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Thomas Hobbes: lo Stato Assoluto

Thomas Hobbes, orientato su una concezione fortemente materialistica, tenta di descrivere lo Stato di Natura, risalendo a una ipotetica condizione originaria dell’uomo prima che fosse parte di una civiltà. Secondo il filosofo britannico, l’uomo è governato da Passioni (dal lat. patire, i condizionamenti dell’istinto) che a loro volta sono dominate dall’egoismo (pensare a se stessi: l’uomo è corpo). La prima regola cui l’uomo si attiene, è la conservazione della vita. La sua legge nonché principio è il sopravvivere, per cui non ci sono né benevolenza né pietà. Per natura, quindi, è aggressivo e tende a impossessarsi di tutto ciò che desidera. Inoltre tra gli uomini, afferma, c’è uguaglianza poiché tutti gli individui si trovano nella medesima condizione. Per questo motivo ostenta uno spiccato pessimismo antropologico: l’uomo, per natura, è predisposto a non aggregarsi e a porsi in una situazione di conflitto con gli altri suoi simili. Per Hobbes, l’uomo è essenzialmente egoista ed aggressivo per la sua legge di sopravvivenza che mira a perseguire i propri obiettivi e finalità, poiché l’istinto prevalente è la conservazione naturale. E’ evidente come questa affermazione sia esattamente contraria a quella classica-aristotelica, in cui l’uomo è considerato un “animale politico” che si aggrega proprio come altre specie tipo le formiche e le api. Smentisce questa concezione classica, sostenendo che gli animali possiedono solo l’istinto che, gli permette di creare un progetto istintivo immutabile nel tempo. Mentre, gli uomini possiedono la ragione e la parola attraverso cui possono modificare la realtà ed imporsi. Per questo motivo, non possono essere associati al mondo animale. L’uomo dunque è anche ragione (intesa come capacità di calcolo), accumula esperienze e le memorizza in parole, con le quali comunica poi con i suoi simili. Egli valuta gli aspetti positivi e negativi delle azioni e gli attribuisce un nome, da cui derivano anche i nomi dell’etica come “buono” e “cattivo”, che non sono altro delle convenzioni. Ogni uomo, definisce e valuta buono, ciò che gli è utile e procura piacere mentre cattivo, tutto ciò che gli arreca danno e inappagamento. Se lo Stato di natura determina l’idea del diritto di tutti rispetto a tutto, tutti gli uomini sono allo stesso livello e hanno gli stessi diritti. L’uomo di natura è “HOMO HOMINI LUPUS”, intendendo un rapporto aggressivo di conflittualità. L’individuo, secondo Hobbes, si trova in uno stato di pericolo e rischio perché potrebbe aggredire, ma ugualmente c’è il pericolo di restare vittima di un’aggressione, per cui prospetta una guerra di tutti contro tutti “BELLUM OMNIUM CONTRA OMNES” in cui l’uomo vive costantemente la paura del pericolo e della morte (contraria al principio di sopravvivenza). Di conseguenza, l’uomo si troverà di fronte alla constatazione che lo Stato di Natura, sarebbe capace di contraddire il principio su cui egli stesso si sostiene, cioè quello di libertà. Perciò, il principio di conservazione di sopravvivenza è in crisi. Sorge spontaneo l’interrogativo allora, del perché l’uomo che vive nello stato di natura, abbia fondato lo Stato. Hobbes sostiene che l’uomo di natura si pose il problema di mettersi d’accordo con gli altri uomini, stabilendo un contratto tra pari che potesse salvaguardare l’unico bene che l’uomo in realtà possiede, la Vita, siccome lo Stato di natura gli si rivolta contro. Per questo motivo, stabilisce un Patto che è cesura della vita di natura a civile. Fornite queste premesse, gli uomini decidono in modo consenziente di trasferire in altro quel diritto assoluto, alienando tutti i diritti in un Ente assoluto (dal lat. absolutus, cioè sciolto dal patto) svincolato da tutti che non deve partecipare al patto e gestisce anche l’ambito religioso. Questa soluzione è lo STATO ASSOLUTO, cui l’uomo ricorre per garantirsi la vita. Di conseguenza fra l’uomo e il potere si crea una dipendenza totale, dal momento che è inattuabile un senso di concordia. L’opera in cui, Hobbes espresse questo concetto è il Leviatano, il cui titolo si riferisce al mostro biblico dell’Antico Testamento dalla forza leggendaria. Lo Stato assoluto, infatti, viene paragonato a un mostro che deve necessariamente trasmettere paura e timore con la sua autorità per custodire l’ordine e la pace necessari.

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