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Schopenhauer, Arthur - Vita e opere

Appunto di Filosofia moderna che descrive la vita e le opere principali del filosofo Arthur Schopenhauer.

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Arthur Schopenhauer

1) Vita e opere

Arthur Schopenhauer nasce nel 1788 a Danzica da una famiglia agiata. Studia a Berlino, nella cui università in seguito insegnerà senza successo, e si laurea a Jena. Si trasferisce a Francoforte, dove muore nel 1860. Tra i suoi scritti più rilevanti, alcuni saggi dal titolo “Parega e Paralipomena” e “Il mondo come volontà e rappresentazione”, la sua opera più importante.
Schopenhauer può essere considerato un filosofo contemporaneo per tre motivi.
• Il suo pensiero avrà successo soltanto nella seconda metà dell’Ottocento, ovvero dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del 1848 e dopo un diffuso senso di sfiducia in ambito politico, poiché esso non è improntato all’ottimismo dell’idealismo hegeliano, ma al pessimismo e alla perdita di fiducia nella ragione.
• Il suo pensiero pone fine alla centralità e all’autonomia dell’io e sfocia nella negazione dell’individuo e della sua indipendenza: si delinea una sconfitta dell’io, che finisce in balia di una forza –la Volontà- cui difficilmente può sfuggire.
• Schopenhauer si apre alla cultura orientale, soprattutto a quella indiana, grazie agli studi compiuti insieme a Friedrich Mayer, che frequentava i circoli culturali tedeschi. Grazie a questi due personaggi, la tradizione filosofica e religiosa dell’India si affaccia in Europa e aspetti di tale cultura, come il tema del viaggio e dell’esotico, entrano a far parte della mentalità del periodo.
Schopenhauer non ebbe molto successo nel suo periodo: egli fu coetaneo di Hegel, decise di tenere le sue lezioni contemporaneamente a quelle del suo “avversario” contendendosi gli alunni, ma fu oscurato dal suo prestigio.

2) Ritorno al passato

La filosofia di Hegel si presenta come l’ultimo grado di sviluppo della realtà e come l’ultima parola della filosofia. I filosofi a lui contemporanei o immediatamente successivi si rapportano ad Hegel in diversi modi: Schopenhauer rifiutando il suo pensiero, Kierkegaard operando una rottura, Feuerbach attuando un capovolgimento, Marx mediante una demistificazione. Schopenhauer contrappone all’ottimismo panlogistico di Hegel (in base al quale tutta la realtà è manifestazione necessaria della Ragione) un pessimismo irrazionalistico fondato sulla convinzione che il noumeno sia rappresentato non da Idee ma da una Volontà di vivere senza ragione e senza scopo e che la storia non sia un progresso continuo ma la ripetizione incessante di un immutabile dramma di dolore.
Se da un lato Schopenhauer critica Hegel e il suo Idealismo, strumento per raggiungere non la verità ma soltanto il successo e il potere, dall’altro il filosofo propone un ritorno al passato, riprendendo Kant e Platone, e trae spunto dal Romanticismo ed anche dalla cultura orientale, soprattutto quella indiana.
• Schopenhauer considera se stesso l’unico, onesto e critico successore di Kant: riconosce che egli ha effettuato la più grande rivoluzione in filosofia e l’originalità del suo pensiero. Il filosofo riconosce soprattutto la distinzione tra il mondo fenomenico e la realtà in sé: Platone aveva fatto qualcosa di analogo, parlando, nel mito della caverna, di un mondo dell’illusione e di uno della realtà, rappresentati rispettivamente dalle ombre e dalla luce del sole. Anche uno dei testi della religione indiana, il libro dei Veda, ritiene il mondo un incantesimo, un’illusione, un velo alla realtà.
• Dal Romanticismo Schopenhauer riprende alcune tematiche quali l’irrazionalismo, l’importanza dell’arte e della musica, il tema dell’infinito e del dolore.

3) Il mondo della rappresentazione

Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, ma tale distinzione ha poco in comune con quella professata da Kant. Per quest’ultimo il fenomeno è realtà, l’unica realtà accessibile alla mente umana; mentre il noumeno è un concetto-limite che serve da promemoria per ricordarci i limiti della conoscenza umana, una dimensione pensabile ma non conoscibile. Per Schopenhauer, invece, il fenomeno è parvenza, illusione, è una rappresentazione della quale il soggetto è l’unico autore, è ciò che nella tradizione indiana prende il nome di “velo di Maya”; mentre il noumeno è una realtà che si nasconde dietro il fenomeno, che si cela sotto questo velo e che il filosofo ha il compito di scoprire. Schopenhauer trae la conclusione che “la vita è un sogno”, rifacendosi non solo alla cultura greca (Platone, Pindaro, Sofocle) ma anche a quella indiana (filosofi Veda) e a quella seicentesca (Shakespeare e Calderòn de la Barca). Il mondo della rappresentazione è dunque un mondo illusorio poiché non offre delle conoscenze certe: la verità si trova aldilà della realtà e la vera essenza del mondo, che è la volontà di vivere, è adombrata da essa. Dunque il concetto di fenomeno si avvicina più alla filosofia indiana e buddistica che a quella kantiana. La rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili: il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto esistono soltanto all’interno della rappresentazione, nessuno dei due può precedere o sussistere indipendentemente dall’altro, non vi può essere soggetto senza l’oggetto.

