Thomas Hobbes

La filosofia di Hobbes rappresentò l’alternativa del XVII secolo alla filosofia di Cartesio, non solo perché la filosofia di Cartesio era legata alla metafisica, mentre quella di Hobbes era legata a presupposti materialistici, ma anche perché i due filosofi scorgeranno nella ragione tecniche molto diverse.
Thomas Hobbes nacque a Westport nel 1588. Studio a Oxford ma la sua formazione fu dovuta ai suoi continui contatti con l’ambiente culturale. Visse a lungo a Parigi, dove fu anche amico di Cartesio. Le sue opere più importanti furono il “Leviatano”, pubblicato nel 1651, e la trilogia “De Cive”, “De Corpore” e “De Homine”, dove espose il suo sistema in maniera completa. Gli ultimi anni della sua vita gli occupò in polemiche (ad esempio difese la corporeità di Dio con il vescovo Bramhall). Morì a Londra nel 1679, a 91 anni.

La filosofia di Hobbes ha come unico scopo quello di porre i fondamenti per una società pacifica e ordinata; lui pensava che questo fosse possibile solo grazie ad un potere assoluto dello stato. Egli crede che sia inutile una filosofia basata sulla metafisica (utilizzata ad esempio da Aristotele, o dallo stesso Cartesio), ed è per questo che egli cerca di creare una filosofia puramente razionale, che escluda il soprannaturale, che escluda ciò che fu affermato dagli autori antichi e che prenda spunto esclusivamente dalla natura.
Egli ha costruito la sua politica per analogia alla geometria sul fondamento di alcuni principi necessari (secondo Hobbes, la necessità di una scienza politica è un riflesso della necessità che agisce nelle volontà umane). Hobbes afferma l’esistenza di due “postulati certissimi della natura umana”, dai quali discende l’intera scienza politica:
1. la bramosia naturale: ogni uomo vuole tutto per se ciò che è comune a tutti;
2. la ragione naturale: ogni uomo cerca di evitare una morte violenta come il più grande dei mali naturali.
Il primo di questi postulati esclude che l’uomo, per natura, sia un “animale politico” (infatti lo considera un “animale egoista”), ma non nega che gli uomini abbiano bisogno gli uni degli altri, non affermando, però, che essi abbiano un istinto alla benevolenza ed alla concordia reciproche naturalmente. Hobbes perciò nega l’esistenza di un amore naturale dell’uomo verso il suo simile. Secondo Hobbes, questa benevolenza non produce società grandi e durature, ma produce solo timore reciproco (e la causa di questo timore è, in primo luogo, l’uguaglianza di natura fra gli uomini, a causa della quale tutti desiderano la stessa cosa, e poi la volontà naturale di danneggiarsi a vicenda, o semplicemente l’antagonismo derivato dal contrasto delle opinioni). Il diritto di tutti su tutto fa si che lo stato di natura sia uno stato di guerra incessante di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes). In questo stato non c’è nulla di giusto: ognuno ha diritto su tutto, compresa la vita degli altri. Ma questo “diritto” non ha niente a che fare con la legge della natura, la quale consiste nell’eliminazione o nella limitazione di questo diritto. Si tratta, più che altro, di un istinto alla sopravvivenza, sicuramente non contrario alla ragione. Tuttavia è proprio da questo istinto (che è a tutti gli effetti un diritto nello stato di natura) che porta alla guerra continua di tutti contro tutti.
Questa condizione di guerra, tuttavia, non può realizzarsi totalmente, perché se così fosse, il risultato sarebbe l’estinzione della specie. Si ha conferma di questo nel girare armati, o nel chiudere a chiave l’ingresso di casa, o nell’essere protetti da agenti. Se non esistesse la ragione, la condizione di guerra totale sarebbe insormontabile: quindi è la ragione naturale che suggerisce all’uomo la norma o il principio generale da cui discendono le leggi naturali del vivere civile.
Per Hobbes, come per tutti gli esperimenti del Giusnaturalismo moderno (contrariamente agli antichi ed agli stoici) la legge naturale è un prodotto della legge umana, la quale è un’attività finita o condizionata dalle circostanze in cui opera, una tecnica calcolatrice capace di prevedere le circostanze future e di operare in vista di esse le scelte più convenienti (Hobbes è un determinista, in quanto crede che nulla avvenga per caso e che l’uomo sia spinto sempre dal proprio egoismo, e grazie a ciò tutto può essere previsto). Pertanto le norme fondamentali della legge naturale sono dirette a sottrarre l’uomo al gioco spontaneo e autodistruttivo degli istinti ed a imporgli una disciplina, come tecnica di autoconservazione.
Esistono delle leggi su cui si basa questa tecnica di autoconservazione:
1. cercare di mantenere la pace e quando ciò non è possibile, cercare di usare i vantaggi della guerra;
2. non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te;
3. bisogna stare sempre ai patti e osservare sempre la parola data.
L’atto fondamentale che segue il passaggio dello stato di natura allo stato civile è quello compiuto in conformità della seconda legge naturale, cioè la stipulazione di un contratto con il quale gli uomini rinunciano al diritto illimitato dello stato di natura e lo trasferiscono ad altri.
Questo trasferimento è indispensabile affinché il contratto possa costituire una stabile difesa per tutti. Solo se ciascun uomo sottomette la sua volontà ad un unico uomo o ad una sola assemblea, e si obbliga a non fare resistenza all’individuo o all’assemblea cui si è sottomesso, si ha una stabile difesa della pace e dei patti di reciprocità in cui essa consiste.
La teoria hobbesiana dello stato è comunemente ritenuta tipica dall’assolutismo politico.
Hobbes infatti insiste:
 sull’irreversibilità e unilateralità del patto fondamentale (una volta costituito lo stato, i cittadini non possono dissolverlo, negando ad esso il suo consenso);
- sull’indivisibilità del potere sovrano (questa divisione non garantirebbe neppure la libertà dei cittadini);
- sull’appartenenza allo stato del giudizio sul bene e sul male (giacché la regola che consente di distinguere tra bene e male, è data dalla legge civile e non può essere affidata all’arbitrio dei cittadini);
- sulla prerogativa di esigere obbedienza anche per ordini ritenuti ingiusti o peccaminosi da parte dello stato;
- la stessa sovranità esige che escluda la liceità del tirannicidio;
- la negazione che lo stato sia comunque soggetto alle leggi dello stato.
Ciò però non significa che la teoria di Hobbes non ponga dei limiti all’azione dello stato: lo stato non può comandare a nessuno di uccidere o ferire se stesso o una persona a lui cara, di non difendersi, di confessare un delitto sotto comando. Per tutto il resto, il cittadino è libero su tutto ciò che il sovrano ha omesso di regolare con le leggi. Lo stato invece è sempre libero e non ha obblighi; egli è una specie di “anima della comunità”, e come tale lo stato congloba in se anche l’autorità religiosa e non può riconoscere un’autorità religiosa indipendente: perciò chiesa e stato coincidono.

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