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Thomas Hobbes

Gli interessi principali di questo pensatore non sono tanto metafisici, quanto politici. D'altronde la sua filosofia matura nel contesto della guerra civile inglese degli anni 40 del Seicento. Ebbe una vita particolarmente lunga (circa novant'anni) che coprì l'intero XVII secolo.
La distinzione tra Hobbes e l'altro grande filosofo politico inglese del Seicento, Locke, deriva soprattutto dal diverso periodo storico in cui sono vissuti. Nell'Inghilterra del Seicento infatti ci sono state due diverse rivoluzioni: quella degli anni Quaranta e quella definita "gloriosa" degli anni Ottanta (epoca in cui vive Locke): mentre la prima è una vera e propria guerra civile, la seconda, definita gloriosa perché senza spargimento di sangue, è considerata come un fatto altamente positivo in quanto segna la fine di una monarchia oppressiva e la nascita della monarchia parlamentare inglese.

Per Hobbes, che vive durante la guerra civile, la cosa più importante, affinché si evitino guerre civili, è la sicurezza mentre per Locke la libertà.
Hobbes resta sempre legato alla monarchia ed in particolare nutrì grande simpatie per la monarchia assoluta. La posizione di Hobbes è però del tutto laica: fino ad allora infatti i sostenitori della monarchia si appoggiavano al diritto del sovrano di regnare per volere divino, Hobbes invece sostiene che nello stato assoluto Dio non centri niente, sono gli uomini guidati dalla loro ragione a rinunciare a parte della loro libertà in favore di un'istanza superiore. Si tratta quindi di uno Stato assoluto il cui fondamento primo è il consenso dei cittadini.
Hobbes fonda la sua politica su una base fisico-matematica. Egli ha una concezione piuttosto riduzionistica delle scienze, ritiene infatti che queste possano essere ridotte d una sola, la fisica, e che da essa derivi quindi la biologia e dalla biologia derivi a sua volta la sociologia, quindi la politica che diventa una sorta di fisica-sociale.
Per risolvere il problema lasciato da Cartesio su quale fosse il rapporto tra res cogitans e res extensa (Cartesio era ricorso alla ghiandola pineale) Hobbes elimina direttamente la res cogitans (spiritualità), sostenendo quindi che le uniche cose esistenti siano i corpi (la materia) la cui caratteristica è la misurabilità in termini matematici e, ciò che a noi sembra spirituale, altro non è che una manifestazione della res extensa.
Per spiegare cosa siano quindi le sensazioni, Hobbes, dice che tutto parte da uno stimolo esterno che genera (in termini meccanicistici) un movimento dalla periferia del corpo verso il centro (che per lui può essere tanto il cuore quanto il cervello), al centro si genera un altro moto che si identifica con la sensazione. Le sensazioni sarebbero quindi una forma di microscopico movimento. Le idee sarebbero invece solo nomi che ci permettono di raggruppare tante cose in categorie.
L'eliminazione della res cogitans comporta inoltre la caduta della distinzione netta tra uomo e animale che Cartesio aveva proposto, per Hobbes gli uomini sono macchine tanto quanto gli animali.
Hobbes introduce una novità anche sul piano etico nel definire cosa sia il bene e cosa il male.
In tutte le filosofie il bene è sempre stato ciò verso cui si deve tendere e il male ciò verso cui non si deve tendere, ad esempio per Epicurro il bene era il piacere, per Aristotele la felicità e per Platone il Bene in sé (idea del Bene). Per una filosofia meccanicistica come quella di Hobbes questa definizione di bene e male non può essere accettata, secondo lui non esisterebbero cose buone stabilite a priori a cui l'uomo deve aspirare ma l'uomo agisce in maniera tale da autoconservarsi: reagendo così opterà per tutto ciò che gli consentirà di sopravvivere. Il bene per Hobbes è quindi ciò che l'uomo di fatto sceglie e il male ciò che l'uomo di fatto evita.
Sulla base di questa idea di bene e male si genera il comportamento individuale ma a Hobbes, da politico, interessa maggiormente quello collettivo.
Hobbes ritiene che lo stato di natura di ogni uomo è una stato di bellum omnium contra omnes dove ciascuno mira alla propria autoconservazione a discapito degli altri. Per natura l'uomo non è quindi incline ad essere socievole. A questo punto interviene la ragione , della quale tutti gli uomini dispongono nella stessa misura, e suggerisce loro di uscire dal precario stato di natura. Si esce dalla stato di natura per entrare nello stato civile nel momento in cui gli uomini stringono un patto, una sorta di contratto sociale con il quale rinunciano a farsi violenza gli uni contro gli altri e abbandonano tutti i loro diritti per affidarli ad un terzo (il sovrano) che può tutto su chi si è tolto i diritti tranne togliere loro il diritto alla sicurezza.
Nel momento in cui questo personaggio viene investito del potere, stabilisce leggi con le quali decreta cosa è bene e cosa è male. A differenza dello stato di natura in cui il bene era ciò che garantiva agli uomini di autoconservarsi, nello stato civile bene e male dipendono esclusivamente da ciò che vuole il sovrano.
Quindi Hobbes con le sue idee ha fondato il nucleo teorico dell'assolutismo affermando due cose:

1 che non esiste nessun diritto prima dell'instaurazione dello stato civile, nello stato di natura vige il diritto del più forte e ciascuno è nemico di tutti (homo homini lupus). Lo stato civile infatti, per severo che possa essere, è l'unica vera fonte del diritto e così come può fornire diritti ai cittadini può anche sottrarglieli.
2 che le modalità del contratto sociale sono il fondamento stesso dello Stato assoluto. Il contratto di cui parla Hobbes non è un contratto tra cittadini e sovrano (come sarà in seguito sostenuto da Locke) ma tra cittadini e cittadini. Il Sovrano, non stipulando alcun contratto, si limita a raccogliere i diritti che i sudditi hanno abbandonato e non ha doveri o regole cui attenersi. Ecco allora che il sovrano è assoluto (dal latino assolvo) ciò sciolto, slegato dagli obblighi semplicemente per il fatto che non ha firmato alcun contratto.

Queste idee sono coerenti e comprensibili se si considera che Hobbes visse durante la guerra civile che Hobbes stesso spiega come un momentaneo ritorno al retrogrado stato di natura a causa della mancanza dello stato come autorità suprema.
L'opera più famosa di Hobbes, nella quale spiega le sue teorie politiche è il Leviatano, che prende il nome da un mostro mitologico dell'Antico Testamento. Il Leviatano non è altro che lo Stato stesso, presentato come un mostro positivo. Nella prima edizione dell'opera compare un curioso disegno, un grande uomo con la corona sul capo composto da tanti piccoli omisi. Lo Stato per Hobbes infatti non è altro che un insieme di corpi e, poiché il corpo è spiegabile in termini meccanici, così deve essere spiegato anche lo Stato.

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