Schopenhauer


(1788 - 1860)

••• Le vicende biografiche e le opere
•• Schopenhauer viaggia in Francia e in Inghilterra. Muore il padre e frequenta l’università. La sua formazione è influenzata dalle dottrine di Platone e di Kant. Assiste alle lezioni di Fichte. Si laurea con la tesi intitolata Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. Dopo essere venuto a Roma e a Napoli, va a Berlino e lì insegna all’Università, ma non ha molto successo. La colera lo costringe a lasciare Berlino. Si stabilisce a Francoforte fino alla morte.
•• Scrive Sulla vista e i colori difendendo le dottrine scientifiche di Goethe, suo amico. La sua opera principale è Il mondo come volontà e rappresentazione. A Berlino pubblica Sulla volontà nella natura e I due problemi fondamentali dell’etica. L’ultima opera, Parerga e paralipomena, è scritta con un linguaggio semplice ed è servita a far diffondere facilmente la sua filosofia tra il popolo: è un insieme di saggi tra cui La filosofia delle università, Aforismi sulla saggezza della vita e Pensieri su argomenti diversi.

•• In vita il filosofo non aveva raggiunto un grande successo. L’indirizzo cupo e anti-idealistico lo portava a essere ostracizzato dai contemporanei e solo dopo il 1848, quando l’ondata di pessimismo colpì l’Europa, allora venne rivalutato.

••• Le radici culturali del sistema
•• Schopenhauer riprende le filosofie precedenti: alcune le ama, altre le odia. Di Platone lo attrae la teoria delle idee. Da Kant, che per lui è il filosofo più originale, prende l’impostazione soggettivistica della gnoseologia. Dall’illuminismo prende il materialismo e l’ideologia. Da Voltaire prende la demistificazione nei confronti delle credenze tramandate (non prende niente per vero). Dal Romanticismo prende l’irrazionalismo, l’importanza all’arte e alla musica, il tema dell’infinito e il dolore. Mentre il Romanticismo vuole risolvere il negativo nel positivo (Dio, storia, progresso…), Schopenhauer ha invece una visione pessimistica della realtà.
•• L’idealismo, per Schopenhauer, è una “bestia nera” che si propone di giustificare sofisticamente le credenze che tornano utili alla Chiesa e allo Stato. Se Fichte e Schelling vengono quasi salvati per la loro originalità, Hegel viene bollato come un falsario della verità, un ciarlatano pesante e stucchevole. Schopenhauer vuole assolutamente la libertà della filosofia e si arrabbia di fronte alla divinizzazione dello Stato fatta da Hegel.

•• Ama l’antico Oriente ed è in sintonia con il pensiero orientale. Ma la sua filosofia non si costruisce intorno a questo e non è affatto influenzata. Ma è tuttavia indubbio che Schopenhauer sia il primo filosofo occidentale a recuperare alcuni motivi, immagini ed espressioni del pensiero orientale, le quali sono ampiamente usate nei suoi scritti. È anche un “profeta” perché scrive che non si riuscirà a cristianizzare il mondo orientale, mentre noi saremo “orientalizzati” dal pensiero orientale.

••• Il “velo di Maya”
•• Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana tra fenomeno (ciò che appare) e noumeno (ciò che è in sé). Ma, se per Kant il primo era la realtà conoscibile e il secondo era l’essenza inconoscibile della realtà, per Schopenhauer il fenomeno è parvenza, illusione e sogno (velo di Maya, dalla sapienza indiana), mentre il noumeno è la realtà che si “nasconde” dietro questo velo ingannevole che il filosofo ha il compito di s-coprire.
•• Mentre per il criticismo di Kant il fenomeno è l’oggetto della rappresentazione e sta fuori della coscienza (anche se viene appreso con le forme a priori) per Schopenhauer il fenomeno è la rappresentazione ed esiste solo dentro la coscienza. Schopenhauer apre il suo capolavoro con l’espressione “Il mondo è la mia rappresentazione”.
•• Questa rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili, e distinguerli significa individuare la forma generale della conoscenza: (1) il soggetto rappresentante; (2) l’oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto sono due “facce” della stessa medaglia e nessuno dei due precede o esiste indipendentemente dall’altro. Il materialismo è falso perché nega il soggetto riducendolo all’oggetto (materia); l’idealismo è falso perché fa l’opposto ed è lo stesso impossibile negare l’oggetto riducendolo al soggetto.

