Arthur Schopenhauer

A) L’ambiente familiare, la formazione e i riferimenti culturali. Schopenhauer nasce a Danzica nel 1788 da una famiglia benestante. Il padre era un mercante abile che, durante la Rivoluzione francese e l’ascesa al potere di Napoleone, riuscì ad accrescere il patrimonio di famiglia. Il giovane Arthur, può considerarsi un privilegiato, grazie alla fortunata condizione familiare che gli consente di viaggiare e conoscere paesi e ambienti stimolanti sul piano umano e culturale. Questo tipo di esperienza lo indirizza a chiudersi in se stesso e a alimentare una visione triste e pessimistica della vita. I temi dominanti delle sue riflessioni giovanili sono infatti quelli sulla morte e sul mistero dell’eternità, sullo smarrimento di fronte alla potenza della natura, argomenti non differenti da quelli che Leopardi affronterà nelle pagine dello Zibaldone. Dopo la morte del padre, si dedicò agli studi classici, in particolare alla filosofia e all’arte greca. In questi anni di studio, Schopenhauer avverte il bisogno di chiarire la propria visione del mondo, in particolare attraverso la filosofia. Platone accende il suo interesse, perché risponde al bisogno di evadere dalla prigione del mondo sensibile per sollevarsi al mondo delle idee di sublime perfezione; Kant lo appassiona, diventando il suo punto di riferimento. In questo pensatore egli trova la critica al realismo (non esiste l’oggetto in sè, ma è una mia rappresentazione); inoltre sostiene che la razionalità non è reale, e la realtà non esiste; si oppone anche all’idealismo, poiché fa prevalere il soggetto sull’oggetto. Di Kant, poi, apprezza la tesi secondo cui nell’uomo c’è una forte aspirazione alla metafisica, ossia ad andare oltre il mondo mutevole e limitato dei fenomeni per attingere (raggiungere) la «cosa in sé» o «noumeno», vale a dire la vera essenza della realtà. Riprendendo Kant, che sosteneva che l’oggetto in sé (essenza) non può essere conosciuto, sostiene che ciò che si conosce è l’oggetto mediante le categorie a priori trascendentali di spazio e tempo, a cui è aggiunta la causalità, poiché l’essere umano è in grado di mettere in relazione causa ed effetto: tutte le cose sono quindi soltanto “fenomeni”, un insieme di connessioni elaborate in virtù dei principi di individuazione e di ragion sufficiente. Inoltre, riprende da Kant anche il concetto di “noumeno”: qualcosa di pensabile ma non dimostrabile, che per lui è l’immensa cieca volontà di vivere. La sua filosofia, oltre a essere antihegeliana, si ispira anche al mondo indiano, nonché fondata sulla noia, sull’infelicità e sul pessimismo. Inoltre, si basa sul senso dell’angoscia, in quanto l’essere umano ha tanti bisogni e desideri che però non tutti possono essere soddisfatti. Il filosofo ha avuto anche un incontro con l’antichissima sapienza orientale delle Upanishad e dei testi buddisti. In questi testi egli ritrova la consapevolezza del carattere breve dell’esistenza. Schopenhauer avverte il bisogno di evidenziare la propria contrapposizione a Hegel, che aveva considerato estranee alla vera filosofia tutte le esperienze culturali precedenti alle teorie dei Greci, e dunque anche la sapienza orientale. Al contrario, Schopenhauer la giudica superiore al cristianesimo, in quanto capace di arrivare alla radice del mistero dell’esistenza (Buddha fu per lui il più alto esempio di moralità).

B) La duplice prospettiva sulla realtà. Schopenhauer mostra ostilità per Hegel e per la filosofia accademica; ma il suo “malumore” è tale da portarlo ad autodefinirsi «spregiatore dell’uomo». Il filosofo è portato ad affermare che chi dimostrerà di non conoscere le sue dottrine «farà la figura dell’ignorante». Il pensiero di Schopenhauer, che ha riscosso grande interesse, è esposto nell’opera Il mondo come volontà e rappresentazione (1818). Schopenhauer in essa intende rispondere alla domanda «che cos’è il mondo?», ponendosi da una duplice prospettiva: 1) quella della scienza; 2) quella della filosofia. Secondo la scienza, il mondo è una “mia rappresentazione”, è come io me la rappresento, perchè nel mondo vi sono molti fenomeni non conoscibili nella loro essenza ma solo tramite le categorie a priori trascendentali di spazio e tempo; secondo la filosofia il mondo è l’immensa cieca volontà di vivere, cioè l’istinto in tutti gli esseri di autoconservazione che per Schopenhauer è il noumeno kantiano. Sostenendo che la vita è un pendolo che oscilla tra noia e infelicità, afferma che ci sono tre vie di uscita da questa sofferenza:

