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Arthur Schopenhauer (Polonia, 1788 – 1860)

Di famiglia benestante, Schopenhauer vive la prima parte della sua vita a Danzica. La morte del padre, la presunta colpevolezza della madre, Adele come unica importante figura femminile nella sua vita influenzeranno profondamente il filosofo, uomo che in solitudine elabora il suo pensiero.
La sua dottrina filosofica vuole interpretare e sistematizzare la realtà.
Schopenhauer insegna a Berlino contemporaneamente a Hegel, più famoso di lui e con aule piene alle sue lezioni.
I temi trattati da Schopenhauer sono simili a quelli di Leopardi, di cui scrive così: “Come ammiro quel poeta italiano che parla così bene del dolore!”.
Schopenhauer fa confluire nella sua filosofia esperienze culturali diverse e ampie: erede della teoria delle idee di Platone e della teoria della conoscenza di Kant (estetica e analitica trascendentale), si serve di tanti apporti diversi, come per esempio la sapienza indiana, per la prima volta introdotta nel mondo occidentale.

“Il mondo come volontà e rappresentazione”, il suo saggio più importante, è diviso in quattro parti:
1. Descrizione del mondo della rappresentazione, della conoscenza (ripresa come conoscenza trascendentale kantiana). Riprende la critica della ragion pura: noi conosciamo attraverso delle rappresentazioni.
2. Voluntas (mondo della volontà).
3. Teoria estetica.
4. Pessimismo cosmico e noluntas (viaggio di liberazione dell’uomo dalla volutas).

1. La realtà ci appare come fenomeno nella rappresentazione (=Kant), ma in essa non esistono gli oggetti in sé (≠Kant). “Il mondo è la mia rappresentazione”, il prodotto dell’attività del soggetto è la rappresentazione della realtà. Però il filosofo riflette anche sul fatto che il mondo della rappresentazione non è così diverso dal mondo del sogno e della vita (“la vita e i sogni sono pagine di uno stesso libro”), infatti se la realtà “è” solo in quanto rappresentazione di un soggetto, essa non è distinguibile in linea di principio dal sogno. Tuttavia per Schopenhauer gli “a priori” sono spazio, tempo e causalità (senza tutte le categorie kantiane), quindi il mondo è uno perché tutti i soggetti conoscono gli oggetti mediante le medesime forme, e in questo esso si distingue dai sogni, che non sono uguali per tutti i soggetti.

2. Pessimismo irrazionalistico -> voluntas (noumeno). La realtà è una sorta di velo di Maya (che la filosofia indiana invita a strappare per contemplare il vero) che nasconde la realtà vera, il noumeno. Il noumeno è la volontà di vivere, che ci fa esistere solo per esistere. Noi abbiamo un approccio alla vita dominato dalla volutas, un impulso irrazionale, senza scopo né fine, incausato, cieco, che ci domina e ci porta alla conservazione della specie. La volontà non ci fa agire, ma agisce per noi. Essa vuole ciecamente, liberamente, senza ragione e senza scopo. Di conseguenza la libertà non esiste, perché siamo oggetto della volontà di vivere.

Il tramite tra noi e la volutas è il corpo. Noi siamo soprattutto corpo, che è rappresentazione, ma anche la manifestazione fenomenica della volontà di vivere, il nostro atto di volontà divenuto visibile, la nostra porta verso il noumeno.

3. “La vita dell’uomo oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi”. La noia è il sentimento della mancanza e di un desiderio inappagabile. Il dolore è ontologicamente la vera realtà. La gioia è una funzione derivata dal dolore, un momentaneo appagamento. Il dolore appartiene alle classi sociali più povere, la noia a quelle più ricche.
Bisogna mantenere la specie: l’amore è l’inganno supremo della specie, egoistico, poiché è asservito alla volontà, e il suo unico scopo è portare all’accoppiamento (pensiamo al genio maligno di Cartesio). L’amore è definito come due infelicità che si incontrano per prepararne una terza.

4. Pessimismo cosmico:
- Rifiuto dell’ottimismo cosmico: non ci sono consolazioni, neanche la religione lo è; Schopenhauer dà vita alla prima forma strutturale di ateismo, infatti dice: “Se un dio ha fatto questo mondo, non vorrei essere quel dio: la miseria del mondo mi spezzerebbe il cuore”.