•• Seguendo il criticismo, Schopenhauer crede che la nostra mente (sistema nervoso) possieda una serie di forme a priori e la loro scoperta è per grandissimo di Kant. Ma per Schopenhauer le forme a priori sono solo tre: spazio, tempo, causalità. Questa causalità è l’unica categoria (al posto delle dodici di Kant), perché tutte le altre sono riconducibili a questa e anche perché la realtà di un oggetto si risolve nella sua azione di causa su altri oggetti. Dire “materia” è dire “azione causale”, perché “realtà” viene dal verbo “agire”.
• In sintesi: La rappresentazione è il fenomeno o il “velo di Maya” e consta di soggetto (ciò che conosce ma che non è conosciuto) e oggetto (ciò che viene conosciuto) e si basa sulle forme a priori di spazio, tempo e causalità. Soggetto e oggetto sono inscindibili nella rappresentazione.
•• In Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, Schopenhauer afferma che la causalità assume forme diverse secondo gli ambiti in cui opera: (1) al divenire, necessità fisica, cioè i rapporti causali tra gli oggetti; (2) al conoscere, necessità logica, cioè i rapporti tra premesse e conseguenze; (3) all’essere, necessità matematica, cioè i rapporti spazio-temporali e aritmetico-geometrici; (4) all’agire, necessitò morale, cioè i rapporti tra motivazioni e azioni.
•• Schopenhauer paragona le forme a priori a vetri sfaccettati che deformano la visione delle cose. Dunque la rappresentazione è ingannevole e la vita è un sogno, cioè un tessuto di apparenze (riprendendo il pensiero di Platone, Pìndaro, Sofocle, Shakespeare, Calderón…).
•• Al di là del sogno, però, esiste la vera realtà, e il filosofo che è in ogni uomo non può che interrogarsi circa la sua esistenza. Infatti, per Schopenhauer l’uomo è un “animale metafisico”, portato a stupirsi della propria esistenza e a interrogarsi sull’essenza ultima della vita. Ed è questa “capacità e indole di stupirsi” che lo differenzia dagli altri esseri viventi. Scrive Schopenhauer: “Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, forse non verrebbe in mente a nessuno di chiedersi perché il mondo esista e perché sia fatto così com’è fatto”.

••• Tutto è volontà
•• Per Schopenhauer, la propria filosofia è un’integrazione alla filosofia di Kant, perché trova quella via di accesso al noumeno che per Kant era inarrivabile: si deve lacerare il velo di Maya. Ma come, se la nostra mente è limitata nell’orizzonte della rappresentazione?
•• Se fossimo solo conoscenza e rappresentazione non potremmo uscire dal mondo fenomenico, cioè fuori di noi e delle cose. Eppure siamo dati a noi stessi non solo come rappresentazione, ma anche come corpo. “Ci vediamo” dal di fuori e “ci viviamo” dal di dentro, soffrendo e gioendo, ed è proprio questa esperienza a permettere all’uomo di “squarciare” il velo di Maya: ci rendiamo conto che l’essenza profonda del nostro essere, o la cosa in sé, è la volontà di vivere, un impulso irresistibile. Noi infatti non siamo intelletto o conoscenza, ma vita e volontà di vivere e il nostro corpo è solo la manifestazione esteriore di questa brama interiore che è la volontà di vivere: noi appariamo fuori perché vogliamo vivere dentro (e non: vogliamo vivere dentro perché appariamo fuori). Per esempio: l’apparato digerente è la manifestazione della nostra volontà di nutrirci. Da qui il titolo della sua opera: Il mondo come volontà e rappresentazione.

