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II mondo come volonta’ e rappresentazione

Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno. Ma questa distinzione ha poco in comune con quella veramente professata da Kant.

Per Schopenhauer il fenomeno è parvenza, illusione, sogno, come in molta filosofia indiana, dalla quale egli prende spesso ad esempio il mito del velo di Maya; per questo il filosofo tedesco apre la sua opera principale con l'espressione il mondo è mia rappresentazione, intendendo con ciò, che la rappresentazione esiste solo dentro la coscienza (valenza coscienzialistico - soggettivistica); Infatti crede di poter esprimere l’essenza del kantismo con la tesi secondo cui «il mondo è la mia rappresentazione». Per il filosofo questo è un principio, un assioma poiché la presunta oggettività del mondo è solo ciò che l’uomo interpreta di per sé. Il noumeno, invece, è una realtà che si nasconde dietro un ingannevole trama del fenomeno e che il filosofo ha il compito di scoprire; Il filosofo riconduce, quindi, il concetto di fenomeno a un significato estraneo al kantismo e più aderente alla filosofia indiana e buddista, come emerge nei testi Veda e Purana «E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi che esista, né che non esista». Inoltre, il suo orientamento è decisamente diverso da quello gnoseologico – scientifico di Kant, prediligendo piuttosto una ricerca orientalistico – metafisica: il senso della sua ricerca, infatti, risiede nel senso esistenziale e cosmico della realtà.

La Rappresentazione ha un significato fortemente psicologico: il mondo è immagine memorativa, mnestica (ricordo) quindi potrebbe indicare una poca aderenza alla realtà , qualcosa di fantastico, distinto dalla percezione (certezza sensibile) e dal concetto astratto, poiché un altro conto sarebbe il concetto nella sua generalizzazione astratta. Per Schopenhauer, il mondo è la “mia” rappresentazione ossia essere l’oggetto per il soggetto. Tutte le rappresentazioni sono oggetti del soggetto e tutti gli oggetti sono rappresentazioni. Utilizza questo principio dall’ idealismo platonico per il quale il mondo è “copia” cioè non realtà vera, ma ingannevole]. La rappresentazione di cui parla, che costituisce il processo conoscitivo, ha due aspetti essenziali:
1. Soggetto rappresentante

2. Oggetto rappresentato
Secondo Schopenhauer, sia il soggetto che l’oggetto esistono solo all’interno della rappresentazione, come due lati di essa, in un rapporto di interdipendenza, per cui nessuno può sussistere senza l’altro. Dunque non ci può essere soggetto senza oggetto e viceversa. Il materialismo, quindi, è falso perché nega il soggetto riducendolo all’oggetto o alla materia. Similmente, fallace è anche l’idealismo che in modo opposto tenta di negare l’oggetto riducendolo al soggetto. Ritiene sull’orma del criticismo Kantiano, che la mente umana o meglio il sistema nervoso e cerebrale (basi fisiologiche del processo conoscitivo, è influenzato dall’illuminismo) siano muniti di una serie di forme a priori. Tuttavia, nonostante riconosca a Kant il merito di aver scoperto tali “forme”, Schopenhauer ammette solo tre forme a priori: spazio, tempo e casualità, di cui quest’ultima è la sintesi, l’unica categoria poiché tutte le altre sono riconducibili a essa dal momento che la realtà stessa dell’oggetto si risolve completamente nella sua azione causale su altri oggetti. Infatti, dire materia, puntualizza il filosofo, è dire azione causale come testimonia il termine tedesco Wirklichkeit (realtà), che discende dal verbo wirken (agire).
Ma al di là del sogno, sostiene il filosofo esiste la realtà vera, sulla quale l’uomo non può a fare a meno di interrogarsi. Esso, sostiene Schopenhauer è un «animale metafisico» che a differenza degli altri viventi è portato a interrogarsi sull’essenza ultima della vita, proporzionalmente alla sua intelligenza.

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