanesismo si svilupperà non solo nell’Europa occidentale (Spagna, Francia e Germania) ma anche in quella orientale (Boemia, Ungheria e Polonia)

Concetti di Umanesimo e Rinascimento: L’Umanesimo è la cultura della civiltà rinascimentale. Esso costituisce il momento ideologico-culturale, “il pensatoio” di ciò che verrà realizzato nelle creazioni letterarie e artistiche tra la fine del XV secolo e la prima metà del ‘500.
Il termine ‘umanesimo’ è storiografico e designa una civiltà (dalla fine del XIV a tutto il XV secolo) che ha avuto il proprio fine culturale nel recupero filologico dei classici latini e greci e nell’affermazione dei valori terreni dell’individuo che quei classici avevano appunto esaltato. L’humanista è l’insegnante di humanae litterae (litterae=dottrine humanae= che riguardano l’uomo), quelle discipline che in epoca classica erano definite studia humanitatis cioè secondo la definizione di Cicerone la grammatica, la retorica, la poesia, la storia e la filosofia.
Gli intellettuali di questo periodo hanno in sé la coscienza di una differenza fra humanitas e divinitas cioè fra mondo umano-naturale e mondo religioso e sentono la diversità tra una scrittura dedicata al mondo naturale e quella invece consacrata al divino, distinzione assente nel Medioevo. Solo a partire dalla fine del Trecento lo studio della letteratura latine e greca, pagane ed estranee alle divinae litterae, diviene rivendicazione dei diritti dell’uomo naturale, come appunto in età classica. E la riscoperta del mondo classico diverrà indispensabile premessa culturale del Rinascimento.
Inoltre il concetto di humanitas serviva a evidenziare una proprietà tipica degli uomini e cioè il desiderio di conoscenza, che li distingue dagli altri esseri viventi e a cui deve essere subordinata, nella concezione umanistica, la vita del saggio.

L’Umanesimo riscopre e riflette su elementi di novità emersi qua e là anche in epoca medievale: l’individualismo, la laicizzazione della cultura, la sottolineatura del carattere naturale della vita, la ripresa dei classici. Sicuramente elemento di novità indiscussa è il senso del passato: la cultura umanista ha la percezione precisa di un distacco e di una distanza, sconosciuta invece alla cultura medievale: il passato non viene più assimilato ingenuamente al contemporaneo, ma invece considerato nella sua autonomia come una realtà diversa e lontana dunque separato dal presente.

La centralità dell’uomo: Il termine Umanesimo rinvia ad una collocazione centrale dell’uomo rispetto alla realtà e alla storia: nella logica umanistica l’universo non ha senso se non in rapporto all’uomo, centro e perno dello sterminato sistema di relazioni pensato dall’intelligenza divina al momento della creazione. Il celebre disegno di Leonardo da Vinci, conservato nel cosiddetto ‘Codice Atlantico, ritrae, inscritta in un cerchio, una figura umana, che per la simmetria e le sue perfette proporzioni simboleggia nella maniera più diretta la concezione umanistica della centralità dell’uomo nell’universo e del suo essere “misura di tutte le cose”. L’uomo, quindi, non è più lo spregevole peccatore condannato ad un’esistenza di espiazione, come tendeva a considerarlo l’ascetismo altomedievale, ma il figlio prediletto di Dio, creatura privilegiata destinata al dominio del mondo e ad una vita serena, illuminata dalla luce benefica dell’intelligenza. Pur tra incertezze e contraddizioni, i valori dell’Umanesimo si impongono e si trasformano progressivamente, da cultura di élite, riservata a un limitato gruppo di intellettuali, ad una mentalità e visione del mondo diffuse in larghi strati della società. Nel culto degli studia humanitatis, che sottolineano le grandi potenzialità implicite nella natura razionale dell’uomo, gli umanisti ritrovano la conferma e la legittimazione di quei valori di dignità e di grandezza dell’uomo e della sua storia che costituivano il fondamento della loro elaborazione teorica.

La nuova figura dell’intellettuale-cortigiano: La figura dell’intellettuale-cortigiano costituisce la grande novità dell’età umanistica e dipende dal mecenatismo signorile. È anche vero che a Firenze e a Venezia, in cui permangono a lungo le istituzioni repubblicane (Umanesimo civile), sopravvive fino al 1430/1440 la figura dell’intellettuale-legista cioè notaio o politico. Esso proviene dall’alta borghesia cittadina che detiene il potere e promuove in prima persona l’affermazione e la diffusione degli ideali di rinnovamento culturale e questi intellettuali-uomini di legge ricoprono ruoli dirigenti all’interno dell’amministrazione statale. Nell’Umanesimo cortigiano di Milano, Ferrara, Mantova,Roma, Napoli gli intellettuali provengono per lo più dalla nobiltà cittadina e dalle famiglie mercantili e vivono una condizione necessariamente subordinata nei confronti del potere, anche se non priva di rivalsa e a volte di rivendicazione di una superiorità morale ed intellettuale. Essi, vivendo a corte, praticano e teorizzano l’otium letterario (la separazione dagli impegni pratici per dedicarsi agli studi) a differenza dei rappresentanti dell’Umanesimo civile che sostengono il primato della vita attiva.