•• Per esprimere il concetto di supremazia della volontà, Schopenhauer utilizza, per spiegare il rapporto tra volontà e fenomeno (= corpo = intelletto), l’immagine del padrone e del servo, del cavaliere e del cavallo, del sole e della luna.
•• La volontà di vivere, afferma, non è solo il noumeno dell’uomo che squarcia il velo di Maya, ma è anche l’essenza segreta di tutte le cose. La volontà di vivere è la cosa in sé dell’universo e pervade ogni essere della natura secondo gradi di consapevolezza diversi.

••• Dall’essenza del mio corpo all’essenza del mondo
Ma come arriviamo ad affermare che la volontà è l’essenza del mondo intero? Come si arriva dalla mia essenza all’essenza del mondo?
•• Quando vivo il mio corpo, io non lo rendo un oggetto tra gli altri oggetti, ma lo sottraggo alla sua fenomenizzazzione, cioè smetto di usare spazio, tempo e causalità. Mi privo di quegli strumenti che individuano gli oggetti come un insieme di cose distinte tra loro. Infatti, l’essenza del mio corpo non è soltanto “del mio corpo”, perché ha perso i limiti dell’individualità. Per questo si parla di “fenomeni” al plurale (perché operano spazio e tempo) e di “noumeno” al singolare (perché non operano spazio e tempo). Una volta individuata la volontà come essenza noumeni del mio corpo, so che questa essenza si riferisce non solo al mio corpo, ma all’essenza dell’intera realtà.
•• L’io per Schopenhauer è la coincidenza di coscienza, volontà e corpo: non si rinuncia ad alcuna componente umana. Si rivaluta l’individuo nella sua interezza: si scopre l’uomo nella pienezza delle sue facoltà.

••• Caratteri e manifestazioni della volontà di vivere
La volontà, che sta al di là del fenomeno, presenta caratteri contrapposti a quelli delle rappresentazioni, perché si sottrae alle forme a priori di queste rappresentazioni che sono spazio, tempo e causalità.
•• La volontà primordiale è inconscia perché l’intelletto ne mostra soltanto delle possibili manifestazioni secondarie. Il termine “volontà” indica il concetto di energia, di impulso.
•• La volontà è unica, perché esiste al di fuori dello spazio e del tempo, i quali dividono, diversificano e individuano gli oggetti.
•• Essendo al di fuori del tempo, la volontà è anche eterna e indistruttibile, senza inizio e senza fine.
•• Essendo anche al di là della categoria di causa (causalità, o “principio di ragione”), la volontà è anche una forza libera e cieca, cioè un’energia incausata, senza un perché o uno scopo: infatti noi possiamo chiedere a un uomo perché voglia “questo” o “quello”, ma non perché voglia in generale. A questa domanda l’individuo risponderebbe: “voglio perché voglio”, o tradotta: “voglio perché la volontà irresistibile in me mi spinge a volere”. La vita vuole la vita e addirittura la volontà vuole la volontà. Tutto è riconducibile alla volontà. Tutto è volontà.
•• L’unica crudele verità sul mondo è che tutti i miliardi di esseri viventi vivono per continuare a vivere, anche se gli uomini hanno cercato di “mascherare” questa terribile e vuota evidenza con un Dio che dia un senso alle loro azioni e alla loro vita. Ma Dio, nell’universo doloroso di Schopenhauer, non non può esistere e l’unico assoluto è la volontà stessa, che è unica, eterna e incausata, aggettivi di solito attribuiti a Dio o all’infinito.
•• L’unica e infinita volontà di vivere si manifesta nel mondo fenomeno in due fasi: (1) la volontà si oggettiva (diventa oggetto) in un sistema di forme immutabili, a-spaziali e a-temporali, le idee, fondamenta del mondo; (2) la volontà si oggettiva nei vari individui del mondo naturale, che sono la moltiplicazione e l’individuazione delle idee. Tra gli individui e le idee esiste un rapporto di copia-modello, molto simile alla teoria delle idee di Platone: i singoli esseri sono semplici riproduzioni (copie) dell’idea, la quale è l’unico prototipo originario.
•• Il mondo naturale si struttura in una serie di “gradi” dell’oggettivazione della volontà dal più basso (forze generali della natura) al più alto (piante e animali). Questa “piramide cosmica” culmina nell’uomo, perché qui la volontà diventa pienamente consapevole. Ma l’uomo, che ha più coscienza, ha anche meno sicurezza, perché la ragione è meno efficace dell’istinto. Per Schopenhauer, infatti, l’uomo è un “animale malaticcio”.