Il mondo sensibile viene organizzato mediante lo spazio (posizione che ciascuna cosa occupa in relazione alle altre), il tempo (relazione di successione in cui tutti i fenomeni vengono a connettersi) e la causalità (capacità della cose di produrre effetti le une sulle altre). Kant considerava spazio e tempo due forme pure a priori relative alla sensibilità e la causalità una delle dodici categorie dell’intelletto. Schopenhauer, invece, non opera più una distinzione tra estetica ed analitica e respinge la divisione tra sensibilità e intelletto. La categoria della causalità ha il compito di dare una ragione alla realtà, di spiegare tutti i fenomeni che accadono. Quindi Schopenhauer riprende la concezione di Leibniz in base alla quale vi è una ragione sufficiente che sta alla base della realtà, della verità: “Nessun fatto potrebbe esistere, nessuna enunciazione esser vera, senza una ragione sufficiente perché sia così e non altrimenti”. Leibniz riteneva il nostro mondo il migliore dei mondi possibili, poiché esso dipende da una scelta divina effettuata per un motivo ben preciso. La ragione sufficiente ha una quadruplice radice, cioè assume forme diverse in base agli ambiti in cui opera, e si manifesta come principio del divenire (che regola i rapporti tra gli oggetti naturali), del conoscere (che regola i rapporti tra premesse e conseguenze), dell’essere (che regola i rapporti spazio-temporali) e dell’agire (che regola i rapporti tra un’azione e i suoi motivi). Schopenhauer ha della realtà una visione deterministica, poiché essa non è altro che la successione di cause ed effetti ed ogni fenomeno presenta una radice causale, materialistica, poiché tutto è materia e tutto ha origine da essa, ed atea, poiché il filosofo rifiuta l’esistenza di un qualsiasi Dio.

4) Il mondo della volontà

La filosofia di Schopenhauer si presenta come un’integrazione di quella kantiana, poiché si vanta di aver individuato la via d’accesso al noumeno che Kant aveva precluso. Ma come è possibile lacerare il velo di Maya e trovare il filo di Arianna per attingere l’assoluto? Se l’uomo fosse soltanto conoscenza e rappresentazione, una “testa d’angelo alata senza corpo”, non potrebbe mai uscire dal mondo fenomenico, ovvero dalla rappresentazione di noi e delle cose. Ma poiché l’uomo è dotato anche di un corpo, egli non si limita a vedersi dal di fuori, ma si vede anche dal di dentro, vivendo, godendo e soffrendo. Infatti, ripiegandosi su se stesso, l’uomo comprende che la sua essenza è la volontà di vivere, cioè un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge ad agire e vivere. Il corpo è la manifestazione esteriore dei desideri dell’uomo: l’apparato digerente soddisfa il desiderio di nutrimento, l’apparato sessuale il desiderio di accoppiarsi, ecc… Dunque il corpo può aprire la via verso il noumeno.

La volontà è il concetto portante del pensiero di Schopenhauer: è l’essenza nascosta delle cose, la loro realtà autentica. Se per Hegel la realtà era razionale, per Schopenhauer la realtà in sé, il noumeno, è irrazionale. La volontà non è la dimensione pratica della ragione, come era stata intesa precedentemente, non è volontà cosciente. È forza e pulsazione cieca, pura e semplice volontà di vivere.

