Il pensiero filosofico di Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer considerò l’idealismo come una filosofia accademica e rivolse la sua critica sopratutto nei confronti di Hegel, che egli definì un “ciarlatano”, in quanto, con la sua filosofia, aveva giustificato lo stato Prussiano (affermando che lo stato è manifestazione dell’eticità e che dunque tutti gli stati sono giusti) e la chiesa Luterana (poichè la religione è manifestazione dell’assoluto).
La filosofia di Schopenhauer fu influenzata da: Platone, Kant e le filosofie orientali, riportare alla ribalta da Federik Meyer. Nella sua opera “Il mondo come volontà e rappresentazione”, il nostro filosofo, partendo dalla concezione Kantiana del mondo come fenomeno, afferma che esso è rappresentazione del soggetto, in cui vi è anche l’oggetto. Così facendo, egli non cade nè nell’idealismo, sacrificando l’oggetto in favore del soggetto, nè nel materialismo o realismo, sacrificando il soggetto in favore dell’oggetto.

Secondo tale concezione, il soggetto rappresenta il soggetto tramite le forme a priori Kantiane. Vi è qui però una differenze: in effetti, per Kant queste forme a priori erano 17, di cui spazio e tempo per la sensibilità, 12 per l’intelletto e 3 per la ragione. Per Schopenhauer, invece, queste forme a priori sono tre: Spazio, Tempo e Causalità, e sono tutte forme dell’intelletto. Secondo tale concezione, è dunque possibile affermare che egli ha attuato una sintesi tra l’Estetica e l’Analitica Trascendentale di Kant. Ha inoltre affermato, a differenza di Kant che l’aveva negata, l’intuizione intellettiva, in quanto a considerato tutte e tre le forme come forme dell’intelletto. Schopenhauer riprende inoltre il principio di ragion sufficiente di Leibniz. Egli afferma che il mondo, oltre ad essere fenomeno, è anche volontà e pur riprendendo i termini kantiani di fenomeno e noumeno, vi è una differenza. Per Kant, il fenomeno era reale, vero, unica realtà conoscibile, mentre il noumeno era inconoscibile. Per Schopenauer, il Fenomeno è sogno,illusione, apparenza, mentre il Noumeno è l’unica realtà conoscibile all’uomo, è la vera essenza della realtà. L’uomo ha dunque il compito di scoprire quale sia questa vera essenza e deve farlo tramite i termini della filosofia orientale, secondo la quale il mondo è coperto da un “velo di Maya” che ne cela la vera essenza. Per scoprirla, bisogna dunque sollevare questo velo tramite uno strumento che Schopenhauer chiama “Filo di Arianna”, che è in realtà il corpo. Il corpo ha infatti due funzioni: come oggetto permette all’uomo di venire a contatto con il mondo. Ma non può essere solo oggetto, in quanto se così fosse, si avrebbe di sè stessi la stessa conoscenza che si ha degli altri. Come soggetto, il corpo permette all’uomo di scoprire che la vera essenza della realtà è la volontà, e ciò rimanda ad un confronto con Hegel. Per Hegel, la vololtà era , come l’idea, Infinita, ma era razionale ed in virtù di ciò egli poteva affermare che “tutto ciò che è reale è razionale”, cioè tutto è manifestazione di Ragione. Per Schopenahuer, la volontà è sì, infinita, ma è cieca ed irrazionale. Inoltre, essendo qualcosa di infinito che si oggettiva nel finito, non è mai del tutto appagata, e ciò porta l’uomo alla sofferenza, in quanto lo conduce ad un continuo stato di desiderio. Da ciò ha origine il pessimismo Schopenhaueriano.

Questa volontà si oggettiva prima nelle idee, il che rimanda alla concezione platonica di idee come modelli archetipi. Ma queste idee, per Platone erano la vera essenza della realtà, mentre per Schopenhauer sono solo modelli archetipi in cui si oggettiva la volontà. Questa volontà si oggettiva poi nella scala del regno della natura, fino a giunge all’uomo che, secondo una concezione aristotelica, è colui che soffre maggiormente.
Il pessimismo di Schopenhauer può inoltre essere accostato a quello Leopardiano, in quanto il filosofo riprende la sua concezione secondo la quale “La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia”.

Ma, come può l’uomo uscire da questo stato di dolore e sofferenza? Schopenhauer nega che si possa risolvere ciò con il suicidio, in quanto il desiderare la morte non porta all’annullamento della volontà ed inoltre, con la morte del singolo non ci si libera della volontà poichè non muore la specie. Anche l’amore non viene considerata una via di fuga dalla sofferenza in quanto, a differenza di Hegel che aveva consacrato l’attrazione sessuale nell’ambito dell’eticità (matrimonio e figli), Schopenhauer afferma che, come l’astuzia della ragione Hegeliana si serve degli uomini per realizzarsi nella storia, anche la volontà si serve della donna per adescare l’uomo e perpetuare se stessa tramite il rapporto sessuale. Da ciò ne deriva inoltre una concezione negativa della figura femminile.

Il filosofo indica dunque tre vie per superare la sofferenza: la vita Etica, Estetica, e l’Ascesi.

Con la vita estetica, infatti, l’uomo si trova in uno stato di contemplazione durante il quale viene annullata la volontà. E’ impossibile però che l’uomo viva in un continuo stato di contemplazione. Si passa allora alla vita etica, durante la quale, con il passaggio dall’egoismo all’altruismo, l’uomo si rende conto di non essere l’unico a soffrire. Ciò conduce comunque ad una sofferenza in quanto l’uomo prova compassione per l’altro. L’unica soluzione alla sofferenza è dunque l’ascesi, durante la quale con la carità, la povertà e la castità, l’uomo giunge a quello stato della filosofia orientale definito Nirvana, cioè il noluntas, l’annullamento della volontà. L’ascetismo schopenhaueriano è comunque diverso da quello cristiano, che conduce ad una ricongiunzione con Dio.

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