•••• Il pessimismo
••• Dolore, piacere e noia
•• L’essere è manifestazione di una volontà infinita: volere significa desiderare e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere. La volontà è desiderio e il desiderio è assenza e dolore. Siccome nell’uomo la volontà è più cosciente, quindi più affamata, l’uomo risulta essere il più bisognoso e mancante fra gli esseri viventi, che non troverà mai un appagamento definitivo. La vita, quindi, è dolore.
• Sintesi: volere (desiderio) —> bisogno —> mancanza —> sofferenza.
•• Il “godimento” e la “gioia” dell’uomo sono soltanto la cessazione temporanea del dolore (dello stesso parere sono Pietro Verri e Leopardi, “l’italiano che ha saputo rappresentare in maniera profonda il dolore”). Perché ci sia piacere, bisogna che ci sia uno stato precedente di dolore (esempio: il godimento del bere si percepisce perché prima avevamo la sofferenza della sete). Ma il dolore non è affatto la cessazione del piacere, perché possiamo provare diversi dolori senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri: non vi è rosa senza spine, ma vi sono molte spine senza rose (non sono molto d’accordo: se ci scottiamo, sentiamo più dolore dello stato normale di vita, così come se cadiamo a terra o se muore una persona casa. Possiamo quindi dire che la vita sia dolore (inteso come dolore di base), ma in base a ciò che ci succede possiamo avere un eccesso di dolore (più dolore del dolore di base) o un affievolimento di dolore, cioè una assenza temporanea (meno dolore del dolore di base).
•• Il dolore proviene dal volere ( il dolore proviene dalla sofferenza, quindi dalla mancanza, quindi dal bisogno, quindi dal volere) ed è un dato permanente, mentre il piacere è solo una funzione derivata del dolore, quando per esempio riusciamo a ottenere una cosa che desideriamo, ma poi ci rendiamo conto che abbiamo sempre bisogno di un’altra cosa). Il dolore viene perché siamo insaziabili e vogliamo sempre. Questo concetto di vita fatta di dolore si ha anche nella scrittura: in una storia i protagonisti vivono una vita di dolore perché devono raggiungere uno stato di felicità. Quando lo raggiungono, “cala il sipario”, perché quando il protagonista raggiunge la felicità, si rende conto di non stare meglio di prima.
•• Il dolore è durevole, il piacere è momentaneo. Il dolore è quindi il sub-strato del piacere. La terza situazione che Schopenhauer pone è la noia, che si manifesta quando si spegne (di poco) la brama del desiderio, oppure quando si spengono le preoccupazioni o le attività. La vita umana p un pendolo che oscilla continuamente tra dolore e noia, passando per l’intervallo illusorio del piacere.
••• La sofferenza universale
•• La volontà di vivere è una tensione perennemente insoddisfatta e si rinnova continuamente. Manifestandosi in tutte le cose (anche se in gradi diversi), perché tutto è volontà, il dolore non riguarda solo l’uomo, ma ogni essere vivente. Si parla di volontà cosmica e, quindi, di dolore cosmico. Tutto soffre: fiore che muore, animale ferito, bimbo che nasce e vecchio che muore. L’uomo soffre di più rispetto alle altre creature perché la volontà non è inconscia, ma è consapevole, quindi soffre di più per i propri desideri. È per questa ragione che il genio, con maggiore sensibilità degli altri, soffre più intensamente: “più intelligenza hai, più soffri”, “più conosci, più soffri”. Il male non è solo nel mondo, ma nel principio stesso da cui dipende.
•• L’espressione del dolore si dimostra anche nella lotta di tutte le cose. Dietro le “meraviglie” naturali, si nascondo gli esseri tormentati che si divorano l’un l’altro (homo homini lupus). Ogni animale carnivoro, per esempio, è il sepolcro vivente di altri mille esseri viventi. L’unica volontà si auto infligge dolore e gli individui sono ostili tra loro.
•• L’unico fine della natura è quello di far continuare la vita, quindi anche il dolore che proviene dalla volontà. La nostra vita che a noi ci appare tutto, in realtà è solo un “breve sogno” che serve alla natura per andare avanti con l’esistenza.
••• L’illusione dell’amore
•• Alla natura, quindi, interessa solo la sopravvivenza della specie: per questa ragione esiste l’amore, basilare per l’individuo e quindi anche la filosofia deve interessarsene. L’amore, che prende tutti a prescindere dalle situazioni (età, sesso, orientamenti, religioni, nazionalità, pensieri etc…), è uno dei più forti stimoli dell’esistenza. Addirittura conduce, scrive Schopenhauer, a sacrificare a volte la vita o la salute, la ricchezza o la “felicità”.
•• Ma il fine dell’amore, cioè il suo scopo più alto che serve alla natura, è solo l’accoppiamento. Innamorandoci e lasciandoci affascinare da un bel volto, noi puntiamo all’accoppiamento. Quando soddisfiamo i bisogni sessuali e abbiamo soddisfatto il nostro godimento, in realtà in quel momento ci rendiamo zimbelli della natura, perché siamo stati al suo gioco. La manifestazione di questa “essenza biologica” che si nasconde dietro l’apparente bellezza dell’amore potrebbe essere il caso-limite della mantide femmina (che divora il maschio dopo l’accoppiamento) o il fatto che la donna, dopo aver partorito e allevato i figli, perde la propria bellezza e il fascino che attrae.
•• L’amore serve essenzialmente solo per “far sopravvivere la natura”, cioè perpetuare la vita (e il dolore) della specie. Infatti non c’è amore senza sessualità. Se la passione di Petrarca per Laura, scrive Schopenhauer, fosse stata soddisfatta con il rapporto sessuale, non ci sarebbe stato il suo Canzoniere. Per il fatto che siamo zimbelli della natura quando ci accoppiamo per la procreazione, quando succede inconsapevolmente avvertiamo un senso di vergogna. Questo succede anche perché in questo modo facciamo nascere altre vite che sono destinate a soffrire. L’amore per Schopenhauer sono due infelicità che si accoppiano e danno alla luce una terza infelicità.
L’unico amore positivo è quello disinteressato della pietà, non quello generativo dell’eros.