Comunque alla metà del secolo XV anche a Firenze con il dominio mediceo scopare la figura dell’umanista civile e prevale quella dell’intellettuale che vive a corte sotto la protezione del signore. A seconda che i committenti siano i vari signori oppure il Papato e la Chiesa si affermano due carriere: quella dell’intellettuale-cortigiano e quella dell’intellettuale-chierico. Con il ritorno del Papato a Roma dopo la ‘Cattività avignonese’ e la trasformazione della curia pontificia in una vera e propria corte signorile, gli intellettuali chierici nel ‘400 saranno molto più numerosi di quelli cortigiani: la curia appare infatti più stabile e soprattutto ha bisogno di un apparato culturale più vasto e complesso che esige la creazione di un numero maggiore di posti di lavoro e promuove carriere ecclesiastiche di sostegno agli intellettuali fatte di privilegi e benefici.
Rivalità tra le corti, congiure e repentini cambi di potere signorile, competitività all’interno della stessa corte promuovono una forte mobilità in tute e due le carriere e così gli scrittori di questo periodo vengono definiti anche “erranti per mestiere”.Questa mobilità favorisce un vasto scambio di epistole, quasi sempre in latino, con le quali i singoli o gruppi di letterati si scambiano fitte comunicazioni.
In questo tipo di inquadramento del ceto intellettuale si modifica progressivamente anche il concetto di libertà: essa cessa di essere un requisito politico e diventa invece una condizione privata di sufficiente indipendenza, collegata alla possibilità di dedicarsi interamente all’otium umanistico e da ricercarsi con continui spostamenti.
Così l’intellettuale assume sempre maggiore coscienza di essere uno specialista e di far parte di un ceto sociale ormai autonomo e separato. Si dice che l’ascesi medievale si laicizza: la separazione dal mondo non è più strumento per la salvezza dell’animo dal peccato, ma per realizzare un ideale mondano di saggezza e di sapienza (non mancano tuttavia casi individuali o veri e propri movimenti che sovrappongono ideali cristiani e umanistici, il cosiddetto Umanesimo cristiano, in genere da parte di intellettuali-chierici). La libertà come garanzia dell’otium creerà così il mito di una ‘repubblica delle lettere’ sovranazionale, lontana dagli affari quotidiani, abitata da spiriti superiori che amano gli studi classici e la filosofia. A mano a mano però che gli intellettuali diventano sempre un corpo separato di letterati e non ha più una immediata funzione sociale rivolta alla collettività, questo restringimento reale dei compiti pratici viene ideologicamente capovolto in un ampliamento ideale della loro missione considerata altamente civilizzatrice e in una rivendicazione, quasi corporativa, di superiorità. Si tratta di un vero e proprio risarcimento ideologico di una situazione pratica di impotenza e di frustrazione.
Il sistema ideologico elaborato dagli intellettuali umanisti
Lo spazio, a differenza dell’età medievale, viene dominato. Attraverso la scoperta della prospettiva nell’arte il suo controllo diventa tangibile: viene geometrizzato, calcolato, studiato secondo misure e proporzioni che dimostrano una netta e superiore capacità di dominio dell’uomo sull’ambiente, sconosciuta agli uomini del Medioevo.
Per quanto concerne il tempo vi è la tendenza a dominarlo e ad economizzarlo. Il suo uso oculato (legato alla civiltà mercantile dell’età precedente) è il modo in cui l’uomo cerca, con la sua ‘industria’ e con la sua ‘virtù’ di contrastare il cieco destino, la ‘fortuna’, che altrimenti spadroneggerebbe nella sua esistenza (ricordi Boccaccio?). Elemento sicuramente di novità è invece quanto già detto sul passato. La cultura umanista ha la percezione precisa di un distacco e di una distanza, sconosciuta invece alla cultura medievale. L’età classica, nell’immaginario quattrocentesco, diventa una sorta di mitica età dell’oro da far rivivere nel presente. L’uomo del XV sec. non si sente soggiogato dall’epoche classiche, ma spinto ad imitarle o addirittura a rivaleggiare con esse. Nessuno pone in discussione che si debba imparare dagli antichi: ma ci deve limitare ad imitarli oppure la loro lezione consiste nel non assumere altri modelli all’infuori della natura? Cioè Cicerone e Virgilio costituiscono un modello perché offrono un sistema già perfetto da riprodurre al presente oppure perché si sono rifatti direttamente alla natura e dunque insegnano che non esistono modelli? Emerge comunque la piena rivalutazione della natura e del piacere e la rivendicazione del valore superiore della cultura dell’uomo saggio che studia e conosce la natura. La natura diventa una realtà positiva da imitare e non più espressione del demonio; si cerca di conciliare il piacere che la natura offre con i valori religiosi. Abbandonate le virtù stoiche della rinuncia, si cerca di armonizzare caritas cristiana e tradizione epicurea del piacere.
L’umanista poi concepisce il linguaggio come strumento della mente: parlar bene, in modo adeguato e conveniente, significa tradurre in parole le esigenze razionali della vita associata e dunque collaborare alla virtù e alla felicità degli uomini. Ma la parola viene esaltata anche per se stessa, come retorica ed arte del bel discorso e come strumento per conquistare la gloria. Il fine dell’attività intellettuale cessa di essere sociale e diventa individuale: si identifica nella fama e nel successo secondo schemi individualistici sconosciuti nel Medioevo o per lo più subordinati ad un superiore scopo etico-religioso. Si assume il modello della gloria antica sia, da parte dei principi, come giustificazione del mecenatismo, sia, da parte degli intellettuali, come legittimazione della loro ricerca di libertà privata, della loro sete di onori e di riconoscimenti. Il Quattrocento è così il secolo dei ‘certami’ letterari, delle elargizioni di doni, di denaro, di cariche e di onorificenze dei signori agli artisti.
L’umanista immagina poi un’ideale gerarchia sociale al cui vertice sta l’uomo saggio, il filosofo, lo studioso della natura, il cui modello di vita viene preferito a quello stesso del principe che governa gli Stati. Questa superiorità ideale dell’uomo di lettere condizionerà per secoli la figura dell’intellettuale: orgoglio di casta, nobiltà della propria missione, pretese ideologiche di una missione universale al di sopra delle classi e dei conflitti sociali, individualismo competitivo, il disprezzo per chi non è colto e il disinteresse per questioni politiche segneranno a lungo la figura dell’intellettuale nei vari periodi storici dopo il XV secolo.