Essendo al di là del fenomeno, la volontà presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione, in quanto si sottrae allo spazio, al tempo e alla causalità. La volontà primordiale è innanzitutto inconscia, poiché la consapevolezza e l’intelletto costituiscono soltanto delle possibili manifestazioni; dunque il termine volontà inteso in senso metafisico non si identifica con quello di volontà cosciente, ma con il concetto di energia o impulso, ragion per cui Schopenhauer estende la volontà anche alla materia inorganica e ai vegetali. La volontà è anche unica, poiché non è sottoposta a ciò che i filosofi del Medioevo chiamavano “principium individuationis” (principio di individuazione), ovvero lo spazio e il tempo, che producono l’illusione della pluralità degli esseri: “Soltanto in virtù dello spazio e del tempo ciò che è uno nell’essenza ci appare come diverso e multiplo, sia nella coesistenza spaziale, sia nella successione temporale”. La volontà, essendo al di là della forma del tempo, è anche eterna e indistruttibile, un principio senza inizio né fine. Inoltre è una forza cieca, senza uno scopo e dunque incausata, poiché non è condizionata dalla categoria della causalità. L’uomo infatti può cercare la ragione di una manifestazione o di un'altra, ma non della volontà stessa: egli può sapere di desiderare questo o quello, ma non il perché egli desideri. L’uomo vuole poiché c’è in lui una volontà irresistibile che lo spinge a volere. Miliardi di esseri (vegetali, animali, umani) non vivono che per vivere e continuare a vivere: è questa, per Schopenhauer, l’unica crudele verità sul mondo, anche se gli uomini hanno cercato di mascherare la sua terribile evidenza presupponendo l’esistenza di un Dio che dovrebbe dare un senso alla loro vita. Ma Dio, nell’universo doloroso del filosofo, non può esistere; o meglio, la volontà stessa è l’unico Dio, poiché essa possiede tutte quelle caratteristiche (eternità, incausalità, unicità) che da sempre sono state attribuite a Dio.

La volontà di vivere si manifesta nel mondo fenomenico attraverso due fasi distinguibili: nella prima la volontà si oggettiva nelle idee (intese alla maniera platonica), che costituiscono un sistema di forme immutabili aspaziali e atemporali e che possono essere considerati degli archetipi del mondo; nella seconda la volontà si oggettiva nelle rappresentazioni, nei vari individui del mondo naturale, che non sono altro che la moltiplicazione delle idee filtrata mediante lo spazio e il tempo. Il rapporto che intercorre tra individui e idee è un rapporto di copia-modello. Ma mentre per Platone al di là delle idee non vi era più nulla, per Schopenhauer vi è la volontà. Il mondo della realtà si struttura a sua volta mediante una serie di gradi disposti in ordine ascendente, il più elevato dei quali è occupato dall’uomo, in cui la volontà diviene pienamente consapevole. Ma più coscienza egli acquista, più sicurezza perde, poiché la ragione, come guida della vita, è meno efficace dell’istinto e fa in modo che l’uomo risulti sempre un “animale malaticcio”.

5) dolore, piacere e noia

La volontà di vivere non può realizzarsi totalmente in un essere finito come l’uomo: ciò porta l’individuo all’infelicità e alla sofferenza. La vita, dunque, è ritenuta da Schopenhauer dolore per essenza, poiché volere significa desiderare, desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere. Ciò che gli uomini chiamano godimento (fisico) e gioia (psichica), come sostenuto anche da Pietro Verri e Giacomo Leopardi, è cessazione di dolore, poiché affinché vi sia il piacere è necessaria prima una condizione di tensione e di dolore (ad esempio, il godimento del bere presuppone la sofferenza della sete). Ma se il piacere è assenza di dolore, non si può affermare il contrario, ovvero che il dolore è assenza di piacere, poiché l’uomo può sperimentare una catena di dolori senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri, mentre ogni piacere nasce come cessazione di un determinato dolore: “Non v’è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose!” Quindi, mentre il dolore è un dato primario e permanente, il piacere è solo una funzione derivata dal dolore. Accanto al dolore e al piacere subentra anche la noia, che nasce quando vien meno il desiderio. Di conseguenza Schopenhauer afferma che la vita è come un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia passando attraverso l’intervallo fugace ed illusorio del piacere. L’uomo si illude di essere libero, di poter liberamente scegliere: in realtà egli è strumento della volontà e i suoi atti esprimono l’affermarsi di quest’ultima. L’uomo non è libero, ma vaga senza meta e, ad ogni risultato raggiunto, vede delinearsi altri fini, altre mete: egli non è mai soddisfatto. Non esiste un fine nella storia, ma solo un destino cieco e irrazionale, un ripetersi fatale di vicende prive di senso. La volontà non può mai soddisfare pienamente se stessa, perché se lo facesse cesserebbe di volere, verrebbe meno la volontà stessa e non esisterebbe più il mondo, manifestazione di essa. La volontà, che è un desiderio insoddisfatto, si manifesta come Sehnsucht (desiderio inappagato) e non riguarda soltanto l’uomo ma tutte le creature. Tutto soffre: dal fiore che appassisce all’animale ferito, dal bimbo che nasce al vecchio che muore. Il male non è soltanto nel mondo, ma nel principio stesso da cui esso dipende. L’uomo è colui che soffre maggiormente, poiché in egli è più accentuata la volontà di vivere a causa della maggiore consapevolezza. Schopenhauer perviene così ad una delle forme più radicali di pessimismo cosmico di tutta la storia del pensiero.