•••• Un approfondimento: la critica alle varie forme di ottimismo
••• Il rifiuto dell’ottimismo cosmico
•• Aspetto trascurato della filosofia di Schopenhauer è la critica che muove alle “menzogne” (le ideologie) che l’uomo inventa mentendo a se stesso per nascondere la cruda realtà del mondo. Non si trovano sezioni apposite nei suoi scritti, perché Schopenhauer usa la tecnica dello “smascheramento” in tutti i suoi libri. Per questo “smascheramento” potrebbe essere annoverato tra i maestri del sospetto affianco a Marx, Nietzsche e Freud. Innanzitutto, smaschera la “filosofia dello stato”, che è sofistica, dicendo che chi viene pagato per pensare non può certo filosofare liberamente. Polemizza contro gli intellettuali che “si sporcano” con chi sta al potere, smaschera i luoghi comuni e si oppone alle ridicole ambizioni di denaro, potere e gloria. Ma soprattutto se la prende con gli ottimisti che credono al “migliore dei mondi possibili”, i quali li invita a visitare gli ospedali, le prigioni.
•• La visione dell’ottimismo cosmico è sicuramente consolatrice, ma è falsa, perché la vita e il mondo sono espressioni di forze irrazionali e illogiche. L’illogicità è verificabile non solo nella società, ma anche nella natura, dove vige la legge del più forte, o “legge della giungla”.
•• Schopenhauer comincia a delineare un ateismo filosofico poi ripreso da Nietzsche. Verrà un tempo, dice, in cui la credenza dell’esistenza di un Dio creatore non sarà meno inverosimile e ridicola della vecchia teoria astronomica geocentrica degli epicicli.
••• Il rifiuto dell’ottimismo sociale
•• Schopenhauer si scontra anche con la falsa idea della bontà e della socievolezza dell’uomo. L’uomo deve riuscire ad ammettere, infatti, che i rapporti umani sono solo regolati dal conflitto e dal desiderio di sopraffare l’altro. Anche le disgrazie altrui, scrive Schopenhauer, suscitano in noi una nascosta soddisfazione e ogni vantaggio dell’altro ci irrita.
•• In più, gli uomini vivono insieme solo per bisogno, non per simpatia.
•• La natura dell’uomo è dunque maligna: l’uomo è l’animale cattivo per eccellenza perché fa del male all’altro solo per il gusto di farlo e non secondo l’istinto per soddisfare i bisogni. Questo avviene per esempio con la schiavitù oppure con il lavoro minorile per quattordici ore al giorno.
•• Alcuni critici hanno definito Schopenhauer come misantropo (al contrario di filantropo).
••• Il rifiuto dell’ottimismo storico
•• A contrapporlo totalmente all’idealismo, al romanticismo e ai suoi contemporanei è anche la critica a ogni forma di storicismo. L’Ottocento è il “secolo della storia” e la sua cultura ha una fiducia nel progresso illimitato dell’uomo nella storia. È l’unico a contrapporsi ai “dogmi” di questo periodo.
•• Schopenhauer ridimensiona anche il ruolo conoscitivo della storia affermando che non sia una scienza perché procede per eventi e fatti individuali, non per leggi generali. A forza di studiare gli uomini (cioè la storia), si perde di vista lo studio dell’uomo. Si cade nell’illusione che l’uomo muti secondo le epoche. Ma la verità è che “non vi è nulla di nuovo sotto il sole”. Il destino degli uomini presenta dei tratti immutabili.
•• L’unico modo di trattare la storia, in accordo anche con la filosofia (che è una scienza), è quello di usarla per evidenziare la sua ripetitività: ciò che cambia è solo la facciata delle cose, non l’essenza di queste. Si deve passare dalla storia alla filosofia della storia.
•• La storia è solo il ripetersi dello stesso dramma (concezione ciclica della storia). L’umanità si trova da sempre e per sempre nella sua condizione di dolore e si illude che nel futuro, con il progresso e il cambiamento, quel dolore si possa attenuare o addirittura spegnere. La storia, o la filosofia della storia, deve far rendere conto all’uomo il suo vero destino di sofferenza.
• Nota bene: Schopenhauer si auto-definisce pessimista, quindi è consapevole di esserlo.