- l’arte, nel quale sostiene che si può identificare in un opera d’arte (valore catartico, di purificazione), allontanandosi così dai pensieri e disattivando i desideri e i sentimenti negativi. La forma più elevata di arte è la tragedia;
- morale: identificato come fratellanza, superamento dell’egoità;
- “noluntas”: migliore forma di uscita, no desiderando più. Essa è realizzata attraverso l’ascesi, che consiste nella soppressione dei desideri e dei bisogni e ha come scopo il raggiungimento del “nirvana”, cioè la dimensione del nulla, inteso come negazione della volontà di vita.
Inoltre, scrisse “Il fondamento della morale” per contrapporsi alla “Critica della ragion pratica”, nel quale Kant tratta della morale insita in ciascuno di noi e delle massime. Nell’essere umano non c’è alcuna legge morale poiché essa nasce dalla paura dell’uomo nei confronti di Dio, della società e della legge. Inoltre, crede che la morale di Kant sembra quasi religione. Il filosofo, però, non si rende conto che ha dato un po’ ragione a Hegel, che aveva affermato che la morale in astratto non è seguita dall’uomo ma deve incardinarsi nello stato: nasce così lo stato etico. Ne “La libertà del volere umano”, Schopenhauer sostiene che la libertà non è presentata come libertà di fare ciò che si vuole, ma nasce dalla consapevolezza; si deve quindi ricercare la libertà del volere, trovando e conoscendo le cause che mi hanno spinto a compiere determinate azioni (libertà da). In questo modo si è veramente liberi: in questo modo, Schopenhauer anticipa Freud, in quanto tenta di capire perchè si è agito in un determinato modo.

C) La realtà fenomenica come illusione e inganno. Il capolavoro di Schopenhauer si apre con la celebre affermazione «il mondo è una mia rappresentazione»: una verità che riguarda tutti gli esseri viventi, anche se soltanto l’uomo è capace di averne coscienza. Dire che il mondo è una mia rappresentazione significa avere la consapevolezza che non è possibile sapere come le cose siano in se stesse, ma soltanto come si presentino nella mia esperienza, cioè in relazione ai miei organi di senso e alle mie facoltà conoscitive. Schopenhauer critica sia il realismo sia l’idealismo: mentre il realismo fa dipendere il soggetto dall’oggetto, l’idealismo risolve l’oggetto nel soggetto. Per il filosofo né il soggetto può essere superiore sull’oggetto né l’oggetto sul soggetto: la conoscenza, infatti, è data dall’unione di entrambi, intesi come le due componenti indissolubili della rappresentazione. È in questo senso che per Schopenhauer tutte le cose sono “fenomeni”: esse si identificano con la realtà che è elaborata nella relazione tra soggetto e oggetto (la rappresentazione). Analogamente a Kant, il filosofo fa coincidere l’ambito della rappresentazione e della conoscenza con il mondo fenomenico; tuttavia, a differenza di Kant che considerava quest’ultimo come l’unica conoscenza certa e oggettiva per l’uomo, Schopenhauer lo intende come una dimensione ingannevole. Riprendendo una dottrina appartenente all’antica tradizione induista, per definire il mondo fenomenico egli utilizza l’espressione maya, “illusione”, la quale allude a un “velo” che cela all’uomo la realtà. Nella seconda parte della sua opera il filosofo tratta dell’essenza del mondo, notando che l’uomo non è solo fenomeno e rappresentazione, ma anche corpo. In quanto tale, sente in se stesso il desiderio di vivere e di autocoscienza. Grazie al proprio corpo, l’uomo può squarciare il “velo di Maya” che nasconde la verità. La volontà è considerata come un impeto cieco e ineliminabile, che lo porta a desiderare sempre nuove cose e lo rende schiavo di una condizione di desiderio inappagato. La vita umana è considerata come un pendolo che oscilla tra il desiderio e la noia, trovando quiete solo nel piacere, inteso come “cessazione di dolore”. L’amara conclusione del filosofo è che nel mondo tutto è sofferenza.

Schopenhauer è stato condizionato dalle opere di Calderon de la Barca e Shakespeare per quanto riguarda la visione della realtà come un sogno. Se i fenomeni non sono colti nella loro essenza, è come se questi fossero nascosti dal velo di Maya.

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