- Rifiuto dell’ottimismo sociale: riprende la teoria dell’homo homini lupus, l’uomo è lupo per gli altri uomini, la volontà individualizzata nel carattere di ciascuno manifesta un irrefrenabile egoismo per soddisfare il quale ognuno infligge sofferenze al prossimo, gode delle disgrazie altrui.
- Rifiuto dell’ottimismo storico: è antihegeliano: la storia è il ripetersi perpetuo dell’eterno dramma dell’uomo, la cui natura è sempre uguale, quindi non ci sono miglioramenti.
Il rifiuto dell’ottimismo cosmico e di quello storico saranno ripresi da Nietzsche.

Come ci si libera di questa vita di dolore e noia? Non certo con il suicidio, che lui rifiuta perché il suicida non odia la vita di per sé, ma la vita di quel tipo, la vita che sta vivendo. Inoltre così si elimina un individuo, una manifestazione fenomenica singola e non si risolve il problema collettivo.
Il primo gradino per andare oltre la tirannia della volontà è l’esserne consapevoli. Bisogna passare dalla voluntas alla noluntas (ossia la negazione della volontà di vivere).
Per far ciò bisogna fare un percorso di liberazione che passa attraverso tre gradini:
I - Arte (architettura, scultura, pittura, poesia, tragedia e musica)
II – Morale della compassione (identificazione e immedesimazione con l’esistenza e il dolore altrui: riconoscimento di se stessi nell’altro)
III - Ascesi (castità, rinuncia ai piaceri, umiltà, digiuno, povertà, sacrificio, auto-macerazione, nirvana)

In questo modo si può annullare la volontà, che è la radice metafisica del mondo, il contrario dell’idea hegeliana, perché è irrazionale.

I - L’arte è catartica (= Aristotele): libera le passioni e al contempo ci libera dalle passioni; inoltre essa è contemplazione (non azione) di un universale che è questa bellezza ideale rappresentata dall’opera d’arte stessa, perché quando l’artista abbandona la sua individualità e diventa puro soggetto dinanzi all’oggetto, ne coglie l’universalità, contempla l’idea, allora raggiunge la pace e rifiuta la volontà di vivere. Si fruisce di essa in modo disinteressato, elevando l’animo. L'arte rappresenta l’universalità (non la particolarità) del piacere estetico (Schopenhauer fa una polemica contro gli idealisti come Fichte). Tuttavia è comunque un’uscita temporanea. L’artista coglie l’universalità dell’opera d’arte e la bellezza di un mondo libera dalla volontà e trasmette ciò nella sua opera. L’esperienza artistica, accessibile al genio, consiste nel perdersi nell’intuizione e nel conoscere libero dal dominio del volere. L’artista geniale è colui che vive questa esperienza e sa ricrearla a beneficio dell’uomo comune.

II - La morale della compassione e del vivere insieme è il saperci elevare dalla nostra egoistica individualità. Bisogna trovare nella comune sofferenza una condivisione. L’amore per il prossimo significa ritrovare noi stessi nell’altro, alleviare le sofferenze dell’altro; è un amore disinteressato (= Sant’Agostino), inteso come comunicazione, condivisione del dolore dell’esistenza. Questo tipo di amore è una vera e propria scelta.
Ci sono due livelli del condividere con gli altri la vita:
- Giustizia: ci si astiene dal far del male agli altri.
- Carità: si fa del bene agli altri.

III - L’ascesi è il punto di arrivo del percorso, il completo annullamento della volontà (esperienza del nirvana) tramite esercizi di castità assoluta, controllo di tutti gli atti di volizione, imposizione di sacrifici al corpo. Essa porta al rifiuto della volontà, all’annullamento del desiderio, all’esperienza del nulla. Questo concetto riprende la “noluntas” di Tommaso d’Aquino, che, però, corrispondeva al rifiuto del male. Vi è anche un’altra differenza: quella dei mistici è un’esperienza religiosa, che porta allo spirito, mentre nell’ascesi di Schopenhauer ci si pone il problema della volizione, ossia: se siamo schiavi della volontà, che è il noumeno dell’Universo, come facciamo a liberarcene? E perché lui stesso non l’ha fatto? Com’è possibile che un individuo singolo abbia la forza di sconfiggere “Dio”, la nostra realtà più profonda?

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