•••• Le vie della liberazione dal dolore
L’essenza della vita è il dolore.
•• L’esistenza, che è dolorosa, si impara poco per volta a non volerla. Ma la filosofia di Schopenhauer non è una “filosofia del suicidio universale”. Infatti, il filosofo condanna il suicidio, perché è un atto di forte affermazione (e non negazione) della volontà. Il suicida vuole (nel senso di “volontà”) la vita, ma è solo triste per quello che gli succede. Quindi uccidendosi nega la vita, non la volontà. E poi condanna il suicidio perché sopprime solo una delle manifestazioni della volontà di vivere (cioè una sola vita di un solo essere infelice), quindi nasceranno altri mille esseri infelici e sarebbe inutile. Il suicidio, quindi, sarebbe utile solo se eliminasse tutta la volontà, quindi tutta la sofferenza, quindi la volontà.
•• L’unico modo per liberarsi dal dolore sarebbe liberarsi dalla volontà (anche di vivere). Ma come può l’uomo rompere la volontà, che è l’essenza di tutto (anche di se stesso)? Non è possibile. È possibile solo per gli individui eccezionali (geni dell’arte, santi, eremiti…) perché si sono liberati del mondo e di se stessi, annullando la volontà. Quindi quando la volontà (voluntas) arriva alla coscienza di sé si fa negazione (noluntas) di se stessa (coscienza). L’uomo può salvarsi seguendo tre momenti: arte, morale e ascesi.
••• L’arte
•• La scienza è legata allo spazio e al tempo, ma l’arte è conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee (platoniche), quindi alle forme pure delle cose. Nell’arte “questo” amore, “questa” sofferenza e “questa guerra” diventano L’amore, LA sofferenza e LA guerra. Ma l’artista, che contempla le idee è il puro soggetto del conoscere, il puro occhio del mondo.
•• L’arte sottrae l’individuo, quindi, alla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani, offrendo all’artista un appagamento compiuto. Ecco perché Schopenhauer individua nell’arte una funzionedi catarsi: con l’are, l’uomo contempla la vita, non la vive, andando al di sopra della volontà, quindi della sofferenza.
•• Le arti si organizzano secondo una gerarchia, dove alla base si ha l’architettura fino alla poesia.
•• Nella poesia troviamo la tragedia e la musica: la tragedia è l’auto-rappresentazione del dramma della vita. La musica è l’immediata rivelazione della volontà a se stessa ed è l’arte più profonda e universale, perché è una “metafisica sonora”, che ci mette in contatto con le radici stesse della vita e dell’essere.
•• Ogni arte è liberatrice perché procura un piacere che è la cessazione del dolore, che si raggiunge evitando la volontà limitandosi alla disinteressata contemplazione. Ma questa funzione liberatrice dell’arte è pur sempre temporanea, è un “breve incantesimo”, un momentaneo conforto alla vita.
••• L’etica della pietà (morale)
•• L’etica implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. È un tentativo di superare l’egoismo e di fermare la lotta incessante tra gli individui, la quale genera ingiustizia (che è uno dei dolori più grandi per l’uomo). Criticando l’etica di Kant, Schopenhauer dice che l’etica non può venire dalla ragione e non è un ragionamento astratto, ma da un’esperienza già vissuta, che in seguito ci fa avvertire come nostre le sofferenze degli altri (empatia) ed è quindi un sentimento di pietà o di com-passione.