Le corti e l’organizzazione della cultura: Il mecenatismo delle corti diventa nel Quattrocento un fattore determinate nella produzione e nell’organizzazione della cultura. Esso nasce da obiettivi politici e di prestigio, poiché il Principe tende a consolidare la propria casata di fronte ai cittadini e il suo Stato di fronte agli altri Signori, ma di fatto promuove uno sviluppo culturale altrimenti impensabile. Il principe mecenate è disposto ad accogliere gli artisti presso la sua corte, a sostenerli, a proteggerli e a finanziare le loro opere. Il mecenatismo svolge un ruolo essenziale nel favorire la diffusione e lo scambio di idee tra gli uomini di cultura, e spesso i Signori fanno a gara nel dimostrare generosità e splendore, commissionando progetti grandiosi per la realizzazione di opere figurative, architettoniche ed urbanistiche. Risulta un uso improduttivo delle risorse economiche dello stato e se per il momento genera splendore artistico al periodo alla lunga sarà una delle cause della crisi italiana. D’altra parte il mecenatismo favorisce una mentalità e una serie di atteggiamenti negativi. Prima di tutto l’artista dipende dal Signore e spesso può essere costretto a contraccambiare i suoi benefici con l’adulazione e il servilismo. Inoltre il favore dei principi consente la formazione di quei cenacoli di studiosi che si chiamano Accademie che, all’origine sono centri nei quali si elaborano e si confrontano le idee, ma che nei secoli si ridurranno spesso a fonte di sterile conformismo letterario. Tuttavia i rischi del mecenatismo, che s’intuiscono fin dal suo nascere, produrranno i loro effetti negativi solo molti decenni dopo. In questo periodo comunque si ampliano i centri di ricerca e di formazione culturale già esistenti o ne nascono dei nuovi
La cultura umanistica produce anche una nuova teoria dell’educazione, per la quale la formazione dell’individuo si fonda sullo sviluppo equilibrato ed armonioso del corpo, mente e spirito. In base a questo principio il rapporto tra insegnati e studenti si trasforma profondamente rispetto a quello tradizionale: ne nascono scuole aperte al libero scambio delle idee, più dialettiche e fertili di entusiasmo.

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