6) Le vie di liberazione dal dolore

Al di là di qualsiasi apparenza ingannevole, la vita è sostanzialmente dolore: “L’esistenza risulta tal cosa che si impara poco per volta a non volerla”. Quella di Schopenhauer potrebbe apparire una filosofia del suicidio universale, ma in realtà non è affatto così in quanto egli rifiuta il suicidio per due motivi:
• il suicidio non è una negazione della volontà, anzi è un atto di affermazione della volontà stessa, perché il suicida non disprezza la volontà di vivere ma solo le sue condizioni di vita e tale disprezzo implica il fatto di voler vivere una vita migliore;
• il suicidio sopprime soltanto l’individuo, dunque elimina una sola manifestazione fenomenica della volontà di vivere, lasciando così intatta la cosa in sé; la volontà di vivere è paragonata al sole, che tramonta da un lato ma risorge dall’altro.
Pertanto la vera risposta al dolore non è il suicidio ma la liberazione dalla stessa volontà di vivere. Ma com’è possibile per l’uomo spezzare le catene della volontà se questa costituisce l’essenza stessa dell’individuo? Quando la voluntas prende coscienza di sé (e comprende quindi il suo dolore e il disinganno di fronte alle illusioni dell’esistere), diventa noluntas, ovvero negazione progressiva di se stessa, e dà vita alle varie tappe della liberazione, rappresentate dall’arte, dalla morale e dall’ascesi.

• L’arte, secondo Schopenhauer, è conoscenza libera e disinteressata che si rivolge non ai fenomeni ma alle idee, ovvero alle forme pure, ai modelli eterni delle cose, all’essenza immutabile di tali fenomeni. Grazie all’arte, l’uomo più che vivere, contempla la vita, elevandosi al di sopra della volontà, del dolore e del tempo, poiché si dirige verso un mondo di forme che non sono spazio-temporalizzate. Le varie arti corrispondono ai gradi diversi di manifestazione della volontà: il grado più basso è rappresentato dall’architettura, espressione della materialità, seguita dalla scultura, dalla pittura, dalla poesia e da altre forme d’arte. Le più importanti sono la tragedia, autorappresentazione del dramma della vita, ma soprattutto la musica: il mondo dei suoni rappresenta l’arte più profonda e universale, è facile a comprendersi, tocca i sentimenti più intimi degli uomini e si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa. Ma l’arte, contemplando e riproducendo le idee, non costituisce una via d’uscita dalla vita, ma si tratta di un conforto alla vita stessa, di parentesi (di maggiore o minore durata) aperte le quali ci addentriamo in un’altra dimensione dimenticando la nostra individualità, la nostra volontà, i nostri problemi; ma, una volta chiuse, ci tuffiamo nuovamente in essi.

• La morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo, poiché si pone l’obbiettivo di superare l’egoismo e la lotta degli individui tra di loro, una delle maggiori fonti di dolore. Rifiutando il pensiero kantiano, Schopenhauer sostiene che la morale non nasce da un imperativo categorico dettato dalla ragione, ma da un sentimento di pietà attraverso il quale avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. Di conseguenza la pietà non nasce da un ragionamento astratto, ma da un’esperienza vissuta mediante la quale compatiamo il prossimo e ci identifichiamo con il suo tormento. La morale si concretizza in due virtù cardinali: la giustizia, che ha un carattere negativo in quanto consiste nel non fare il male, e la carità, che ha un carattere positivo poiché consiste nel fare del bene al prossimo. Soltanto la carità è espressione del vero amore, poiché è un sentimento disinteressato. L’amore tradizionale, invece, fenomeno basilare per l’individuo, è uno dei più forti stimoli dell’esistenza; è soltanto un atto biologico, sessualità, momento di piacere, ma sempre temporaneo: esso è così potente e forte soltanto perché dietro le sue lusinghe e il suo incanto sta il freddo Genio della specie che mira alla perpetuazione della vita. Dunque lo scopo dell’amore è l’accoppiamento; l’amore è finalizzato soltanto alla procreazione della specie poiché la volontà strumenta le passioni umane per perpetuare se stessa.

• L’ascesi, che nasce dall’“orrore dell’uomo per l’essere”, è l’esperienza per la quale l’individuo, cessando di volere la vita e il volere stesso, si propone di estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere, mediante accorgimenti quali l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio, ma soprattutto la castità: per porre fine alla volontà di vivere, Schopenhauer non propone di ricorrere al suicidio ma di sopprimere la procreazione e quindi la propagazione della specie, affinché non possa nascere nessun altro individuo oggetto del fato. La soppressione della volontà di vivere è l’unico vero atto di libertà possibile all’uomo. Mentre nei mistici del cristianesimo l’ascesi si conclude con l’estasi, ovvero con lo stato di unione con Dio, nel misticismo ateo di Schopenhauer il cammino della salvezza si conclude con il raggiungimento del nirvana buddista. Quella dell’ascesi è una via non praticabile al 100%, e neppure lo stesso Schopenhauer fu in grado di percorrerla appieno.
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