•• Non basta sapere che tutti soffrono. Bisogna anche sentirlo. Quindi non è la conoscenza (sapere la sofferenza) a produrre la moralità (sentire la sofferenza), ma è la moralità a produrre la conoscenza. Attraverso la pietà noi percepiamo (e poi arriviamo alla coscienza e alla conoscenza) l’unità metafisica di tutti gli esseri viventi. Siamo cioè tutti diversi, ma tutti uguali e, soprattutto, un unico elemento. Ferire me è come ferire te. Ferire te è come ferire me. “Questo vivente sei tu”. I tormentati sono distinti fenomenicamente (= fisicamente), ma uniti noumenicamente (= metafisicamente). Fare del male a qualcuno significa non riconoscere l’unità degli essere. Invece ogni atto di pietà verso gli altri significa riconoscere questa unità noumenica, andando oltre il velo di Maya (fenomeno) e oltre i principi moltiplicatori delle idee di spazio e tempo.
•• La morale si concretizza in due virtù cardinali: giustizia (primo freno all’egoismo, che consiste nel non far male e nell’essere disposti a non fare agli altri ciò che non vorremmo sia fatto a noi stessi) e carità, o agápe (che è la volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo; a differenza dell’eros, il quale è egoistico e interessato, l’agápe è l’amore disinteressato e autentico, quindi è la pietà). Ai massimi livelli, con la pietà si fa propria la sofferenza di tutti gli esseri passati e presenti, assumendo su di sé tutto il dolore sociale, storico e cosmico.
••• L’ascesi
•• La morale, nonostante sia una vittoria sull’egoismo, prescinde sempre dalla vita. Cioè, si ha se si è vivi. Con l’ascesi, invece, la liberazione non è solo dall’egoismo e dall’ingiustizia, ma anche dalla stessa volontà di vivere.
•• L’ascesi nasce dall’orrore per la volontà di vivere dell’uomo. L’individuo in questo stato smette di volere la vita e di volere se stesso, eliminando il proprio desiderio di esistere, godere e volere.
•• Il primo grado dell’ascesi è quello della “castità perfetta”, che libera dalla prima manifestazione della volontà di vivere, cioè dall’impulso voluto dalla natura della perpetrazione della specie (e con lei del dolore). Si ricerca l’umiltà, si pratica il digiuno e si rinuncia ai piaceri. Essendo la volontà tutto e unica, se si arrivasse a farla morire in un individuo, morirebbe in tutto il mondo.
•• Solo sopprimendo la libertà di vivere si arriverebbe alla libertà per l’uomo. Se l’uomo prende coscienza del dolore come essenza del mondo, allora sarebbe più propenso a liberarsi della volontà di vivere. Quando raggiunge questo stato, l’uomo diventa libero, si rigenera ed entra in quello che i cristiani chiamano “stato di grazia”, che è l’estasi, cioè lo stato di unione con Dio. Ma nel misticismo ateo di Schopenhauer questo cammino verso la libertà umana raggiunge infine il nirvana del buddismo. Il nirvana è il nulla, che non è il “niente”, ma la negazione del mondo stesso. In quest’ottica, il mondo, pieno di illusioni e sofferenze, diventa il nulla, mentre il nirvana è un tutto, cioè pace e serenità, dove “io” e “soggetto” si dissolvono.
•• Secondo i critici questa teoria “orientalistica” dell’ascesi è la parte più debole e contraddittoria della sua filosofia: se la volontà è tutto, come fa l’asceta ad annullare il tutto? E se la volontà è un volere, come può improvvisamente non volere più se stessa? E la figura dell’asceta che si chiude individualmente dentro di sé non è totalmente opposta alla figura empatica della pietà?

••• Schopenhauer nella cultura moderna e contemporanea
•• Inizialmente non ha fortuna e molte copie della sua più importante opera, Il mondo come volontà e rappresentazione, andarono distrutte. Questo si deve all’impostazione anti-idealistica e pessimistica del sistema che era controcorrente con l’Ottocento, il “secolo della storia”.
•• Dopo il 1848 e l’ondata di pessimismo in Europa, Schopenhauer viene immediatamente rivalutato.
•• Viene amato da Wagner, compositore di musica.
•• Amato per la lotta all’ipse dixit da Kierkegaard, ma crede che il suo pessimismo sia sofistico e irreale.
•• L’influenza più profonda l’ha avuta su Nietzsche.
•• Influenza anche le “filosofie della vita” di Simmel, Spengler e Bergson.
•• Ha influenza anche sulla cultura tedesca del Novecento (Wittgenstein, Jaspers, Heidegger e Horkheimer) e sullo scrittore Thomas Mann.
•• Schopenhauer, poi, anticipa la psicanalisi, cioè la “psicologia del profondo”. Tra tutti i filosofi contemporanei, Schopenhauer è quello oggettivamente più vicino a Freud.
•• In Francia influenza non solo i filosofi, ma gli artisti in generale: Maupassant, Zola, gli impressionisti, i simbolisti. Anche in Inghilterra ha una fortissima influenza, sia sui filosofi (Stuart Mill e gli evoluzionisti), sia sui letterati (George Eliot e Thomas Hardy).
•• In Italia, invece, l’opinione non è stata molto favorevole a Schopenhauer, fin quasi ai giorni nostri.
•• Solo Svevo lo amava e sappiamo dalla moglie di Svevo che egli conosceva tutti i suoi scritti a memoria.
•• Schopenhauer è stato molto criticato in Italia dai pensatori idealisti Croce e Gentile e dai marxisti.
•• Oggi, invece, Schopenhauer suscita anche in Italia un notevole interesse.

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